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TLettera ai miei alunni/3

Vi dicevo all’inizio che volevo chiedervi scusa per quello che non vi ho dato. Questa supplenza, questo progetto, per me è stato soprattutto fonte di disagio. Disagevole il viaggio per arrivare da voi, disagevoli gli orari di lezione che equivalevano a tornare a casa mai prima delle 16,30. Disagevole il non avere una classe mia, una lavagna, dover elemosinare sempre permessi. Disagevole trovarmi di fronte un gruppo di alunni così disomogeneo e non avere basi comuni da cui partire. Disagevole dover collaborare con alcuni docenti. E apro una parentesi sull’argomento perché penso che anche questo possa essere importante per voi.  Semplificando classifico i tre docenti che ho affiancato in questo modo:
A – docente motivato e competente
B – docente depresso e fannullone
C – docente inconcludente e prevenuto.

Per fortuna ho avuto modo di rapportarmi il docente A, perché in caso contrario sarei stata tentata di mollare tutto, non solo il progetto ma proprio la mia “carriera” di insegnate per il terrore di diventare come gli altri 2. Invece dal docente A ho imparato molto. Ho imparato che si può essere fermi e severi ma allo stesso tempo giusti e comprensivi. Ho imparato che I Promessi Sposi hanno ancora tanto da dire e che si può dare molto ma pretendere dagli alunni solo quello che possono dare. Grazie.

Paradossalmente però, se ci attenessimo solo ai numeri, con gli alunni del docente A ho avuto i risultati peggiori. Eppure il progetto con voi ha avuto un senso. Ha avuto un senso innanzitutto perché sono stati segnalati quali destinatari del progetto solo gli alunni che effettivamente avevano bisogno di aiuto. Di stimoli soprattutto. In una classe avevo solo 3 alunni ed è stato giocoforza lavorare con la classe intera. Inutile dire che tutti e tre saranno bocciati. Ma forse, Marco, ce la facciamo a salvarti. Non che tu cerchi di facilitarci il compito con il tuo atteggiamento e sarà una dura lotta agli scrutini perché gli altri docenti non ne vogliono proprio sapere di te. E non sono sicura che t elo meriti. E Vanessa e Ilaria? Perché non hanno mai voluto fare niente? Se avessero altri interessi fuori della scuola potrei capirle, potrei giustificare le tante assenze, ma quando mi rispondete all’unisono che a voi ingolla solo mangiare e dormire e fumare… mi cadono le braccia. Qui non è solo che non avete voglia di studiare, non avete voglia di vivere, di decidere, di combattere.
Ed evidentemente non sono stata capace di coinvolgervi nelle cose nuove che proponevo. Peccato perché il laboratorio poetico che avevamo pensato per voi credo che vi sarebbe piaciuto. Vi avrebbe fatto scoprire cose di voi stesse. O è proprio di questo che avete paura?

Nell’altra classe non è andata meglio. Su 8, 2 non li ho mai visti: erano dispersi già prima che il progetto contro la dispersione scolastica iniziasse. Dei 6 rimanenti, le 4 ragazze si sono di fatto ritirate, sono rimasti in 2 ma alla fine promosso, e qualche debito non te lo toglie nessuno, sarai solo tu Domenico. Invece, a bocciarti, Nicola, i professori sono unanimi. Proverò a difenderti, te lo prometto. Anche se tu di argomenti non me ne fornisci molti. Non studi, e vabbè, non sei certo l’unico. Però le cose le sai, a furia di ripeterle qualcosa nella testa ti è entrato. Hai diciotto anni ed è la quarta volta che ripeti il primo anno. L’anno prossimo per te qui non ci sarà più posto. E allora che farai? Prenderai finalmente coscienza del tempo che hai sprecato? Ti iscriverai al serale o prenderai una qualche brutta strada? Tutti sospettano che tu faccia uso di sostanze e temono forse che tu possa avere una cattiva influenza sugli altri. Io non credo, anzi sono convinta che gli altri hanno avuto una cattiva influenza su di te. Tu sei di pasta buona e su qualche spinello si può chiudere un occhio e mi ha giurato che a scuola mai. E io ti credo. Del resto quell’odore di mandorle amare, così ben riconoscibile, non l’ho sentito mai dalle tue parti. Io ci proverò, te lo prometto, perché sono convinta che passare finalmente al secondo anno ti farebbe bene. Ma tu mettici del tuo.

