Posts Tagged ‘viaggi’

meditate, gente, meditate

Era lo slogan pubblicitario di una birra.
Capisco che possa sembrare strano sentir parlare di dieci giorni di meditazione.
Che avrò da meditare per tanto tempo? NON LO SO. Ma voglio scoprirlo.
Meditazione Vipassana , questo vado a fare, e “vipassana” significa una cosa bella, significa “vedere le cose in profondità, come realmente sono“.
Ecco è quello che vorrei provare a fare, anche se la cosa mi spaventa.
Non sono in fuga dal mondo, né da me stessa, non sono in crisi coniugale (le nostre non sono “vacanze separate” ma “vacanze diverse” su cui poi confronteremo, arricchendoci). Semplicemente sentivo l’esigenza di fare una esperienza forte e che questo era il momento per farla.
Ho prenotato il mio posto per questo corso addirittura a marzo, quando mi trovavo in un casino totale e il frastuono delle mie classi mi faceva vedere come desiderabile il silenzio assoluto. E c’era anche la necessità di avere tempo per pensare e pensarmi, e anche, perché no, di stare senza fare niente.
Avevo poi accantonato questo mio proposito, mi ero detta tanti “ma sì, ma dai”, tutto sommato ora avevo più tempo a disposizione e tante cose da fare…
Ecco, appunto,  ero sommersa di arretrati: lavoro, poesie da valutare, recensioni da fare, libri da leggere, scarabocchi che avrei voluto fare, roba da stirare, pulizie da fare, acquisti che continuavo a rimandare.
E poi sono andata in vacanza, finalmente. Una settimana di alta montagna, belle passeggiate, panorami mozzafiato, temperatura invidiabile, belle mangiate, il relax della sauna e dell’idromassaggio, la compagnia degli amici. Nessuna preoccupazione se non quella di segnalare con una crocetta quello che volevo per cena. Tutto bello, non tutto perfetto ma una bella vacanza con qualche imprevisto.
E poi si torna a casa.
Il giorno dopo, lunedì, ho ripreso a lavorare. A un certo punto guardandomi intorno mi sono resa conto che tutto il casino era ancora lì e che il mio livello di stress, dopo solo un giorno, era lo stesso di prima di partire. Anzi si sono aggiunte altre preoccupazioni e un ansia che non mi faceva dormire. Ho capito che non avrei mai trovato il tempo per mettere ordine a casa, per leggere tutti i libri che avrei voluto leggere, vedere tutti gli amici che avrei voluto vedere…insomma per togliermi gli arretrati di una vita. E di certo non avrei potuto farlo nelle mie due residue settimane di ferie. Avrei solo accumulato frustrazioni.
Così ho deciso, nel frattempo mi è arrivata la richiesta di conferma della mia partecipazione al corso. E ho risposto. Sventurata? No, penso di no.
Ho tanti dubbi e paure, e a un giorno dalla partenza anche la forte tentazione di tornare sui miei passi. Dieci giorni senza vedere le persone che amo, senza parlare con nessuno, senza poter leggere né scrivere… solo pensare a me e alla mia vita. Sì, mi  fa paura.
Ma qualcosa dentro di me mi dice che questa strana cosa mi farà bene. E voglio provarci.
So bene che quando tornerò ci saranno ad aspettarmi delle situazioni da risolvere, quelle che congelo per dieci giorni, insieme ai panni da stirare. Ma forse avrò l’energia necessaria per affrontarli.

per chi fosse incuriosito qua ci sono alcune informazioni di base sulla tecnica di VIPASSANA

Lettera ai miei alunni/6

Siamo arrivati alla fine del nostro percorso e non vi ho ancora detto in che cosa ho mancato e perché vi chiedo scusa.
Non ci rimane molto tempo, la scuola praticamente finisce dopodomani per me e come ben sapete, l’incubo di ogni compito in classe è la conclusione, soprattutto se deve essere “personale”.
E invece io ricorro alle parole di Carla Melazzini e al libro meraviglioso che mi ha fatto compagnia nei miei viaggi verso di voi. Un libro che dovrebbe essere reso obbligatorio per tutti gli insegnanti. Insegnare al principe di Danimarca (anche se il titolo un po’ allontana) è un libro bellissimo, poetico, autentico, ricco di spunti (la mia copia è tutta strasottolineata).

