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La vicevita

Oggi ho iniziato e finito in treno un libro di Valerio Magrelli (e ringrazio la mia amica-collega Angela per avermelo prestato) dal titolo intrigante LA VICEVITA. Sottotitolo quanto mai esplicito: TRENI E VIAGGI IN TRENO.
In effetti Magrelli riesce a tracciare affreschi poetici raccontandoci aspetti del viaggio in treno che un po’ tutti noi pendolari abbiamo condiviso.
Ne propongo, senza altro aggiungere, alcuni stralci, liberamente scelti tra quelli che più mi sono piaciuti, tra le sensazioni in cui più mi sono identificata, tra le riflessioni che più mi hanno fatto pensare.

Chi sta in treno, è segno che vuole andare da qualche parte, e lo fa sempre e solo in vista di qualcos’altro. Il suo scopo, cioè risiede altrove […]
La nostra vita pullula di queste attività strumentali e vicarie, nel corso delle quali, più che vivere, aspettiamo di vivere, o per meglio dire, viviamo in attesa di altro. […] Sono i momenti in cui facciamo da veicolo a noi stessi. È ciò che chiamerei: la vicevita.

 ***

A quest’ora l’occhio
rientra in se stesso.
Il corpo vorrebbe chiudersi nel cervello
per dormire.
Tutte le membra rincasano:
è tardi. E queste ragazze
sul sedile del treno
reclinano col sono nella testa
stordite dal riposo.
Sono animali al pascolo.

***

Giocano a carte in treno (ragazzi e vecchi) o guardano fuori. Ma io in treno leggo, e leggo per narcotizzarmi, narcotizzando il viaggio: lettura come antidoto. Metto in stand-by le pulsioni, le paure, i desideri, conservando soltanto il funzionamento della mente. Si chiama paradiso: “Sono qui seduto e leggo un poeta. Nella sala ci sono molte persone ma non si fanno sentire. Sono dentro i libri. Qualche volta si muovono fra un foglio e l’altro, come uomini che si rivoltano nel sonno, fra un sogno e l’altro come si sta bene in mezzo agli uomini quando leggono. Perché non sono sempre così?”

 ***

Sbucano poco prima della partenza, rapidi e operosi. Sono il popolo dei Muti, svelti svelti, che appare d’improvviso, e semina nel treno spille o santini. Dura un istante, è un soffio, e mi ritrovo fra le mani questi poveri ninnoli, accompagnati da una spiegazione scritta. Ripasseranno fra poco, ma senza chiedere nulla. Se non hai accettato i loro doni, li riprendono quieti e se ne vanno, questi elfi ferroviari, invisibili come sono venuti.

***

A volte i suicidi bloccano un treno. […] così stiamo fermi da ore, immobilizzati, esposti a quell’intollerabile carico di pena che ha spinto qualcuno sotto le nostre ruote.
Io odio l’uomo che ha fermato il treno, e odio il treno che lo ha smembrato vivo, e odio il mio odio, e provo un’atroce vergogna per questi sentimenti. Eppure sento d’aver subìto un’aggressione. Qui non c’è il tronco gettato dai banditi di traverso, a sbarrare i binari; adesso, di traverso, sta solo un’immensa sofferenza, che appena i vagoni si fermano, ci dà l’assalto e ci svaligia tutti.
No, c’è una differenza tra i predoni e il suicida. Quelli ti attaccavano per portarti via i bagagli; questo, al contrario, ti obbliga ad accettarne un altro. Nulla si crea, e nulla si distrugge: il suo dolore non è affatto scomparso, ma è stato distribuito fra i presenti, benché in parti diseguali.
E quando si riparte, si pesa un po’ di più.

***

Pendolari, la mattina d’inverno. Alle otto arriva un treno strapieno di sospiri. Scendono, e lasciano uno scompartimento caldo, nutrito di fiato. Sembra l’interno di un materassino da spiaggia, gonfio d’alito umano. Loro si avviano, noi li sostituiamo, in un mesto commercio di respiri.