In questa classe ho dovuto prendere atto del fallimento con te, Filomena. Abbiamo cercato in tutti i modi di aiutarti, di salvarti. Ci siamo preparate insieme e ci siamo fatte interrogare, io con te, ma hanno prevalso la pigrizia e i cattivi esempi delle tue compagne. Ma anche una maleducazione di fondo e una famiglia debole. Certo che mandare a quel paese il vicepreside non è stata una idea brillante. Anche perché avevi torto.
Però quando ti ho incontrato, un mese dopo il tuo “allontanamento coatto”, eri convinta di aver subìto un ingiustizia e ti ho visto battaglierà, come se ti fosse stato tolto un diritto. Spero che questa consapevolezza ti rimarrà fino all’anno prossimo.
E tu Federica? Che peccato, avresti potuto farcela. C’era in te, insieme alla dolcezza, la volontà di provarci ma anche tante, troppe lacune. E quando ho parlato con tua sorella ho capito che non avevi chance perché ti mancava il terreno su cui far crescere la fiducia in te stessa. Ti sei arresa alla fine allo sguardo degli altri su di te, e a scuola non ti ho visto più.

Con la docente C avrò invece, numeri alla carta, risultati migliori. A essere stata segnalata per il progetto è più di metà della classe e la maggior parte di voi non aveva alcun bisogno di aiuto. Marianna, Giusy, Giuseppe, Leonardo, Andrea, Ivan…no voi non avevate bisogno di me. O forse sì perché state comunque sprecando la vostra intelligenza per la paura di emergere e di apparire, così, diversi dagli altri, dalla massa.
Siete stati segnalati con criteri che tuttora mi risultano oscuri, certo c’era da raggiungere un certo numero, certo siete una classe numerosa, certo avete dei bei caratterini e più di una volta avete risposto male a qualche docente. Ma mi ha sempre fatto impressione le volte che vi portavo fuori notare che in classe rimanevano 6-7 persone, che poi si riducevano ulteriormente perché dopo un po’ ci raggiungeva anche qualcuno che non faceva parte del gruppo. Improvvisa voglia di approfondimento? Noia?
A voi rimprovero una cosa: vi accontentate del minimo, non fate niente di più di quel che vi viene chiesto e vi nascondete dietro il dito di una docente che non amate (e che non vi ama, questo è il punto) per difendere la vostra poca buona volontà. Certo capisco anche che vedere ogni vostro sforzo reso vano possa essere frustrante, che fare delle interrogazioni mentre il docente legge il giornale non è gratificante, che avere sempre gli stessi voti indipendentemente dalle vostre prestazioni non è incoraggiante… ma voi dovete studiare per voi stessi non per il docente. Quello purtroppo non potete sceglierlo, ma quando si dice che la scuola è palestra di vita si intende proprio questo. Sapete quanti datori di lavoro incontrerete a cui non sarete simpatici, sapete in quante situazioni vi troverete in cui non vi verrà riconosciuto quello che fate? Imparate fin da ora a reagire e non a mettere semplicemente il muso. Sarete uomini e donne più forti davanti alle intemperie.

Vale anche per voi Micki, Giovanni, Carlo, Grazia, Maria che fate parte di quell’altra seconda, la classe che forse più si avvicina alla classe ideale destinataria del progetto e sto avendo i risultati migliori in senso relativo. All’inizio è stata durissima, anche solo entrare in classe, figuriamoci farmi ascoltare tra urli, lanci di palle di carte, banchi che diventano strumenti musicali e tutto il casino che sapete fare bene. Ma poi qualcosa è scattato, non ho capito quando non ho capito come, ma è successo. All’inizio una tregua, poi un qualcosa che assomigliava al rispetto.
Qualcuno di voi sarà bocciato, questo non posso impedirlo. Alessio, per esempio. Sinceramente nel tuo caso sono convinta che la bocciatura ti farebbe bene, sarebbe un bello scossone che forse l’anno prossimo ti farà cambiare atteggiamento. Hai perseguito scientemente un piano di boicottaggio verso ogni tentativo di coinvolgerti, non hai mai studiato, non ha permesso di instaurare alcuna relazione e ti sei preoccupato solo di dare fastidio facendo ogni rumore possibile. Quando ho assistito alla tua interrogazione di fine maggio avrei voluto prenderti a schiaffi. Sei stato l’unico a dire la lezione bene e a quaderno chiuso (e pazienza per i Merovingi che sono diventati Marovingi in tutte le interrogazioni. Come se uno solo di voi avesse preso gli appunti e gli altri avessero copiato da lui. O è lo stesso quaderno che vi siete passati, manco la briga di copiare vi siete presi? E quando tutti avete scritto, e ripetuto convinti all’interrogazione,  Mellina invece di Medina? che ridere… e Maometto che da un certo punto in poi, chissà perché, si fa chiamare Egira? senza nemmeno passare per Casablanca…)
Vale anche per te Ezio, spero che la bocciatura ti scuota dal torpore. Possibile che non ci sia nulla che ti interessi?
A te Maria, invece, la bocciatura non farà bene. Ti confermerà  l’idea che tutti ce l’abbiano con te. Certo capisco che essere stigmatizzata fin dall’inizio come “tanto sarai bocciata” (così mi sei stata presentata, a gennaio) non sia proprio incoraggiante. Ma anche tu ci hai messo del tuo. Perché non hai reagito dimostrandole che si sbagliava, invece di chiuderti nel risentimento e di cercare di evitarla il più possibile? Quando c’è quella prof alla prima ora tu entri sempre alla seconda. Credi che non l’abbia capito? Eppure dietro i tuoi modi sguaiati leggo, nascoste molto bene, dolcezza e tanta fragilità.  E sulla grazia che devi puntare, non sulla volgarità! fidati. E lascia perdere quel che pensa la tua insegnante, lei è senza speranza con le sue convinzioni piccolo borghese. Tu di speranze ne hai ancora tante.
Se ho insistito tanto, in particolare con voi, nella lettura di Jimmy della collina è stato per mostrarvi un modello di ragazzo della vostra età che ha le idee chiare sul suo futuro. Sono idee sbagliate, questo lo sappiamo noi e lo saprà Jimmy alla fine del suo percorso. Ma lui ha un progetto di vita e ha la capacità di fare delle scelte accettandone di volta in volta le conseguenze. Sarà questa esperienza a far sì che Jimmy alla fine sia in grado di fare la scelta giusta e di cambiare la direzione della sua vita. Per questo è un modello positivo. Anche se è un giovane rapinatore… Spero l’abbiate capito e non lo abbiate preso come modello per il “mestiere”… ma siete ragazzi intelligenti.

