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Lettera ai miei alunni/6

Siamo arrivati alla fine del nostro percorso e non vi ho ancora detto in che cosa ho mancato e perché vi chiedo scusa.
Non ci rimane molto tempo, la scuola praticamente finisce dopodomani per me e come ben sapete, l’incubo di ogni compito in classe è la conclusione, soprattutto se deve essere “personale”.
E invece io ricorro alle parole di Carla Melazzini e al libro meraviglioso che mi ha fatto compagnia nei miei viaggi verso di voi. Un libro che dovrebbe essere reso obbligatorio per tutti gli insegnanti. Insegnare al principe di Danimarca (anche se il titolo un po’ allontana) è un libro bellissimo, poetico, autentico, ricco di spunti (la mia copia è tutta strasottolineata).

Potrei riportarne interi capitoli e mi piacerebbe commentarli con quelli di voi più maturi insieme a qualche insegnante. Utopia. Però c’è una parte che è utile al mio discorso e mi aiuta a scrivere la conclusione di questa lettera.
Scrive la Melazzini che per fare di una relazione una “buona relazione” occorrono almeno tre elementi: Tempo, Indipendenza, Reciprocità.
Per costruire buone relazioni ci vuole molto tempo
, anche perché bisogna riparare dei danni e si sa che se a distruggere ci vuole un secondo, a ricostruire e riparare ci vogliono anni. Pensiamo, per esempio, al terremoto di cui in questi giorni sperimentiamo la portata devastatrice.
Noi di tempo ne abbiamo avuto tanto sulla carta, 320 ore, eppure non è stato sufficiente. Ci vuole tanto tempo per conoscersi, per misurarsi e solo dopo si può cominciare a costruire. Ecco ora, a maggio, io vi conosco sufficientemente bene per poter cominciare a instaurare con voi una relazione proficua per me e per voi. Ma il nostro tempo è scaduto. Certo ne abbiamo sprecato tanto, anche questo è vero. Non è una questione di ore ma di qualità del tempo. Il tempo sprecato a verificare la disponibilità del laboratorio di informatica, dell’aula magna, il tempo sprecato a ripetere la stessa cosa 10 volte, il tempo sprecato ad arrabbiarmi, a sedare le liti non solo verbali, a difendere i più deboli dai soprusi, il tempo sprecato in viaggio. Il tempo sprecato dalle vostre protesi: quei telefonini a cui ricorrete quando non sapete cosa dire, cosa fare, dove guardare. Per sfida o per noia. Quanto tempo sprecato. Avrei potuto provare a raccontarvi chissà quali altre storie, avremmo potuto conoscerci meglio.Ma comunque anche questo spreco è fisiologico e va sempre messo in conto in ogni relazione. L’importante è usare bene quello che ci rimane. Io ci ho provato, ma ho la consapevolezza che avrei potuto dedicarvi di più del mio tempo mentale. Ma quando arrivavo a casa nel tardo pomeriggio, dopo una mattinata di combattimento e tre ore di viaggio, non avevo molta voglia di dedicarmi ancora a voi, a cercare nuovi modi per stimolarvi.
Non che non l’abbia fatto. Abbiamo riscritto la favola di Esopo in chiave moderna e poi nel vostro dialetto. Ve lo ricordate? L’abbiamo fatto all’inizio. Vi ho fatto scoprire Tommaso Fiore, questo emerito sconosciuto a cui è dedicata la vostra scuola, vi ho fatto scoprire Tim Burton e visto insieme i suoi film più belli, abbiamo letto Jimmy della collina, un romanzo per ragazzi e vi è pure piaciuto. Ne abbiamo parlato tanto, sviscerandolo in ogni aspetto. Dovreste conoscerlo a memoria. E lo so che vi avevo promesso che avremmo visto il film alla fine ma, ho cercato di spiegarlo a quelli di voi più maturi, dopo averlo visto a casa (di solito me li guardo i film prima di proporveli) ho capito che era impossibile farvelo vedere. Passi per le scene di sesso, ma il nudo integrale maschile proprio non potevo proporvelo. Mi è dispiaciuto perché sarebbe stato interessante portarvi a fare un confronto tra scrittura e visione, m anon potevo rischiare una denuncia.
Vi ho proposto brani e poesie che normalmente non entrano nei programmi scolastici. Abbiamo visto il film La scuola è finita e riflettuto insieme su cosa significa la scuola per noi. Abbiamo creato insieme gli haiku e poi abbiamo sperimentato il caviardage. E vi ricordate quando abbiamo messo in scena il matrimonio a sorpresa di Renzo e Lucia? Mi sono messa a disposizione per prepararvi ai compiti in classe e alle interrogazioni. Sì, di cose ne abbiamo fatte, vi ho fatto giocare e soprattutto mi sono messa in gioco, eppure ho la sensazione che avrei dovuto dedicarvi più tempo. Qualitativamente parlando.