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polemiche di provincia

Il mio post precedente è diventato, quasi per caso, un articolo per lo stesso mensile. Un po’ modificato, naturalmente  perché una cosa è scrivere sul un blog che è come una forma di diario di cui rispondo in prima persona, altra cosa è scrivere su un mensile cartaceo e collettivo.
Ho scritto un articolo sotto forma di lettera, molto più equilibrato del post, rispettoso, non certo prendendomela con l’autrice ma prendendo la sua infelice frase come spunto per poter dire quello che penso in merito.
L’articolo è anche piaciuto, insomma, era senza pretese però tocca alcuni temi a cui tengo molto.
Scrivo per esempio: Noi donne oggi combattiamo da una parte con una vocina atavica (quanto somigliante a quella delle nostre mamme, zie, nonne…) che ci fa sentire inadeguate se il nido domestico non è perfettamente a posto e se la cena non è ancora pronta, dall’altra con una società che ci vuole premurose, disponibili e giovanili in ogni occasione.

E ho concluso consigliando di leggere il libro di Michela Murgia (Ave Mary) cogliendo l’occasione per parlare di un libro e di un tema che mi sta a cuore:
Avrei solo un ultimo suggerimento, se mi permette. Legga Ave Mary di Michela Murgia (Einaudi).Le rivelerà aspetti inediti della donna per eccellenza, Maria di Nazareth. Che il “sì” di Maria, per esempio, non era un sì di sottomissione (come la Chiesa degli uomini ci ha convinto a pensare) ma di ribellione.

Si ribella, infatti, a quello che la società dell’epoca riteneva fosse il suo “dovuto” (quale ragazza non avrebbe risposto “ne parlerò con mio padre”?) e invece decide liberamente di accettare la proposta “indecente” dell’angelo mandato dal Signore.
E meno male che lo ha fatto. Altrimenti non staremmo qui, io e lei, a parlarne.

Mi pare anche rispettoso, o no?
Beh non ci crederete ma quella che mi era stata descritta come una innocente ottantenne ha mandato una lettera di fuoco in redazione: inopportuna, insensata e offensiva. Per fortuna non la pubblicheranno, sarebbe una inutile polemica e non era quello lo spirito del mio articolo. Ma la signora  deve essere una di quelle matrone da salotto di provincia abituata a essere giudicata sempre brillante e arguta. Tra le altre cose mi ha definito una “femminista estrema” autodefinendosi “femminista autentica” e temo ne sia convinta. Una che dice che al marito non si può chiedere più del dovuto come aiuto in casa? Bah. E comunque io non sono femminista, né estrema, né autentica, né doc o quel che si vuole.

Riporto solo la risposta al mio suggerimento  di lettura (a quanto pare la cosa l’ha offesa molto, come se le avessi detto signora lei è un’ignorante):
A parte l’imperdonabile colpa di non conoscere questa grande opinionista (povera Michela Murgia ridotta al ruolo di opinonista), lei crede davvero logico appiccicare questa etichetta ad una donna umile, povera e ubbidiente che, pure spaventata dall’enormità della “proposta indecente” le si è tuttavia adeguata? Non è Lei che ha portato in seno il figlio di Dio per poi farlo nascere in un tugurio, respinta da tutti, e che poi il figlio ha seguito nel suo sublime cammino di sommo maestro sino all’atroce e ingiusta morte sulla croce? Lasciamo andare signora il suo femminismo è davvero irrispettoso oltre che capotico
(sic).

Insomma Maria di Nazareth non è una ribelle ant litteram. E pazienza, ognuno ha le sue idee. però capotica non me lo h amai detto nessuno. Onore al merito.
Sorpresa e amareggiata da questa sterile polemica, molto provinciale, ma non ci sto a farmi trascinare in queste logiche da cortiletto. Io dico quello che penso. Punto.
Però a dire il vero ora mi è stato chiesto di tenere una rubrica fissa per questo mensile. Una sorta di Diario di una casalinga (disperata?). A me piacerebbe, mi piace scrivere (anche se già mi chiedo dove troverò il tempo). Potrebbe diventare una sezione di questo blog che aggiorno così poco… Però sono  titubante. Non vorrei attirarmi addosso le ire di tutte le vecchiette del quartiere… HELP. Scherzi a parte… è che ogni volta che mi espongo, che dico davvero quello che penso succede qualche casino. Chi me lo fa fare?