E che dire dei ragazzi a cui è toccato in sorte il docente B: depresso e fannullone. Però voi di seconda su questo ci marciate e alla grande. Siete  intelligenti… ma se quella intelligenza che avete non la usate per prendere in mano la vostra vita a cosa vi serve? Tanto vale essere stupidi. Da voi sono stata accolta con aperta ostilità, poi ho capito il motivo. Mi vedevate come quella che veniva a rompere il vostro comodo equilibrio: il professore non ci fa fare niente–noi ci lamentiamo ma non vogliamo fare niente. “Nullafacenti e Nullavolentifare”. E infatti all’inizio vi siete lamentati che non facevate niente ma quando vi ho proposto di fare qualcosa insieme, di recuperare il tempo e le nozioni perdute avete alzato un muro. Anche con voi sulla carta otterrò buoni anzi ottimi risultati, pochi saranno i bocciati  perché il livello della classe è talmente basso che bisognerebbe azzerarla. Ricominciare da capo. E nessuno di voi, ci scommetto, sarà rimandato in Italiano perché c’è un tacito patto tra voi e il vostro docente. Ma io e voi sappiamo che non è così. Non vi siete quasi mai fermati all’ultima ora, pochi di voi sono venuti il pomeriggio ma se arrivavo in ritardo in classe vi lamentavate che vi trascuravo. Strano modo di intendere un rapporto di reciprocità quale è quello tra docente e studente.
Del resto con voi le mie lezioni di supporto aveva poca presa. Non potevo puntare sul “dai che ci prepariamo all’interrogazione” perché nessuno di voi è mai stato interrogato (almeno in mia presenza). Né potevo invogliarvi a studiare per il compito in classe, giacché quei pochi a cui ho assistito sono stati un copia-copia generale. E nemmeno potevo dirvi “vi rispiego la lezione”… perché di spiegazioni da parte del vostro docente non ce ne sono mai state.
Ho in mente i vostri volti, le vostre espressioni, i vostri silenzi, gli sguardi sfuggenti di chi sa che la sta facendo grossa ma intanto finché dura la pacchia… Santa, Francesco, Giovanni, Daniele, Giacomo, Marianna, Raffaella…
E poi ci sei tu, Cristian. E allora diventa impossibile qualsiasi attività: la tua è una incessante operazione di disturbo perché vuoi tutte le attenzioni. Per te tutto è un gioco e vuoi qualcuno che giochi con te tutto il tempo. Per questo ci sei sempre: mattina e pomeriggio non sei mancato mai. Confesso che sono stata tentata qualche volta di dirti di rimanere a casa il pomeriggio, ma non te l’ho detto mai perché io sono qui proprio per te, non lo devo dimenticare. Nelle ultime settimane non ti ho visto molto. Dici che ti ho deluso perché non vi ho fatto vedere qual film a cui tenevi tanto. Ma ci sono delle regole, Cristian, e quella che ho cercato di farti comprendere io era semplice: il film me lo devi portare qualche giorno prima perché io non vi faccio vedere nulla a scatola chiusa. Ma tu hai continuato a sfidarmi portandomelo sempre il giorno in cui volevi vederlo. E io ho tenuto duro. Sarà servito a farti capire che anche tu sei come gli altri? Non lo so.
Ricordo bene la prima volta che ti ho visto. Eri seduto sulla finestra, pronto a lanciarti. Ok, era il piano terra ma mi ha impressionato ugualmente. Era quello che volevi? La seconda volta che sono entrata nella tua classe tu eri sdraiato lungo lungo su due banchi. Un esordio col botto, non c’è che dire. Intorno una caotica indifferenza. Sarai bocciato? Forse sì, e forse ti farà bene. Tu stesso lo dici, con orgoglio, che l’anno scorso ti comportavi meglio e qualcosa studiavi. Quest’anno niente, e in qualche modo bisogna mettere un freno a questa escalation verso il basso. E l’unico strumento che la scuola ha per farvi capire che state sbagliando è la bocciatura. Triste, no?