Potrei riportarne interi capitoli e mi piacerebbe commentarli con quelli di voi più maturi insieme a qualche insegnante. Utopia. Però c’è una parte che è utile al mio discorso e mi aiuta a scrivere la conclusione di questa lettera.
Scrive la Melazzini che per fare di una relazione una “buona relazione” occorrono almeno tre elementi: Tempo, Indipendenza, Reciprocità.
Per costruire buone relazioni ci vuole molto tempo
, anche perché bisogna riparare dei danni e si sa che se a distruggere ci vuole un secondo, a ricostruire e riparare ci vogliono anni. Pensiamo, per esempio, al terremoto di cui in questi giorni sperimentiamo la portata devastatrice.
Noi di tempo ne abbiamo avuto tanto sulla carta, 320 ore, eppure non è stato sufficiente. Ci vuole tanto tempo per conoscersi, per misurarsi e solo dopo si può cominciare a costruire. Ecco ora, a maggio, io vi conosco sufficientemente bene per poter cominciare a instaurare con voi una relazione proficua per me e per voi. Ma il nostro tempo è scaduto. Certo ne abbiamo sprecato tanto, anche questo è vero. Non è una questione di ore ma di qualità del tempo. Il tempo sprecato a verificare la disponibilità del laboratorio di informatica, dell’aula magna, il tempo sprecato a ripetere la stessa cosa 10 volte, il tempo sprecato ad arrabbiarmi, a sedare le liti non solo verbali, a difendere i più deboli dai soprusi, il tempo sprecato in viaggio. Il tempo sprecato dalle vostre protesi: quei telefonini a cui ricorrete quando non sapete cosa dire, cosa fare, dove guardare. Per sfida o per noia. Quanto tempo sprecato. Avrei potuto provare a raccontarvi chissà quali altre storie, avremmo potuto conoscerci meglio.Ma comunque anche questo spreco è fisiologico e va sempre messo in conto in ogni relazione. L’importante è usare bene quello che ci rimane. Io ci ho provato, ma ho la consapevolezza che avrei potuto dedicarvi di più del mio tempo mentale. Ma quando arrivavo a casa nel tardo pomeriggio, dopo una mattinata di combattimento e tre ore di viaggio, non avevo molta voglia di dedicarmi ancora a voi, a cercare nuovi modi per stimolarvi.
Non che non l’abbia fatto. Abbiamo riscritto la favola di Esopo in chiave moderna e poi nel vostro dialetto. Ve lo ricordate? L’abbiamo fatto all’inizio. Vi ho fatto scoprire Tommaso Fiore, questo emerito sconosciuto a cui è dedicata la vostra scuola, vi ho fatto scoprire Tim Burton e visto insieme i suoi film più belli, abbiamo letto Jimmy della collina, un romanzo per ragazzi e vi è pure piaciuto. Ne abbiamo parlato tanto, sviscerandolo in ogni aspetto. Dovreste conoscerlo a memoria. E lo so che vi avevo promesso che avremmo visto il film alla fine ma, ho cercato di spiegarlo a quelli di voi più maturi, dopo averlo visto a casa (di solito me li guardo i film prima di proporveli) ho capito che era impossibile farvelo vedere. Passi per le scene di sesso, ma il nudo integrale maschile proprio non potevo proporvelo. Mi è dispiaciuto perché sarebbe stato interessante portarvi a fare un confronto tra scrittura e visione, m anon potevo rischiare una denuncia.
Vi ho proposto brani e poesie che normalmente non entrano nei programmi scolastici. Abbiamo visto il film La scuola è finita e riflettuto insieme su cosa significa la scuola per noi. Abbiamo creato insieme gli haiku e poi abbiamo sperimentato il caviardage. E vi ricordate quando abbiamo messo in scena il matrimonio a sorpresa di Renzo e Lucia? Mi sono messa a disposizione per prepararvi ai compiti in classe e alle interrogazioni. Sì, di cose ne abbiamo fatte, vi ho fatto giocare e soprattutto mi sono messa in gioco, eppure ho la sensazione che avrei dovuto dedicarvi più tempo. Qualitativamente parlando.