“l’ira funesta delle cagnette a cui aveva rubato l’osso…”

Per sempre ragazzo

Se devo pensare a un momento in cui ho smesso di essere giovane, in cui cioè ho smesso di credere che ci fossero, distinti, il Bene e il Male, che ci fosse, nascosta da qualche parte, la Giustizia, è stato un giorno preciso: il 20 luglio 2001. Dieci anni fa.

Me lo ricordo come se fosse ieri.
Io a Genova ci volevo andare. Per me era normale dopo tante marce per la pace, andare lì a dire come la pensavo, che mondo volevo. L’husband sapeva che qualcosa di brutto sarebbe successo. È andata a finire che ci siamo fermati un giorno di più in Svizzera e da lì abbiamo saputo subito quello che in Italia ancora non si sapeva.
Le immagini di quel ragazzo morto, lo schifo per quello che in Italia si diceva, la percezione che qualcosa si era rotto per sempre. Il senso di ingiustizia e di impotenza. Rabbia e dolore.
Quel ragazzo, Carlo Giuliani, per me è stato fin da subito il simbolo della giovinezza perduta. La sua soprattutto: 21 anni sono davvero troppo pochi per morire. Ma anche la mia, e quella di chi finora aveva pensato che si potesse cambiare il mondo.
Gli hanno dedicato libri e film in questi dieci anni. Ma soprattutto avrebbero dovuto dedicargli quella piazza. Piazza Alimonda doveva diventare “Piazza Carlo Giuliani, ragazzo”. Saremmo ancora in tempo, ma ho la sensazione che il Potere non lo permetterà.


È da poco uscito il libro Per sempre ragazzo (Marco Tropea Editore), con poesie e racconti a lui dedicati.
Per sempre ragazzo, già. Lui sì. Noi no.
Era solo un ragazzo di ventuno anni. Oggi è un simbolo, ma io avrei preferito che fosse diventato uomo. E anche sua madre Haidi, piccola grande donna.
Scrive Erri de Luca:

Lui non voleva un nome, quel mattino di luglio voleva andare al mare.

E così conclude:

Pensò al respiro di sua madre, il mare.
Poi scivolò sul fondo, senza peso di vita.
Dice il proverbio persiano: «Se vuoi farti un nome,viaggia o muori».
Dieci anni più tardi il suo nome viaggia
insieme alle onde che sono la maggioranza del mondo.

Un “ritratto” poetico. Ma la verità è, anche, un’altra. Molto meno poetica. Lo scrive Massimo Carlotto, nello stesso libro

Non ti possono cancellare dalla memoria di questo Paese ma sono convinti di modificarla, di addomesticarla. Si sbagliano, ma che fatica! Dieci anni a rintuzzare parola per parola.
Chi ti ha assassinato è una figura tragica. Una delle tante usa e getta di questa società che divora tutto e tutti. Ma quello che oggi faccio fatica a raccontarti è che i pretoriani e i loro capi hanno fatto carriera. Che le foto che li ritraggono vittoriosi, nelle loro buffe divise da guerrieri dei fumetti, resteranno appese alle pareti dei luoghi infami dove la memoria è solo vergogna.
Il fatto è che i politici che tramarono, ordinarono e depistarono sono sempre gli stessi e che l’uomo forte del governo, che agiva da generale dalla caserma dei carabinieri, oggi è diventato un indispensabile difensore della democrazia. Uno statista. No, Carlo caro, non sto scherzando. Siamo stati traditi da tutti coloro che hanno finto sdegno ma si sono ben guardati dall’imporre la commissione d’inchiesta su quanto accadde a Genova in quei giorni di luglio.

 

il paese delle donne

Sto leggendo due libri che si incastrano alla perfezione, e che mi porto appresso come un totem da un piano all’altro della casa.
Uno è  Nel paese delle donne di Gioconda Belli, un’autrice che ho amato moltissimo, il suo La donna abitata è uno di quei libri che mi ha cresciuto, come dico io. Rimpiango ancora di averlo perso durante uno dei traslochi. Me lo ricomprerò prima o poi ma non è la stessa cosa, lì c’erano le mie sottolineature e le mie glosse…
Che bello ritrovare questa autrice in un libro così pieno di poesia ma anche concreto e sovversivo. Un regalo dell’husband…
La cosa intrigante è che le vicende di Faguas – fantasioso paese dell’America Latina in cui le donne, stanche dei soprusi, della corruzione, del degrado morale e della sporcizia di un governo di uomini, prendono il potere e con la complicità di un vulcano che abbassa il livello di testosterone capovolgono la situazione, allontanando tutti gli uomini dagli incarichi pubblici per non subirne le pressioni e imparare a credere in se stesse – sono lo specchio di quello che avviene nella occidentale Italia, e penso non solo qui.