Una relazione che crea dipendenza non è una buona relazione – scrive ancora la Melazzini. Questo vale nei rapporti di coppia, nell’amicizia, vale con le cose (il cellulare, la sigaretta, gli spinelli). Vale a maggior ragione nella relazione docente-alunno, dove io docente insegno perché tu possa diventare consapevole e autonomo. C’è stato questo nella nostra relazione? Non lo so. Ho provato a farvi capire che studiare, imparare a stare con gli altri, imparare a gestire le difficoltà è nel vostro interesse, e che questo vale indipendentemente dal docente che vi trovate di fronte. Ho provato anche  a farvi capire che ci sono diversi contesti e diversi modi di comportarsi per cui a scuola ci si comporta in un modo e a casa e per strada in un altro. E questo non significa affatto essere falsi, ma essere consapevoli. Ai compagni ci si rivolge in un modo, ai docenti in un altro. Ma si rimane se stessi. Che quella su Facebook è una vicevita (parafrasando Magrelli) ed è invece la vostra vita vera che dovete riempire di relazioni autentiche. Ho provato a incoraggiarvi, a dirvi che ce la potete fare se lo volete. Ma credo di aver raccolto pochi risultati sotto questo aspetto. Non sono nemmeno riuscita a farvi capire l’importanza di firmare prima con il nome e poi con il cognome, primo segno di una indipendenza dalla propria famiglia per affermare se stessi. Eppure ve l’ho ripetuto ogni giorno!

Altra caratteristica irrinunciabile in una relazione è la reciprocità. Questa è ancora più difficile anche perché, dice la Melazzini, la reciprocità va esplicitata.
Se non è reciproca una relazione non è “buona”
e reciproco vuol dire che io cresco se tu cresci.
“Qualunque relazione insegnante-alunno in cui l’insegnante non sia disposto ad accettare che lui impara dall’alunno quanto e forse più di quanto l’alunno non impari da lui, non è una buona relazione. In una relazione buona si cresce anche in termini di arricchimento emotivo. E tutto questo va esplicitato perché l’altro contraente del patto deve essere consapevole di quanto lui ti sta dando in questa relazione”.

Questa reciprocità c’è stata, io sono consapevole di quello che ho imparato da voi, soprattutto in termini di “arricchimento emotivo”, non sono però sicura di averlo esplicitato. Di avervi incoraggiato sufficientemente, di avervi mostrato gratitudine pure per quel poco di attenzione che mi davate e che mi gratificava. Certo non stiamo parlando di un contesto dove esplicitare sia facile. Voi non avete consapevolezza delle vostre emozioni, siete, come tutti gli adolescenti del mondo, pura emozione, ma emozione scomposta e incosciente. Emozione labile, evanescente. Emozione senza attenzione. Mi sarebbe piaciuto insegnarvi a essere consapevoli delle vostre emozioni per imparare a gestirle e soprattutto a non farle colonizzare dal mondo adulto per il quale voi siete solo un target. Il più ambito. Proprio perché le emozioni possono essere trasformate in impulsi ad acquistare.
È stato davvero poco il tempo perché potessimo anche solo provare ad affrontare questo argomento e vi lascio quindi vulnerabili così come vi ho incontrato.
Per questo vi chiedo scusa, a nome mio e di tutta la società degli adulti.

TLettera ai miei alunni/3

Vi dicevo all’inizio che volevo chiedervi scusa per quello che non vi ho dato. Questa supplenza, questo progetto, per me è stato soprattutto fonte di disagio. Disagevole il viaggio per arrivare da voi, disagevoli gli orari di lezione che equivalevano a tornare a casa mai prima delle 16,30. Disagevole il non avere una classe mia, una lavagna, dover elemosinare sempre permessi. Disagevole trovarmi di fronte un gruppo di alunni così disomogeneo e non avere basi comuni da cui partire. Disagevole dover collaborare con alcuni docenti. E apro una parentesi sull’argomento perché penso che anche questo possa essere importante per voi.  Semplificando classifico i tre docenti che ho affiancato in questo modo:
A – docente motivato e competente
B – docente depresso e fannullone
C – docente inconcludente e prevenuto.

Per fortuna ho avuto modo di rapportarmi il docente A, perché in caso contrario sarei stata tentata di mollare tutto, non solo il progetto ma proprio la mia “carriera” di insegnate per il terrore di diventare come gli altri 2. Invece dal docente A ho imparato molto. Ho imparato che si può essere fermi e severi ma allo stesso tempo giusti e comprensivi. Ho imparato che I Promessi Sposi hanno ancora tanto da dire e che si può dare molto ma pretendere dagli alunni solo quello che possono dare. Grazie.