Una relazione che crea dipendenza non è una buona relazione – scrive ancora la Melazzini. Questo vale nei rapporti di coppia, nell’amicizia, vale con le cose (il cellulare, la sigaretta, gli spinelli). Vale a maggior ragione nella relazione docente-alunno, dove io docente insegno perché tu possa diventare consapevole e autonomo. C’è stato questo nella nostra relazione? Non lo so. Ho provato a farvi capire che studiare, imparare a stare con gli altri, imparare a gestire le difficoltà è nel vostro interesse, e che questo vale indipendentemente dal docente che vi trovate di fronte. Ho provato anche  a farvi capire che ci sono diversi contesti e diversi modi di comportarsi per cui a scuola ci si comporta in un modo e a casa e per strada in un altro. E questo non significa affatto essere falsi, ma essere consapevoli. Ai compagni ci si rivolge in un modo, ai docenti in un altro. Ma si rimane se stessi. Che quella su Facebook è una vicevita (parafrasando Magrelli) ed è invece la vostra vita vera che dovete riempire di relazioni autentiche. Ho provato a incoraggiarvi, a dirvi che ce la potete fare se lo volete. Ma credo di aver raccolto pochi risultati sotto questo aspetto. Non sono nemmeno riuscita a farvi capire l’importanza di firmare prima con il nome e poi con il cognome, primo segno di una indipendenza dalla propria famiglia per affermare se stessi. Eppure ve l’ho ripetuto ogni giorno!

Altra caratteristica irrinunciabile in una relazione è la reciprocità. Questa è ancora più difficile anche perché, dice la Melazzini, la reciprocità va esplicitata.
Se non è reciproca una relazione non è “buona”
e reciproco vuol dire che io cresco se tu cresci.
“Qualunque relazione insegnante-alunno in cui l’insegnante non sia disposto ad accettare che lui impara dall’alunno quanto e forse più di quanto l’alunno non impari da lui, non è una buona relazione. In una relazione buona si cresce anche in termini di arricchimento emotivo. E tutto questo va esplicitato perché l’altro contraente del patto deve essere consapevole di quanto lui ti sta dando in questa relazione”.

Questa reciprocità c’è stata, io sono consapevole di quello che ho imparato da voi, soprattutto in termini di “arricchimento emotivo”, non sono però sicura di averlo esplicitato. Di avervi incoraggiato sufficientemente, di avervi mostrato gratitudine pure per quel poco di attenzione che mi davate e che mi gratificava. Certo non stiamo parlando di un contesto dove esplicitare sia facile. Voi non avete consapevolezza delle vostre emozioni, siete, come tutti gli adolescenti del mondo, pura emozione, ma emozione scomposta e incosciente. Emozione labile, evanescente. Emozione senza attenzione. Mi sarebbe piaciuto insegnarvi a essere consapevoli delle vostre emozioni per imparare a gestirle e soprattutto a non farle colonizzare dal mondo adulto per il quale voi siete solo un target. Il più ambito. Proprio perché le emozioni possono essere trasformate in impulsi ad acquistare.
È stato davvero poco il tempo perché potessimo anche solo provare ad affrontare questo argomento e vi lascio quindi vulnerabili così come vi ho incontrato.
Per questo vi chiedo scusa, a nome mio e di tutta la società degli adulti.

La vicevita

Oggi ho iniziato e finito in treno un libro di Valerio Magrelli (e ringrazio la mia amica-collega Angela per avermelo prestato) dal titolo intrigante LA VICEVITA. Sottotitolo quanto mai esplicito: TRENI E VIAGGI IN TRENO.
In effetti Magrelli riesce a tracciare affreschi poetici raccontandoci aspetti del viaggio in treno che un po’ tutti noi pendolari abbiamo condiviso.
Ne propongo, senza altro aggiungere, alcuni stralci, liberamente scelti tra quelli che più mi sono piaciuti, tra le sensazioni in cui più mi sono identificata, tra le riflessioni che più mi hanno fatto pensare.

Chi sta in treno, è segno che vuole andare da qualche parte, e lo fa sempre e solo in vista di qualcos’altro. Il suo scopo, cioè risiede altrove […]
La nostra vita pullula di queste attività strumentali e vicarie, nel corso delle quali, più che vivere, aspettiamo di vivere, o per meglio dire, viviamo in attesa di altro. […] Sono i momenti in cui facciamo da veicolo a noi stessi. È ciò che chiamerei: la vicevita.

 ***

A quest’ora l’occhio
rientra in se stesso.
Il corpo vorrebbe chiudersi nel cervello
per dormire.
Tutte le membra rincasano:
è tardi. E queste ragazze
sul sedile del treno
reclinano col sono nella testa
stordite dal riposo.
Sono animali al pascolo.

***

Giocano a carte in treno (ragazzi e vecchi) o guardano fuori. Ma io in treno leggo, e leggo per narcotizzarmi, narcotizzando il viaggio: lettura come antidoto. Metto in stand-by le pulsioni, le paure, i desideri, conservando soltanto il funzionamento della mente. Si chiama paradiso: “Sono qui seduto e leggo un poeta. Nella sala ci sono molte persone ma non si fanno sentire. Sono dentro i libri. Qualche volta si muovono fra un foglio e l’altro, come uomini che si rivoltano nel sonno, fra un sogno e l’altro come si sta bene in mezzo agli uomini quando leggono. Perché non sono sempre così?”