Che dire del docente B? Sapete, in fondo mi è simpatico perché non finge di essere quello che non è ed è convinto che basti non fare del male a nessuno per stare tranquilli. Pensate che me lo diceva in anticipo, una forma di correttezza secondo lui, che il giorno dopo non sarebbe venuto a scuola. E mi diceva pure “poverina che rimani da sola con quelli là”. Intendendo quelli della prima. Già. Ma mi fa anche rabbia che lui possa assentarsi puntualmente ogni settimana e io debba recuperare le ore perse per malattia vera. Che lui sia di ruolo e potrebbe dare la sua impronta alla classe e io debba accontentarmi di ritagli didattici. Che lui abbia (al contrario mio) il fisico, la voce, l’autorità per imporsi e abbia deciso di non farlo. Mi fa rabbia non la sua incapacità di affrontare una classe difficile sì, ma non impossibile se solo accettasse almeno di provarci. Invece ogni volta che gli ho proposto di affrontarla insieme, quella maledetta prima, si è rifugiato in un più facile “dividiamoceli”. Sono anche arrabbiata con me stessa perché gliel’ho permesso. Alla fine io mi porto via tre quarti della classe e lui rimane con i migliori, con cui comunque non fa nulla.
In quella classe ho molte difficoltà anche io. C’è un concentrato di situazioni problematiche e di studenti border line. Alcuni avrebbero bisogno di un sostegno serio e solo genitori ciechi ed egoisti possono non rendersene conto. Non so come possa una classe del genere essere lasciata lì in fondo a quel corridoio, dove non c’è alcun controllo. La prima volta che sono entrata ho pensato di essere capitata per sbaglio in una classe differenziata. Di quelle che, per fortuna, non esistono più. Volavano cartelle e astucci, uno che giocava alla guerra trascinandosi per terra, altri buttavano palle di carta, e in fondo un gruppetto di bellocci che si faceva i fatti propri con le cuffie alle orecchie, rilanciando ogni tanto con indifferenza le bottigliette d’acqua. Per terra un immondezzaio. Una volta sono entrata prima del docente e mi sono beccata una bottiglia di acqua addosso; un’altra volta nel cercare di dividere due che se la stavano dando di santa ragione, con pugni e calci, mi sono presa un pugno. Da allora in poi non entro più da sola nella vostra classe. L’unica cosa che ha funzionato con voi è stato vedere dei film insieme, per voi era un modo di sfuggire alla noia del farniente, ma poi quando si è trattato di tirare le conclusioni e di mettere su carta le considerazioni non c’è stata storia.
Mi sto rivolgendo anche a voi ma a dire la verità non sono riuscita a instaurare nessun dialogo, se non con le due ragazzine che appena possono scappano da quel clima violento per venirmi a cercare.
Però le classi non possiamo scegliercele e anche con quelle che ci stanno antipatiche dobbiamo provarci. Certo non è un bell’esempio per una docente alle prime armi come me avere affianco un insegnante che come motto ha “sopravvivere” e me lo ripete come un mantra ogni giorno. Non è incoraggiante. Ma il mio motto è “resistere resistere resistere” e sto resistendo. Anche se sono allo stremo e conto le settimane.
Il docente B andrebbe aiutato seriamente e, se non si fa aiutare, allontanato. Però per voi cari ragazzi è l’alibi per non fare niente e alla fine della giostra quelli che ci perdono siete voi. Perché a scuola non si viene solo per i voti, per i professori, per gli amici, per i genitori. Si viene per imparare qualcosa e avere qualche chance in più.

Ogni tanto mi scappa di farvi la “predica”, è una pessima abitudine di noi adulti, quella di metterci su un piano di superiorità rispetto a voi. Scusate.