Paradossalmente però, se ci attenessimo solo ai numeri, con gli alunni del docente A ho avuto i risultati peggiori. Eppure il progetto con voi ha avuto un senso. Ha avuto un senso innanzitutto perché sono stati segnalati quali destinatari del progetto solo gli alunni che effettivamente avevano bisogno di aiuto. Di stimoli soprattutto. In una classe avevo solo 3 alunni ed è stato giocoforza lavorare con la classe intera. Inutile dire che tutti e tre saranno bocciati. Ma forse, Marco, ce la facciamo a salvarti. Non che tu cerchi di facilitarci il compito con il tuo atteggiamento e sarà una dura lotta agli scrutini perché gli altri docenti non ne vogliono proprio sapere di te. E non sono sicura che t elo meriti. E Vanessa e Ilaria? Perché non hanno mai voluto fare niente? Se avessero altri interessi fuori della scuola potrei capirle, potrei giustificare le tante assenze, ma quando mi rispondete all’unisono che a voi ingolla solo mangiare e dormire e fumare… mi cadono le braccia. Qui non è solo che non avete voglia di studiare, non avete voglia di vivere, di decidere, di combattere.
Ed evidentemente non sono stata capace di coinvolgervi nelle cose nuove che proponevo. Peccato perché il laboratorio poetico che avevamo pensato per voi credo che vi sarebbe piaciuto. Vi avrebbe fatto scoprire cose di voi stesse. O è proprio di questo che avete paura?

Nell’altra classe non è andata meglio. Su 8, 2 non li ho mai visti: erano dispersi già prima che il progetto contro la dispersione scolastica iniziasse. Dei 6 rimanenti, le 4 ragazze si sono di fatto ritirate, sono rimasti in 2 ma alla fine promosso, e qualche debito non te lo toglie nessuno, sarai solo tu Domenico. Invece, a bocciarti, Nicola, i professori sono unanimi. Proverò a difenderti, te lo prometto. Anche se tu di argomenti non me ne fornisci molti. Non studi, e vabbè, non sei certo l’unico. Però le cose le sai, a furia di ripeterle qualcosa nella testa ti è entrato. Hai diciotto anni ed è la quarta volta che ripeti il primo anno. L’anno prossimo per te qui non ci sarà più posto. E allora che farai? Prenderai finalmente coscienza del tempo che hai sprecato? Ti iscriverai al serale o prenderai una qualche brutta strada? Tutti sospettano che tu faccia uso di sostanze e temono forse che tu possa avere una cattiva influenza sugli altri. Io non credo, anzi sono convinta che gli altri hanno avuto una cattiva influenza su di te. Tu sei di pasta buona e su qualche spinello si può chiudere un occhio e mi ha giurato che a scuola mai. E io ti credo. Del resto quell’odore di mandorle amare, così ben riconoscibile, non l’ho sentito mai dalle tue parti. Io ci proverò, te lo prometto, perché sono convinta che passare finalmente al secondo anno ti farebbe bene. Ma tu mettici del tuo.

In questa classe ho dovuto prendere atto del fallimento con te, Filomena. Abbiamo cercato in tutti i modi di aiutarti, di salvarti. Ci siamo preparate insieme e ci siamo fatte interrogare, io con te, ma hanno prevalso la pigrizia e i cattivi esempi delle tue compagne. Ma anche una maleducazione di fondo e una famiglia debole. Certo che mandare a quel paese il vicepreside non è stata una idea brillante. Anche perché avevi torto.
Però quando ti ho incontrato, un mese dopo il tuo “allontanamento coatto”, eri convinta di aver subìto un ingiustizia e ti ho visto battaglierà, come se ti fosse stato tolto un diritto. Spero che questa consapevolezza ti rimarrà fino all’anno prossimo.
E tu Federica? Che peccato, avresti potuto farcela. C’era in te, insieme alla dolcezza, la volontà di provarci ma anche tante, troppe lacune. E quando ho parlato con tua sorella ho capito che non avevi chance perché ti mancava il terreno su cui far crescere la fiducia in te stessa. Ti sei arresa alla fine allo sguardo degli altri su di te, e a scuola non ti ho visto più.