Era necessario smontare rimontare il puzzle dell’educazione dei figli, e cioè il problema più grosso per una donna emancipata che voglia essere madre ma anche professionista di successo. Farsi carico della casa e dell’ufficio è un peso gravoso. Quelle che se lo possono permettere spesso decidono di chiudere il diploma in un cassetto e fare le mamme a tempo pieno, ossessive e perfette. Era necessario mettere un punto fermo, pensare a qualcosa che ponesse fine allo spreco di talento legato alla casualità di nascere donna.

Non l’ho ancora finito perché, come succede per i libri che mi piacciono troppo, arrivata a metà ho cominciato a rallentarne la lettura per ritardarne le fine e quel senso di vuoto che ti lascia.
Anche per questo, per non finirlo troppo presto, ho cominciato a leggere un altro libro, da cui non mi aspettavo molto e che invece mi ha conquistata: 10 grandi donne dietro 10 grandi uomini. Dico subito che il titolo non è invitante e la copertina ancora meno. Però questa piccola casa editrice, Laurana, pubblica cose serie e questo libro lo è. Ti prende, in realtà sono 10 racconti che hanno protagoniste donne vere, viventi. E che sono grandi di per sé, non solo perché compagne di grandi uomini.
In questo mi riallaccio al libro di Gioconda Belli dove le donne per poter dimostrare, a se stesse prima di tutto, il proprio valore, devono mettere da parte gli uomini per un po’, provare a governare da sole, senza lo sguardo critico di chi il mestiere del potere lo esercita da sempre.
Le storie di Mina Welby, Anna Vespia, Rita Borsellino, Antonietta Vendola, Michelle Obama, Hilary Clinton, Harper Lee, Yoko Ono, Tahereh Saaedi Panahi, Pilar del Rio…  sono raccontate dal di dentro, a volte in prima persona. Toccano il cuore, stimolano il cervello. Isabella Marchiolo è brava, sa scrivere.  E mi ha fatto scoprire storie e donne che non conoscevo.

Entrambi i libri sono disseminati di perle di saggezza (e sono da me strasottolineati!) e mi sembrano che vadano nella stessa direzione. Le donne, il loro valore non è riconosciuto nella società in cui viviamo e “se non ora quando” non è solo uno slogan, è un grido di battaglia che deve coinvolgere tutti, uomini e donne.
Perché ritrovare l’equilibrio tra maschile e femminile per un mondo più giusto deve essere l’obiettivo di tutti. Forse sarebbe più facile se gli uomini si mettessero nei panni delle donne per 6 mesi, come accade nel paese delle donne immaginato da Gioconda Belli.
O forse basterebbe leggere insieme questi due libri. Chissà.

scrittori al bando/2

La storiaccia di cui ho parlato nel precedente post sta avendo degli sviluppi e questo grazie all’impegno di molti, a tutti quelli che ne hanno parlato nei loro blog, a quelli che hanno dato vita alle più disparate iniziattive (era un refuso in origine ma poi ho deciso che è più bello così), a quelli che si sono indignati, a quelli che non si preoccupano solo di berlusconi e delle sue donnine.
La riprendo, a mo’ di aggiornamento, utilizzando principalmente due fonti: carmillaonline e lipperatura.

Intervenendo a Fahrenheit, la presidente della provincia di Venezia Francesca Zaccariotto ha duramente preso le distanze dall’assessore alla cultura Raffaele Speranzon, che nei giorni scorsi aveva chiesto il ritiro dalle biblioteche civiche dei libri di quegli autori che nel 2004 avevano firmato un appello per Cesare Battisti. “Ritengo che quella di Speranzon sia un’iniziativa a titolo personale e non espressa nel suo ruolo istituzionale. Qualora presentasse la proposta in Giunta, sappia che la provincia di Venezia non la sosterrà. Le biblioteche sono un luogo libero”. Condanna anche da Claudio Leombroni, vicepresidente dell’Associazione Italiana Biblioteche, che ha annunciato una presa di posizione ufficiale: “Speranzon fa torto all’intelligenza dei lettori italiani, perfettamente in grado di giudicare da soli”.