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La bellezza e l’impegno

Venerdì sera siamo usciti per bere qualcosa con una coppia di amici prima della loro partenza per le vacanze e ci siamo ritrovati la mattina dopo, alle 7.00, in partenza per Senigallia, senza ben sapere come. E posso dire di aver davvero fatto il pieno di bellezza in questo pazzo week end.

Le Marche con le colline ricoperte di girasoli, la suggestiva tranquillità di Corinaldo, paesino che ha dato i natali a Santa Maria Goretti (e curiosamente gemellato con Arcore, paese che ha dato i natali al puttaniere d’Italia), l’asta di Libera, il concerto di Caparezza, il pranzo in una straordinaria osteria a San Costanzo. Tutto bello per chi sa guardare.

E dulcis in fundo una visita alla rocca roveresca dove per sole tre settimane è esposta la Madonna di Senigallia, di Piero della Francesca.
Che quadro meraviglioso, di quelli che aprono la mente e che incantano per la loro perfetta semplicità. Quanta dolcezza, quante mestizia in quel volto di madre che presenta al mondo il bambino presagendone la fine. Eppure porta avanti il suo destino, consapevole di un impegno preso con l’umanità.
Bellezza e Impegno. L’una complementare dell’altro.


Mi viene in mente una poesia (è mia, scusate ma il mio libro è stato ristampato con degli inediti)

Ho scelto di non essere
isola
ma arcipelago
e di alghe e coralli
a dirne la bellezza
e la fatica mi impegno.

Mi viene in mente la bellezza della Val di Susa e l’impegno della popolazione e di tante persone a difenderla da chi la vuole cancellare.
Perché di questo si tratta. Cancellare la bellezza, calpestare la storia in nome di una presunta modernità. Ma vale davvero la pena distruggere un territorio abitato da uomini per consentire ad altri uomini (pochi) di andare da Torino a Lione in meno di 3 ore? Soprattutto, ha senso in un paese dove la maggior parte delle merci continua a essere trasportata su gomme (con tutto quel che ne consegue in termini di inquinamento, incidenti, costi) e dove i pendolari, cioè persone che usano  il treno per recarsi al lavoro, devono affrontare ogni giorno una odissea sempre nuova?
C’è qualcosa che non quadra in tutta questa storia. O forse quadra benissimo. È la solita storia di chi per far soldi non guarda in faccia a nessuno. Vedi il tentativo di sdoganare il nucleare, vedi la ricostruzione de L’Aquila, vedi il ponte sullo stretto…. vedi alla voce “italia” mi verrebbe da dire.

Io non ho parole nuove da spendere per la Val di Susa. Ammiro le persone che la stanno difendendo con i denti, che credono di avere diritto a esprimersi sulla loro valle.
Non ho parole nuove e raramente ne parlo per paura di scontrarmi con i soliti cliché di chi si informa solo dai tg e dei quotidiani legge solo i titoli in vetrina. Forse sbaglio, dovrei combattere anche io per la Val di Susa. Perché la bellezza appartiene a tutti.

Lo faccio nel mio piccolo, riportandovi un passo di un articolo di Gianni Vattimo, apparso sul manifesto di oggi:

Non è una faccenda che riguardi la sola Val di Susa, ormai; è l’emblema di come, con la connivenza più o meno esplicita di quella che dovrebbe essere l’opposizione, una classe di governo piena di collusioni mafiose, con l’approvazione di un Parlamento dove i voti decisivi vengono palesemente comprati, vuol realizzare un’opera della cui utilità non ha mai voluto discutere, trincerandosi dietro chiacchiere retoriche sul progresso e il minacciato isolamento del Piemonte. Chi ha visto domenica il traffico delle Valli di Susa e Chisone, bloccato per ore dalla chiusura dell’autostrada del Frejus e dalle code di auto che cercavano di avvicinarsi a Torino, ha ragione di domandarsi quante settimane potrà durare il cantiere aperto per finta in questi giorni, che si è limitato ad alzare barriere militari a difesa di un lavoro fatalmente destinato a risolversi in uno spreco di denaro europeo (anche nostro però), in uno scempio ambientale e di salute (l’amianto chi lo inghiottirà?) e nel sempre più pericoloso discredito della nostra democrazia.