 ***

Sbucano poco prima della partenza, rapidi e operosi. Sono il popolo dei Muti, svelti svelti, che appare d’improvviso, e semina nel treno spille o santini. Dura un istante, è un soffio, e mi ritrovo fra le mani questi poveri ninnoli, accompagnati da una spiegazione scritta. Ripasseranno fra poco, ma senza chiedere nulla. Se non hai accettato i loro doni, li riprendono quieti e se ne vanno, questi elfi ferroviari, invisibili come sono venuti.

***

A volte i suicidi bloccano un treno. […] così stiamo fermi da ore, immobilizzati, esposti a quell’intollerabile carico di pena che ha spinto qualcuno sotto le nostre ruote.
Io odio l’uomo che ha fermato il treno, e odio il treno che lo ha smembrato vivo, e odio il mio odio, e provo un’atroce vergogna per questi sentimenti. Eppure sento d’aver subìto un’aggressione. Qui non c’è il tronco gettato dai banditi di traverso, a sbarrare i binari; adesso, di traverso, sta solo un’immensa sofferenza, che appena i vagoni si fermano, ci dà l’assalto e ci svaligia tutti.
No, c’è una differenza tra i predoni e il suicida. Quelli ti attaccavano per portarti via i bagagli; questo, al contrario, ti obbliga ad accettarne un altro. Nulla si crea, e nulla si distrugge: il suo dolore non è affatto scomparso, ma è stato distribuito fra i presenti, benché in parti diseguali.
E quando si riparte, si pesa un po’ di più.

***

Pendolari, la mattina d’inverno. Alle otto arriva un treno strapieno di sospiri. Scendono, e lasciano uno scompartimento caldo, nutrito di fiato. Sembra l’interno di un materassino da spiaggia, gonfio d’alito umano. Loro si avviano, noi li sostituiamo, in un mesto commercio di respiri.

La solita vita

La più bella vita è la “solita vita”
Questa massima – che rubo a una mia amica e che lei a sua volta ha rubato a suo padre – mi ha accompagnato come un mantra in questi primi due giorni della settimana.
Giorni di gelo, di ritardi, di coincidenze perdute, di nuovi riti a cui abbarbicarsi, di sconforto, di inutilità (plurale), di ottusità (sempre al plurale), di insonnie, di nostalgie (pantaloni di pile e tè caldo zavorrato di miele, biscotti da fare, coccole da rimandare…)

Pensavo stamattina che in fondo quel “mezzo centimetro di felicità” che manca sempre e che a volte diventa un chilometro (L’uomo flessibile, Carlo Fava: da sentire) sta tutto nelle piccole cose che facciamo ogni giorno.
Sarà banale, e lo è, ma ce ne accorgiamo sempre tardi.
Ora che  passo un terzo della mia giornata a correre tra un treno e l’altro, tra un’aula e l’altra, tra laboratorio multimediale e sala docenti senza stare in uno stesso luogo per più di un’ora, a inseguire gli alunni perché firmino il registro attestando la loro e la mia presenza… penso a tutto il tempo che ho perso e a quello che sto perdendo per inseguire qualcosa che non voglio davvero. Ma bisogna fare i conti, letteralmente, con le necessità materiali.
Ho nostalgia persino delle paure, sono così di compagnia e mi rassicurano perché in fondo sono sempre quelle.
Mi ritrovo, io che ho sempre vissuto facendo progetti, ad avere la necessità di rimodulare i miei orizzonti, accorciarli e di parecchio. Non potrei farcela, mi dico, se pensassi che vivrò in questo modo fino a giugno. All’inizio ho provato a pensarmi mese per mese, poi settimana per settimana. Oggi non posso pensarmi fra 3 giorni, il mio orizzonte, il mio spazio progettuale si è ridotto a 2 giorni. Di più mi si apre un baratro di sconforto.
Apro parentesi – È soprattutto il gelo a spaventarmi, in questo che si sta rivelando l’inverno più freddo degli ultimi 27 anni in Puglia. Se non è sfiga questa come la vogliamo chiamare? E nei prossimi giorni e settimane ci aspetta la neve. – Chiudo parentesi.
Rimangono i miei sogni, potrei chiamarli “estivi”, e senza quelli forse non avrei la forza di alzarmi dal letto al mattino e men che mai di uscire di casa sapendo quello che mi aspetta fuori.
Cerco di concentrarmi su questi sogni nei momenti  di sconforto ma mi sembrano così lontani… Persino la primavera mi chiedo se esista davvero.