Chiaramente, la Provincia di Venezia non può cavarsela così a buon mercato, con una “sconfessione a metà” che modifica sì il quadro, ma meno di quanto sembri. Un’incitazione alla messa al bando di libri da parte di una figura istituzionale, ma… “a titolo personale”. Che vorrebbe dire? Speranzon ha parlato inequivocabilmente nella sua veste di amministratore provinciale, con tanto di velato riferimento alle “leve” che avrebbe potuto azionare contro i riottosi. Riportiamo dal “Gazzettino” del 16 gennaio:

«Scriverò agli assessori alla Cultura dei Comuni del Veneziano perché queste persone siano dichiarate sgradite e chiederò loro, dato anche che le biblioteche civiche sono inserite in un sistema provinciale, che le loro opere vengano ritirate dagli scaffali […] Chiederò di non promuovere la presentazione dei libri scritti da questi autori…»

Per dirla con il giornalista Mario Tedeschini Lalli:

«[Speranzon] l’ha fatta talmente grossa che si deve dimettere, occorre chiedere le dimissioni. In questo campo non esistono iniziative “a titolo personale”. Se un assessore alla Cultura pensa “personalmente” quelle cose non può essere assessore alla Cultura.

Scrive Wu Ming:

il fatto stesso che un assessore alla cultura (!) abbia una simile idea di ciò che in teoria dovrebbe amministrare  […] a costituire il pericolo. Il fatto che un sindacato di polizia – il COISP – abbia tenuto una conferenza stampa congiunta coi promotori della schifezza è un’implicita intimidazione.

Nel frattempo si è espressa anche la casa editrice Einaudi:

«Boicottare i libri e le idee è un atto di imbarbarimento che non può trovare mai, in alcun fatto o dichiarazione o opinione, per quanto controversi essi siano, la benché minima giustificazione.»

Attenzione però perché non è ancora passata la nottata e su “la Repubblica” di oggi si riporta l’intervento dell’assessore regionale all’istruzione Elena Donazzan,  pidiellina, fervente cattolica, con alle spalle una militanza nel Fronte della Gioventù e in An.

“Non chiediamo nessun rogo di libri, intendiamoci. Semplicemente inviteremo tutte le scuole del Veneto a non adottare, far leggere o conservare nelle biblioteche i testi diseducativi degli autori che hanno firmato l’appello a favore di Cesare Battisti”. Un boicottaggio civile è il minimo che si possa chiedere davanti ad intellettuali che vorrebbero l’impunità di un condannato per crimini aberranti”, sbotta annunciando una lettera a tutti i presidi.

E su Lipperatura (che riporta una sintesi molto efficace) leggiamo la testimonianza di una bibliotecaria:

Siamo nei giorni successivi alla messa in onda di Vieni via con me. Uno dei dirigenti della biblioteca, non senza imbarazzo, riporta agli impiegati il malumore del sindaco (leghista). Non è opportuno, per il medesimo, che dopo quel programma si tengano libri di Roberto Saviano nella biblioteca.  Più o meno nello stesso momento, anche l’assessore alla Cultura esprime il proprio malumore: nota che una delle bibliotecarie sta catalogando opere di Marco Paolini e “ha espressamente chiesto di essere informato in anticipo sugli acquisti librari, per dare il proprio parere vincolante e insindacabile”.
Il dirigente propone la linea morbida: togliere i libri dagli scaffali “finché non si calmano le acque”. […] Ora, in quella biblioteca, Saviano risulta nel catalogo ma non fisicamente sugli scaffali. Nessuno risponde alle domande sul perché.

Insomma questi ce l’hanno come vizio. Ma ognuno di noi è dotato di coscienza e capacità di discernimento ed è in grado di decidere cosa leggere.

Teniamo accese le fiaccole per rischiarare la notte.