E invitandovi a vedere il video in cui Marco Travaglio (non sempre simpatico ma è persona intelligente) ci racconta nel suo solito modo arguto di questa vicenda.
Ecco come Sergio di Vita (che ringrazio) presenta questo video:

Oggi è necessario tentare di informare tutti coloro che, da lontano, e senza sapere nulla di ciò di cui “si parla”, farfugliano di “sviluppo”.
Ecco allora, per cominciare, un video che fornisce una serie di argomenti; ognuno, poi, giudichi da sé.
Ma non è consentito a nessuno fare blabla su queste cose serissime, senza cognizione di causa.
Perché è responsabilità di tutti, intervenire consapevolmente su questioni nazionali di massima importanza: è in ballo il futuro di tutti gli italiani, dal punto di vista lavorativo, economico, ecologico. Soprattutto per gli abitanti della Val di Susa, più direttamente coinvolti; ma per tutti.
Dunque, prego di dare massima diffusione a questo video, se se ne condividono i principi ispiratori e gli argomenti.
Spero che nessuno si arresti alle prime battute, influenzato dalle personali simpatie o antipatie verso il tale o il tal altro “personaggio” .
Informarsi è altra cosa, e cosa ben più seria.
Oggi informarsi è possibile. Ed è un dovere, prima che un diritto. Come la libertà. Perciò: prima ascoltare; poi giudicare.

È il mio piccolo contributo alla bellezza.
Grazie a Piero della Francesca. Grazie ai tanti testimoni che ci fanno arrivare la verità dalla Val di Susa.
Apriamo gli occhi. Restiamo Umani, come avrebbe detto Vittorio Arrigoni.

Non fiori ma opere di bene

 Avevo molti titoli per questo post: non fiori ma diritti / non regali ma rispetto / non festeggiamenti ma ringraziamenti / non solo mimose /  né mimose né nani da giardino… (bello assai questo!)
Per cui se non vi piace quello che ho scelto… potete sostituirlo idealmente con uno di quelli scartati.
La sostanza, comunque, non cambia.
Complice la “festa” ieri si è dato rilievo a una notizia che, per chi non vive col naso per aria notizia, non è.
L’Italia è al penultimo posto in Europa per l’occupazione femminile.
A penalizzare le donne sarebbe la famiglia, e infatti c’è un netto calo della percentuale di occupazione man mano che aumentano i figli.
Questo è frutto della concezione cattolica e maschile della famiglia: è la donna che si occupa della casa, è la donna che si occupa dei figli. L’uomo contribuisce alla famiglia lavorando (fuori casa). E questo non cambia (quasi mai) quando anche la donna lavora fuori casa.
Ma di questo abbiamo molta colpa noi donne che
1)
educhiamo a questo i nostri figli
2)
abituiamo a questo i nostri mariti.

A nostra volta vittime della mentalità catto-maschilista di cui sopra.
Ma l’Italia è un paese che penalizza le donne anche perché privo di strutture che faciliterebbero l’inserimento lavorativo delle donne. Un paese arretrato ma anche stupido perché non conosce e non valorizza il potenziale lavorativo delle donne.

Quando sento qualche mio collega maschio lamentarsi se gli affidano due compiti contemporaneamente mi viene da ridere. Perché per me, e per tante donne come me, avere solo due compiti sarebbe già una pacchia. Noi il doppio compito ce l’abbiamo di default. Eppure costiamo di meno.
Però – per fortuna – non è così dappertutto:

Nella fotografia scattata dall’Eurostat: se è vero che la presenza dei figli tira ovunque verso il basso gli indici dell’occupazione femminile, in alcune nazioni – Olanda, Finlandia, Ungheria – la tendenza sembra invertirsi quando al primo figlio ne segue un secondo, o un terzo; l’ipotesi è che la giovane madre, dopo il primo anno di crisi, riesca a riassestarsi forse anche con l’aiuto di nonne o di zie, e superi poi il secondo parto molto più pronta ad affrontare gli stress del ritorno al lavoro. Ma vi sono anche nazioni, come il Belgio o la Slovenia – note per i buoni e numerosi asili nido – dove il tasso di occupazione femminile resta invariato anche con uno o due bambini in casa, e comincia a calare soltanto dopo il terzo figlio.

L’Italia è un paese a parte, un paese di cui spesso mi vergogno. Però qualcosa si sta muovendo e c’è un nuovo modo di festeggiare l’8 marzo: reclamando i nostri diritti.
Non spogliarelli, dunque, che in questi ultimi anni hanno ridicolizzato la nostra festa, rendendoci sempre simili agli uomini nella loro decadenza.
Le donne oggi scendono in piazza non solo per protestare contro l’immagine berlusconalizzata della donna-corpo e per chiedere rispetto. Ma anche per chiedere la possibilità di essere uguali agli uomini sul lavoro. Chiedono che la maternità venga considerata un valore aggiunto e non una penalità da pagare.
Queste le tre richieste che porteranno in piazza:

  • Innanzitutto l’introduzione della legge 188 voluta dal governo Prodi e abrogata dal governo Berlusconi che cancellava le dimissioni in bianco, un foglio di dimissioni fatto firmare senza data al momento dell’assunzione che il datore di lavoro usa nel momento in cui la donna va in maternità per sbarazzarsene.
  • Poi, un assegno di maternità universale per cinque mesi a tutte le madri, dipendenti o autonome, stabili o precarie, a carico della fiscalità generale e non di un fondo Inps.
  • Infine, il congedo obbligatorio (e non solo facoltativo) per i padri retribuito al 100% per quindici giorni, come previsto dalla legge approvata dal Parlamento Europeo lo scorso ottobre.