Sogno numero 1: tre giorni a Barcellona, prima possibile, giugno verosimilmente, a scuola finita. E ogni lunedì mattina mi incoraggio al grido di “Gaudì aspettami!”
Sogno numero 2: la Grande Braderie a Lille il 1 settembre. E, magari, un giretto in Borgogna tanto per gradire (e per accontentare l’husband perché io andrei nei Paesi Bassi).
Il Sogno numero 3 è in via di definizione perché si è materializzato recentissimamente. Per la prima volta ho preso in considerazione l’idea di fare un corso di meditazione vipassana. Finora non mi ha mai attirato: 10 giorni di silenzio, senza nemmeno un pezzetto di carta su cui annotare qualcosa o un libro da leggere non mi sembravano il massimo del godimento.
Ma in questo momento mi sembra una cosa non solo fattibile ma auspicabile. Forse necessaria per liberarmi della zavorra delle mie paure, dei miei sogni ricorrenti, e magari anche del prurito psicosomatico che si è ripresentato dopo anni di assenza.
Ho bisogno di ritrovare il punto di inizio. Capire perché ogni qualvolta il mio mondo viene terremotato, dalla terra vengono fuori zolle dell’era paleolitica.
Il punto dolente non può essere sempre e solo quello. Io lo conosco bene il mio nervo scoperto, quel momento di rottura che ha segnato la mia vita, come vivere al di là di una faglia: sotto solo roccia e dall’altra parte tutto il resto.
Né qui né altrove: un bel titolo per un libro inutile (letto negli ultimi 2 giorni). La conclusione di questo post.

Alla fine mi sono persa anche qui. Volevo solo dire con questo post che a volte è quello che abbiamo che dobbiamo valorizzare. Ma anche che a volte succede qualcosa che scombussola il nostro giardino zen, vero o presunto, è che quella è l’occasione da prendere al volo per cambiare forma al nostro giardino e renderlo più simile a noi.
E lo dedico a una amica che in questi giorni è un po’ turbata.

Lo so che dovrei raccontare della mia esperienza a scuola. Non è il momento. Non ancora.

Le famiglie felici si assomigliano?

“Tutte le famiglie felici si assomigliano fra loro, ogni famiglia infelice è infelice a suo modo.” Lev Nikolaevic Tolstoj in Anna Karenina.

Dalla mia vacanza a Lille, Nord della Francia, mi porto dentro ricordi e suggestioni intense. Potrei parlarne per ore, potrei raccontare di come mi sento più a mio agio in un paese civile, in un paese dove nessuno suona il clacson, dove le macchine si fermano alle strisce pedonali, dove la polizia ti ferma se non hai allacciato la cintura (è capitato a me e ho fatto la figura dell’italiana. Ma era il sedile posteriore e da noi non si usa!), dove nessuno getta carte per terra, dove persone di tutte le etnie e colori del mondo camminano tranquillamente senza essere trafitte da sguardi ostili o curiosi.
Più viaggio (poco) nel Nord Europa e più apprezzo quel modo di vivere.
Non vorrei vivere lì,  ma vorrei che si vivesse così qui. Certo, eravamo in vacanza e diversa, meno idilliaca, è la quotidianità. Però le differenze ci sono, eccome. Perché non possiamo prendere ciò che di buono hanno gli altri Paesi? In termini di leggi e comportamenti.
E invece importiamo solo coca cola, fast food e cattive abitudini.

Sarà che questo tema mi sta molto a cuore… ma quello che  colpisce nei Paesi del Nord Europa è la maggiore serenità con cui si vive l’essere famiglia, che non diventa un mondo esclusivo ed escludente come spesso succede da noi. E si sente molto meno o non si sente affatto l’oppressione delle famiglie di origine.
Ho invidiato la nostra amica Beà (viva il Couchsurfing!) perché ha delle amiche meravigliose che sono rimaste tali negli anni, capaci di ritagliare spazi personali alla loro amicizia, nonostante mariti, bambini, distanze. Io non ne sono stata capace e me ne assumo tutta la responsabilità.