Piccole coincidenze

Oggi uscendo di casa dopo la mia stressatissima pausa pranzo ho incontrato il corriere con un pacchetto, proprio davanti al portone.
Ho capito subito che era per me, non perché abbia un intuito eccezionale ma
1. perché nel mio palazzo nessuno riceve mai posta che non siano bollette et similia
2. perché quel pacchetto conteneva chiaramente un libro e nel mio palazzo non credo proprio ci sia qualcuno che legge. Oppure lo fanno di nascosto.
Ho richiuso il portone e strappato il pacchetto. Certo lo aspettavo ma non così presto ed è stata una gioia.
Sono ormai tre mesi che collaboro con la redazione di libriconsigliati ma questa è la prima volta che “guadagno” qualcosa.
Sono soddisfatta di questa mia collaborazione ma è un bell’impegno.
Si tratta di leggere i libri che ci vengono passati e scriverne una recensione. Non sempre li posso scegliere, e non tutti i libri sono degni di questo nome, ma tocca comunque leggerli quel tanto che serve per poterli scartare con ragionevole certezza (per la verità mi basterebbero 10 pagine ma… noblesse oblige). Questa è la parte più noiosa, perché il tempo per leggere è pochissimo e sul mio comodino c’è sempre una pila di bei-libri che-vorrei-leggere, per cui non amo perdere tempo a leggere robaccia. Ma un impegno è un impegno e cerco di essere corretta.

‘è poi da aggiungere che due-tre volte al mese vado a Bari per incontri o presentazioni.

Il che vuol dire: uscire mezzora prima dal lavoro (mezzora che recupererò riducendo la pausa pranzo il giorno dopo) e correre a prendere il treno con le mie fide colleghe. Il viaggio di ritorno me lo faccio da sola e ne approfitto per leggere, salvo quando faccio brutti incontri (mi è capitato di essere abbordata da un agente di polizia penitenziaria!).

Lo faccio volentieri perché rientra in quell’obiettivo di recuperare il mio Spazio-Tempo-Dimensione. Anche se significa, spesso, trascurare tutto il resto (la casa, la cucina… la vita sociale no perché non c’è di suo) che è necessario ma, ecco, diciamo che non mi rappresenta.

Ma tornando al libro di oggi che presto leggerò e recensirò. Mi arriva da un autore, Giuliano Pavone, che ho conosciuto per caso, un libro regalato dal mio cognato-milanese-doc-preferito al mio marito-pugliese-doc-preferito. Un libro che parla di calcio, puah, ma piacevole e divertente anche per chi come me lo odia.

L’ho letto, l’ho recensito di mia iniziativa ho pure intervistato l’autore. Tutto questo prima di conoscerlo dal vivo durante una presentazione e di scoprirlo simpatico e alla mano. E adesso lui mi ha mandato un altro libro, scritto con la moglie, una scrittrice, Lucia Tilde Ingrosso, che avevo conosciuto (ma non ancora letto) in un articolo di qualche anno fa in cui viene citata tra i gli autori da valorizzare insieme… all’husband.

Il titolo del libro è Milano in cronaca nera e, ovviamente, per una sorta di legge del contrappasso dovrò regalarla, da pugliese-doc-contenta-di-esserlo, al mio cognato-milanese-doc di cui sopra.

Quante belle coincidenze. E sono sicura che ce ne saranno altre.

Ah se siete curiosi del libro di cui parlo, quello che ha originato tutto, leggete la mia recensione su LIBRICONSIGLIATI.

Scrittori al bando ovvero l’ignoranza al potere

Questo è uno di quei post che vorrei tanto fossero in molti a leggere. Ognuno deve fare la sua parte in casi come questi che secondo me sono di una gravità, direi inaudita, se invece queste cose non puzzassero di già visto e di già “audito”.
Vi riporto la mia personale sintesi-rielaborazione di quanto apparso QUI

L’assessore alla cultura della provincia di Venezia, tale Speranzon (non nuovo a uscite di questo tipo, da tempo in polemica con Massimo Carlotto, uno degli scrittori da me più amati), ha affermato di voler intimare alle biblioteche (e ai bibliotecari) della provincia di:
1. rimuovere dagli scaffali i libri di tutti gli autori che nel 2004 firmarono un appello dove si chiedeva la scarcerazione di Cesare Battisti;
2. rinunciare a organizzare iniziative con tali scrittori (dichiarati “persone sgradite”).