Che le ultime vegrognose vicende abbiano rappresentato la goccia che ha fatto traboccare il vaso dell’indecenza e – non solo oggi ma da oggi – le donne abbiano deciso di riprendersi i propri diritti e il proprio giusto spazio nel mondo?
La strada è ancora lunga e comincia dentro di noi. Ma almeno oggi voglio illudermi che sia così.
Buon 8 marzo a tutte le donne e a tutti gli uomini che le rispettano.

Asinità

Per Giordano Bruno l’asinità è la santa ignoranza, una condizione cui l’uomo deve aspirare.
La santa ignoranza è l’innocenza dei bambini, degli animali, degli stranieri, di chi si trova nella condizione di nudità, di chi sa di non sapere e per questo è più umile, forse più autentico.
Tutto questo per introdurre una mia recente esperienza di “asinità”.
Nel fine settimana ho partecipato a una specie di stage curato dall’ASINITAS, una onlus che si occupa di educazione e intervento sociale rivolto a minori e adulti, italiani e stranieri.
A ottobre io e l’husband siamo stati a trovarli a Roma e abbiamo preso parte a una lezione. Ci siamo così resi conto concretamente di cosa vuol dire insegnare l’italiano ad adulti stranieri, partendo dalle intuizioni della Montessori.

Prima di allora li conoscevo solo di nome e per aver realizzato un bellissimo film che forse non tutti hanno visto e che consiglio assolutamente di vedere: Come un uomo sulla terra.

Questa volta sono venuti loro qui, per provare a far capire a un gruppo di volontari come si può insegnare, rivoluzionando tutto e mettendo in discussione tutto. A partire da noi stessi.
È stata una esperienza forte di condivisione, di coinvolgimento, di messa in discussione e di messa in gioco… come non ne facevo da tempo.
Ho scoperto nuove cose su di me, ma anche sull’husband, perché vedersi in un contesto diverso fa scoprire l’altro sotto una luce nuova.
Mi sono accorta che è passato troppo tempo dall’ultima volta che mi sono messa in gioco veramente e che comunque non sono più abituata a tirar fuori parti di me.
Quasi non mi rendo più conto di come non sono più me stessa perché è più il tempo in cui fingo (meglio nascondo) di quello in cui sono io. Non mi riconosco. Non mi ritrovo autentica.
E quando mi è stato chiesto di scrivere quello che io so di me, non ho tirato fuori quasi niente… Non perché non avessi niente da dire ma perché non ho ritenuto importante tirar fuori la parte più vera di me, lasciando trapelare solo la superficie, l’ involucro, la buccia. E così faccio sempre. Ecco io ho sperimentato, in questo senso personalissimo, l’asinità, l’ignoranza di me, il non sapere chi sono. O meglio il non sapere/volere comunicarlo. Che poi è la stessa cosa. E questa dicotomia che mi ha sempre caratterizzato, a partire dalla bambina timidissima che ero, è accentuata nel contesto in cui vivo da quasi dieci anni, non solo in ufficio per intenderci, perché per far capire chi sono dovrei partire da troppo lontano e allora spesso ci rinuncio, è meno faticoso. Chi ha conosciuto i miei nonni e la villa delle mie estati, chi ha conosciuto le mie zie, don tonino, gianni e tutto quello che hanno significato per me; chi conosce le mie sorelle, le cugine e i cugini con cui sono cresciuta, la campagna vicino al passaggio a livello, le torte di terra e le lumache da far scappare, chi conosce la mia storia con michele aldilà del suo tragico epilogo, le mie amiche del cuore, i miei amici di comitiva, tutti i volti che ho incontrato nei pellegrinaggi, tutti i sogni e le delusioni, tutte le esperienze che mi hanno fatto diventare quella che sono; chi sa com’ero prima di approdare qui…
Chi sa non c’è e chi c’è non sa.
Troppo faticoso, più facile ricominciare daccapo, lasciarsi tutto alle spalle.

La vita che conta è quella che non puoi raccontare.
I buchi neri che siamo.
Tutto quello che sto dichiarando qui,
che stiamo scrivendo,
chissà cos’è e chissà a chi appartiene.
Lasciamo sempre delle tracce residuali.

…leggo sul bel sito dell’asinitas (una citazione da Carmelo Bene) ed è l’attacco del loro manifesto. Mi ci ritrovo.