Abbiamo incontrato, una famiglia speciale ma così normale, così bella, così pulita.
Sabine e Laurence sono una coppia, insegnante lei e insegnante lei. Due donne solari ed energiche, l’una vegetariana e salutista, l’altra accanita fumatrice, sposate civilmente con i civilissimi PACS (Pacte civil de solidarité). Hanno adottato due bambine haitiane, splendide e problematiche come tutti i bambini che hanno vissuto un infanzia deprivata di affetti. In realtà è lei, Sabine, ad averle adottate ufficialmente perché in Francia le coppie omosessuali non possono adottare ma i single sì. E già questo è un bel passo avanti rispetto al nostro assurdo Paese.
Vivono in una bella casa, un po’ caotica, diciamo “vissuta”, con due cani (Olive e Orso), 4 gatti dai nomi impronunciabili e una tartaruga.
Ho trascorso una intera giornata con loro due, le bambine e i cani e per tutto il tempo mi sono chiesta “ma cosa ha che non va questa famiglia?”. La risposta a fine giornata è stata “niente”. È una famiglia bellissima. Punto.

Ma in Italia sarà difficile vederne, bigotti di comodo come sono i nostri governanti, con la Chiesa tarpa-ali sul collo, con i pregiudizi, col machismo e il maschilismo che ci distingue. Per non parlare del mammismo, altra sciagura tutta italiana.
Io credo che così facendo perdiamo una grande opportunità, di crescita, di confronto, di amore.
In tanti, troppi, pensano di sapere come è e come deve essere una vera famiglia; ma io mi chiedo da dove prendono tanta sicurezza e non li invidio affatto.
Mi sono sentita molto più a mio agio con loro che con tante famiglie nostrane, i rapporti mi sono sembrati più limpidi, meno vincolati da norme di comportamento ipocrite. Certo i problemi ci sono anche per loro come per tutti, non voglio farne un quadretto idilliaco da incorniciare. Sono una famiglia normale. Per quanto mi facciano orrore queste due parole messe insieme.
Non la vogliamo chiamare “famiglia”? mi sembra pretestuoso, ma in qualunque modo la si chiami ci troviamo di fronte a persone belle, che si vogliono bene e che sono in grado di tirar su due bambine difficili. Per me una famiglia è il luogo dove si costruiscono, a fatica, l’amore, il rispetto, l’armonia, l’allegria. Nulla di questo mancava a casa di Sabine e Laurence.
Condividere lo spazio e il tempo con loro mi ha allargato il cuore, mi ha nutrito la mente.
Dedico a loro questo post, anche se non lo leggeranno, perché a casa loro ho imparato almeno tre cose importanti.
Uno
: che in ognuno di noi albergano delle diffidenze, delle resistenze, dei retaggi e abbiamo bisogno di confrontarci con la concretezza e non con teorie per poter davvero comprendere.
Due
: che si può essere ferme e amorevoli allo stesso tempo (e avrò prestissimo modo di mettermi alla prova su questo).
Tre
(ed è una conferma): quel che si riesce a costruire in termini di affetti, complicità, condivisione di valori è più importante di quel che si eredita.
Per questo è importante viaggiare, per potersi confrontare, per guardare, per respirare e portarsi a casa un po’ di serenità in più.

Postilla:
Per quanto riguarda la frase di Tolstoj in apertura, mi chiedo se non sia piuttosto vero (anche) il contrario: tutte le famiglie sono infelici nello stesso modo ma ogni famiglia sa essere felice in modo diverso.

Resistere alla volgarità

Ancora una volta ho incontrato la bellezza. Dopo tanti anni, complice la presenza della nostra amica francese Beatrice, sono tornata a Castel del Monte. Sono cambiate diverse cose da quando il castello era la meta preferita del nostro gruppo di amici, il posto perfetto per smaltire la sbornia dopo aver passato la serata a cazzeggiare tra una portata e l’altra in uno degli agriturismi della zona.
Oggi, per esempio la macchina, bisogna necessariamente lasciarla nel parcheggio e prendere una navetta (4 euro il parcheggio, navetta compresa) per arrivare fino in cima. E il parcheggio è attrezzato con bar, toilette (50 centesimi!) e venditori di souvenir tra cui un improbabile castello imprigionato in una piramide di plastica similcristallo. E vabbè, è il prezzo della modernità.
Però il castello è rimasto quello di sempre e l’emozione che si prova quando lo si comincia a scorgere dalla strada è rimasta immutata. Da secoli si erge, solitario, sulla collina, da secoli ci si interroga sulla sua origine, sulla sua destinazione, sul suo significato e lui da secoli si fa beffe di tutto e tutti e continua a guardarci dall’alto. Maestoso. Purtroppo non tutti lo conoscono, molti pugliesi compresi, questa autentica  meraviglia dell’Umanità.