«Scriverò agli assessori alla Cultura dei Comuni del Veneziano perché queste persone siano dichiarate sgradite e chiederò loro […] che le loro opere vengano ritirate dagli scaffali […] Chiederò di non promuovere la presentazione dei libri scritti da questi autori: ogni Comune potrà agire come crede, ma dovrà assumersene le responsabilità

Ora, il fatto stesso che si possa concepire una cosa del genere la dice lunga sul clima da caccia alle streghe che infuria sul nostro paese.

Nella lista di proscrizione ci sono tantissimi scrittori: Valerio Evangelisti, Massimo Carlotto, Tiziano Scarpa, Nanni Balestrini, Daniel Pennac, Giuseppe Genna, Giorgio Agamben, Girolamo De Michele, Vauro, Lello Voce, Pino Cacucci, Christian Raimo, Sandrone Dazieri, Loredana Lipperini, Marco Philopat, Gianfranco Manfredi, Laura Grimaldi, Antonio Moresco, Carla Benedetti, Stefano Tassinari, Pino Cacucci e molti altri che magari si sono firmati a titolo personale e non come scrittori (e che forse per questo non verranno proscritti?).
Praticamente dovrebbero svuotare gli scaffali delle biblioteche
E forse è quello che questa gente sogna: Un mondo senza libri. Un mondo senza cultura. Un mondo senza sogni.

E comunque non sono solo scrittori ad aver firmato quell’appello. Ci sono anche tanti studenti e insegnanti, e poi editori, cuochi, avvocati, ingegneri, agricoltori, impiegati, medici, e tantissimi lettori… Che facciamo proscriviamo tutti? Sono 1500 persone (trovate QUI la lista completa).
Ma mi faccia il piacere! direbbe Totò. Però non è una cosa molto divertente questa.

Ora – a prescindere da come la si pensi sul “caso battisti” (e non chiedetemi come la penso io piuttosto informatevi di quello di cui stiamo parlando QUI) – se accettiamo l’assunto che un’autorità di qualunque tipo possa decidere cosa sia opportuno leggere e cosa no rischiamo grosso. Tutti.

«applicare un filtro morale, selezionando i libri in base ai comportamenti degli autori e alla loro aderenza ideologica e politica al volere delle maggioranze di governo.» è molto pericoloso.

Si legge sul sito di Wu Ming:
A questa schifezza dovremmo reagire tutti, non solo gli scrittori direttamente coinvolti o i bibliotecari direttamente minacciati.
– Dovrebbero farsi sentire i cittadini, i lettori, i frequentatori delle biblioteche.
– Dovrebbero farsi sentire amministratori, forze politiche e associazioni di Venezia e dei comuni circostanti.
– Dovrebbe cercare di scriverne chiunque lavori nell’informazione o abbia un blog et similia;
– Dovrebbe dire qualcosa l’Associazione Italiana Biblioteche.
– Dovrebbero dire qualcosa i sindacati dei dipendenti pubblici.
– Dovrebbero muoversi gli editori, anche legalmente, con querele e cause civili, a fronte di un’azione che procura loro danni materiali e morali.
–  Andrebbero mandate mail di protesta ai giornali (non solo a quelli veneti), andrebbero affissi volantini e lettere aperte alle bacheche di biblioteche e sale di lettura.
– Andrebbero diffusi e linkati post come questo e qualunque altro articolo, testo o video che informi su questo personaggio, sulle sue intenzioni liberticide e su eventuali iniziative dei suoi emuli e sodali.
Ed è quel che sto facendo io, nel mio piccolissimo, REAGISCO, nell’illusione che convincere anche solo una persona in più della gravità della questione sia una piccola conquista.

Alcuni degli scrittori finiti in lista nera (insieme ad altri che non ci sono finiti ma sono solidali) stanno discutendo, si stanno coordinando, stanno valutando quali azioni (anche legali) intraprendere. Ma se si muoveranno solo loro, la censura passerà. La minaccia è rivolta a tutti: a chi scrive, a chi legge, a chi ha a cuore la molteplicità dei punti di vista su qualunque argomento. Se sottovalutiamo l’iniziativa perché è stupida, si crea un precedente. E’ un’iniziativa tanto più pericolosa quanto più è stupida.
Se ne discute con intelligenza  anche QUI

«Così si colpisce la cittadinanza di uno scrittore, che è nella lingua e nelle sue opere.» (Tiziano Scarpa)