Certo non posso assolutamente paragonare i 70 km che mi separano dalla mia città natia dalle migliaia di km, e non solo quelli, che separano chi è fuggito dalla propria terra per trovarsi in un mondo completamente diverso.
Ma ho imparato tanto in questo fine settimana. Ho imparato che non so.
Ed è stato così intenso che, poi, finito, tutto, e ripartiti Marco, Chiara e Fiorenza mi è venuta una piccola febbre.
Meglio così, perché ritornare subito in ufficio sarebbe stato troppo schizofrenico, con ancora le parole, le voci, le emozioni tattili di quei due giorni.

E ci sarebbe una poesia che ho scritto tempo fa che mi sembra perfetta:

Non sono diventata
mai niente
di quello che ho imparato.
Non ho visto niente
di quello che ho guardato.
E tutte le parole che ho letto
sono scivolate dagli occhi
lasciandoli
Senza incanto.

Vita da ufficio

1.
Ieri ci hanno presentato il nostro nuovo responsabile del personale.
Tutto bene se non fosse per due particolari.
Innanzitutto non abbiamo mai avuto un responsabile del personale finora, o almeno io non me ne sono accorta.
E può essere perché mi sfuggono molte cose in ufficio.
A dirla tutta da noi non esiste nemmeno il “personale”. Giusto quei tre-quattro privilegiati che hanno il contratto. Il resto, me compresa of course, sono tutti collaboratori a progetto, persone che non dovrebbero nemmeno essere in ufficio e che comunque non dovrebbero avere “vincoli di orario né di subordinazione”.
Il secondo particolare è che questo ipotetico responsabile dell’ipotetico personale ha un aspetto tra il dimesso e l’inquietante. Ci ho pensato su per un giorno e finalmente qualcuno me lo ha fatto notare: assomiglia ad Alberto Stasi. Tale e quale. Giuro. Secondo me è lui in incognito. Ne vedremo delle belle.
2.
Oggi i lavoratori della Fiat votano la proposta (c’è chi lo chiama giustamente diktat) Marchionne.
Io spero che non cedino al ricatto. Lo spero per loro, ma anche per me, per tutti noi che quei diritti ce li sogniamo. Se loro che li hanno faticosamente conquistati oggi li svendono, a noi cosa resterà? Nemmeno un sogno.
Se la proposta passerà non ci saranno più limiti, le dignità verranno ulteriormente calpestate e potremo solo tacere perché se lo ha fatto la Fiat, se l’hanno accettato i Sindacati…
Mi aspetto dunque che una mattina qualunque, un qualunque titolare di azienda, anche piccola, si potrà svegliare con un’idea meravigliosa e abolire, chessò, la pausa pranzo: “Trangugiate un panino senza staccare gli occhi dal pc e state a posto. E se non vi sta bene chiudo e riapro in Azerbaijan”. E noi non abbiamo nemmeno i sindacati a tutelarci.
Bella vita ci aspetta.
Anche per questo, vi invito a firmare l’appello di Micromega, leggete e cliccate QUI.
3.
Piccolo Dizionario (da sapere e non necessariamente capire)
FARE UNA SESSIONE DI DEBUG
DROPPARE UNA TABELLA
 

HO SOGNATO UNA STRADA

Ho sognato una strada
Che si ferma su un ponte
E che di là da un muro alto
Corre l’orizzonte
Mi ci vorrebbe una scala
Mi ci vorrebbe una luce
Mi ci vorrebbe il coraggio
Di dare una voce
 
Voglio salvarmi, voglio salvarmi
Anch’io
Che ho sognato il perdono
E un soldato di vent’anni
Che sparava a un uomo
Che aspettava in piedi
Noi si chiedeva la pace
E si riceveva la guerra
Lacrime per il petrolio
Sopra tutta la terra

Voglio salvarmi
Da tutto questo
Salvarmi anch’io
Basterebbe una parola
Basterebbe una parola
In bocca
All’angelo di Dio

Se i grandi ottusi
Della Terra
Ci trascinano a fondo
Sarà che giorno dopo giorno
Avrò sognato troppo a lungo
Ah, se passasse questo buio
Come si ammaina la bandiera
Come si ammaina l’orgoglio
Alla stessa maniera

Potrei salvarmi, potrei salvarmi
Anch’io

Basterebbe una parola
Basterebbe una parola
In bocca
All’angelo
Di Dio

Voglio salvarmi voglio salvarmi
Voglio salvarmi, voglio salvarmi
Ho comprato una strada
In mezzo alla foresta
Prego per questi alberi
E prego per la mia testa
Mi sono fatto una strada
E ho costruito un ponte
E vi dico che aspetto l’angelo
Dall’orizzonte.
Io sì.