E poi, bellezza nella bellezza, la sorpresa di trovarci una bella mostra di De Chirico.
La chimica di un’opera d’arte vista dal vivo non ha paragoni, non c’è foto o riproduzione che possa trasmettere l’emozione del colore, i giochi di luce, le pennellate che rivelano la mano dell’artista.
Il Labirinto dell’anima è il titolo della mostra ed è davvero una meraviglia poter ammirare i quadri di De Chirico in una cornice così bella.
Naturalmente di questa mostra non sapevo nulla e credo che siano in pochi a saperlo dalle nostre parti. Sarà lì fino al 28 agosto per cui chi può ne approfitti. Non capita tutti giorni di poter cogliere due bellezze in una botta sola.

 È tanto, sai è tanto se abbiamo salvato gli occhi è Carmelo Bene a scriverlo in Nostra Signora dei Turchi.

La bellezza va condivisa, è la sola cosa che può ancora salvarci. Ma diventa sempre più difficile riconoscerla in mezzo a tanto ciarpame che ci viene spacciato per tale. Alla bellezza bisogna educarsi e bisogna educare. È una battaglia importantissima. Abbiamo bisogno della bellezza per resistere alla volgarità
Penso allo schifo di alcuni manifesti che hanno “impestato” Bari e provincia e di cui si è parlato qualche settimana fa.
Avrei voluto parlarne prima ma questo mese è andato un po’ così, per ritmi e pensieri suoi.
Ci ritorno ora, non certo per fare pubblicità a quell’azienda ma perché penso che debbano esserci dei limiti e quei limiti sono stati ampiamente superati.
In quei manifesti la bruttezza è il minimo comune denominatore e fa rima con indecenza e volgarità.
La cosa più brutta è indubbiamente lo slogan “Tu dove glielo metteresti?”, frutto del maschilismo-machismo più becero. Si sa che il pesce puzza dalla testa e in questo caso la testa è il nostro presidente del consiglio (minuscole non casuali, come non è forse un caso che la ragazza ritratta nel manifesto sia una delle sue amichette) ma non è questo il punto.
Il manifesto è brutto dal un punto di vista estetico oltre che etico. Non so chi grafico degno di questo nome abbia potuto dare l’ok si stampi a una porcheria simile.
Ma non è nemmeno questo il punto, il punto è forse che non ci ha scandalizzato come avrebbe dovuto, che sono insorte molte persone e associazioni ma non tante, non tutte. Sarà che ad agosto nemmeno la manovra finanziaria che ci toglierà quel poco che abbiamo (che angoscia) è capace di farci scendere in piazza, figuriamoci il manifesto di una donna seminuda. È che vuoi che sia! questo il commento di molti uomini su Fb e sui blog che ne hanno parlato.
E invece ci sarebbe stato da indignarci tutte e tutti perché ancora una volta il corpo delle donne è usato per “vendere”.
Certo non l’unico caso, qui a Monopoli accanto al manifesto che poi è stato censurato (hanno semplicemente coperto le scritte) faceva bella mostra di sé il manifesto di una nota marca di intimo che pubblicizza la sua linea uomo facendo indossare slip maschili a una bella ragazza, ovviamente seminuda. Qui nessuno insorge.
Perché ormai siamo abituati a tutto. Soprattutto siamo disabituati alla bellezza, quella vera.

La bellezza e l’impegno

Venerdì sera siamo usciti per bere qualcosa con una coppia di amici prima della loro partenza per le vacanze e ci siamo ritrovati la mattina dopo, alle 7.00, in partenza per Senigallia, senza ben sapere come. E posso dire di aver davvero fatto il pieno di bellezza in questo pazzo week end.

Le Marche con le colline ricoperte di girasoli, la suggestiva tranquillità di Corinaldo, paesino che ha dato i natali a Santa Maria Goretti (e curiosamente gemellato con Arcore, paese che ha dato i natali al puttaniere d’Italia), l’asta di Libera, il concerto di Caparezza, il pranzo in una straordinaria osteria a San Costanzo. Tutto bello per chi sa guardare.

E dulcis in fundo una visita alla rocca roveresca dove per sole tre settimane è esposta la Madonna di Senigallia, di Piero della Francesca.
Che quadro meraviglioso, di quelli che aprono la mente e che incantano per la loro perfetta semplicità. Quanta dolcezza, quante mestizia in quel volto di madre che presenta al mondo il bambino presagendone la fine. Eppure porta avanti il suo destino, consapevole di un impegno preso con l’umanità.
Bellezza e Impegno. L’una complementare dell’altro.


Mi viene in mente una poesia (è mia, scusate ma il mio libro è stato ristampato con degli inediti)

Ho scelto di non essere
isola
ma arcipelago
e di alghe e coralli
a dirne la bellezza
e la fatica mi impegno.

Mi viene in mente la bellezza della Val di Susa e l’impegno della popolazione e di tante persone a difenderla da chi la vuole cancellare.
Perché di questo si tratta. Cancellare la bellezza, calpestare la storia in nome di una presunta modernità. Ma vale davvero la pena distruggere un territorio abitato da uomini per consentire ad altri uomini (pochi) di andare da Torino a Lione in meno di 3 ore? Soprattutto, ha senso in un paese dove la maggior parte delle merci continua a essere trasportata su gomme (con tutto quel che ne consegue in termini di inquinamento, incidenti, costi) e dove i pendolari, cioè persone che usano  il treno per recarsi al lavoro, devono affrontare ogni giorno una odissea sempre nuova?
C’è qualcosa che non quadra in tutta questa storia. O forse quadra benissimo. È la solita storia di chi per far soldi non guarda in faccia a nessuno. Vedi il tentativo di sdoganare il nucleare, vedi la ricostruzione de L’Aquila, vedi il ponte sullo stretto…. vedi alla voce “italia” mi verrebbe da dire.

Io non ho parole nuove da spendere per la Val di Susa. Ammiro le persone che la stanno difendendo con i denti, che credono di avere diritto a esprimersi sulla loro valle.
Non ho parole nuove e raramente ne parlo per paura di scontrarmi con i soliti cliché di chi si informa solo dai tg e dei quotidiani legge solo i titoli in vetrina. Forse sbaglio, dovrei combattere anche io per la Val di Susa. Perché la bellezza appartiene a tutti.

Lo faccio nel mio piccolo, riportandovi un passo di un articolo di Gianni Vattimo, apparso sul manifesto di oggi:

Non è una faccenda che riguardi la sola Val di Susa, ormai; è l’emblema di come, con la connivenza più o meno esplicita di quella che dovrebbe essere l’opposizione, una classe di governo piena di collusioni mafiose, con l’approvazione di un Parlamento dove i voti decisivi vengono palesemente comprati, vuol realizzare un’opera della cui utilità non ha mai voluto discutere, trincerandosi dietro chiacchiere retoriche sul progresso e il minacciato isolamento del Piemonte. Chi ha visto domenica il traffico delle Valli di Susa e Chisone, bloccato per ore dalla chiusura dell’autostrada del Frejus e dalle code di auto che cercavano di avvicinarsi a Torino, ha ragione di domandarsi quante settimane potrà durare il cantiere aperto per finta in questi giorni, che si è limitato ad alzare barriere militari a difesa di un lavoro fatalmente destinato a risolversi in uno spreco di denaro europeo (anche nostro però), in uno scempio ambientale e di salute (l’amianto chi lo inghiottirà?) e nel sempre più pericoloso discredito della nostra democrazia.

E invitandovi a vedere il video in cui Marco Travaglio (non sempre simpatico ma è persona intelligente) ci racconta nel suo solito modo arguto di questa vicenda.
Ecco come Sergio di Vita (che ringrazio) presenta questo video:

Oggi è necessario tentare di informare tutti coloro che, da lontano, e senza sapere nulla di ciò di cui “si parla”, farfugliano di “sviluppo”.
Ecco allora, per cominciare, un video che fornisce una serie di argomenti; ognuno, poi, giudichi da sé.
Ma non è consentito a nessuno fare blabla su queste cose serissime, senza cognizione di causa.
Perché è responsabilità di tutti, intervenire consapevolmente su questioni nazionali di massima importanza: è in ballo il futuro di tutti gli italiani, dal punto di vista lavorativo, economico, ecologico. Soprattutto per gli abitanti della Val di Susa, più direttamente coinvolti; ma per tutti.
Dunque, prego di dare massima diffusione a questo video, se se ne condividono i principi ispiratori e gli argomenti.
Spero che nessuno si arresti alle prime battute, influenzato dalle personali simpatie o antipatie verso il tale o il tal altro “personaggio” .
Informarsi è altra cosa, e cosa ben più seria.
Oggi informarsi è possibile. Ed è un dovere, prima che un diritto. Come la libertà. Perciò: prima ascoltare; poi giudicare.

È il mio piccolo contributo alla bellezza.
Grazie a Piero della Francesca. Grazie ai tanti testimoni che ci fanno arrivare la verità dalla Val di Susa.
Apriamo gli occhi. Restiamo Umani, come avrebbe detto Vittorio Arrigoni.