Con la docente C avrò invece, numeri alla carta, risultati migliori. A essere stata segnalata per il progetto è più di metà della classe e la maggior parte di voi non aveva alcun bisogno di aiuto. Marianna, Giusy, Giuseppe, Leonardo, Andrea, Ivan…no voi non avevate bisogno di me. O forse sì perché state comunque sprecando la vostra intelligenza per la paura di emergere e di apparire, così, diversi dagli altri, dalla massa.
Siete stati segnalati con criteri che tuttora mi risultano oscuri, certo c’era da raggiungere un certo numero, certo siete una classe numerosa, certo avete dei bei caratterini e più di una volta avete risposto male a qualche docente. Ma mi ha sempre fatto impressione le volte che vi portavo fuori notare che in classe rimanevano 6-7 persone, che poi si riducevano ulteriormente perché dopo un po’ ci raggiungeva anche qualcuno che non faceva parte del gruppo. Improvvisa voglia di approfondimento? Noia?
A voi rimprovero una cosa: vi accontentate del minimo, non fate niente di più di quel che vi viene chiesto e vi nascondete dietro il dito di una docente che non amate (e che non vi ama, questo è il punto) per difendere la vostra poca buona volontà. Certo capisco anche che vedere ogni vostro sforzo reso vano possa essere frustrante, che fare delle interrogazioni mentre il docente legge il giornale non è gratificante, che avere sempre gli stessi voti indipendentemente dalle vostre prestazioni non è incoraggiante… ma voi dovete studiare per voi stessi non per il docente. Quello purtroppo non potete sceglierlo, ma quando si dice che la scuola è palestra di vita si intende proprio questo. Sapete quanti datori di lavoro incontrerete a cui non sarete simpatici, sapete in quante situazioni vi troverete in cui non vi verrà riconosciuto quello che fate? Imparate fin da ora a reagire e non a mettere semplicemente il muso. Sarete uomini e donne più forti davanti alle intemperie.

Vale anche per voi Micki, Giovanni, Carlo, Grazia, Maria che fate parte di quell’altra seconda, la classe che forse più si avvicina alla classe ideale destinataria del progetto e sto avendo i risultati migliori in senso relativo. All’inizio è stata durissima, anche solo entrare in classe, figuriamoci farmi ascoltare tra urli, lanci di palle di carte, banchi che diventano strumenti musicali e tutto il casino che sapete fare bene. Ma poi qualcosa è scattato, non ho capito quando non ho capito come, ma è successo. All’inizio una tregua, poi un qualcosa che assomigliava al rispetto.
Qualcuno di voi sarà bocciato, questo non posso impedirlo. Alessio, per esempio. Sinceramente nel tuo caso sono convinta che la bocciatura ti farebbe bene, sarebbe un bello scossone che forse l’anno prossimo ti farà cambiare atteggiamento. Hai perseguito scientemente un piano di boicottaggio verso ogni tentativo di coinvolgerti, non hai mai studiato, non ha permesso di instaurare alcuna relazione e ti sei preoccupato solo di dare fastidio facendo ogni rumore possibile. Quando ho assistito alla tua interrogazione di fine maggio avrei voluto prenderti a schiaffi. Sei stato l’unico a dire la lezione bene e a quaderno chiuso (e pazienza per i Merovingi che sono diventati Marovingi in tutte le interrogazioni. Come se uno solo di voi avesse preso gli appunti e gli altri avessero copiato da lui. O è lo stesso quaderno che vi siete passati, manco la briga di copiare vi siete presi? E quando tutti avete scritto, e ripetuto convinti all’interrogazione,  Mellina invece di Medina? che ridere… e Maometto che da un certo punto in poi, chissà perché, si fa chiamare Egira? senza nemmeno passare per Casablanca…)
Vale anche per te Ezio, spero che la bocciatura ti scuota dal torpore. Possibile che non ci sia nulla che ti interessi?
A te Maria, invece, la bocciatura non farà bene. Ti confermerà  l’idea che tutti ce l’abbiano con te. Certo capisco che essere stigmatizzata fin dall’inizio come “tanto sarai bocciata” (così mi sei stata presentata, a gennaio) non sia proprio incoraggiante. Ma anche tu ci hai messo del tuo. Perché non hai reagito dimostrandole che si sbagliava, invece di chiuderti nel risentimento e di cercare di evitarla il più possibile? Quando c’è quella prof alla prima ora tu entri sempre alla seconda. Credi che non l’abbia capito? Eppure dietro i tuoi modi sguaiati leggo, nascoste molto bene, dolcezza e tanta fragilità.  E sulla grazia che devi puntare, non sulla volgarità! fidati. E lascia perdere quel che pensa la tua insegnante, lei è senza speranza con le sue convinzioni piccolo borghese. Tu di speranze ne hai ancora tante.
Se ho insistito tanto, in particolare con voi, nella lettura di Jimmy della collina è stato per mostrarvi un modello di ragazzo della vostra età che ha le idee chiare sul suo futuro. Sono idee sbagliate, questo lo sappiamo noi e lo saprà Jimmy alla fine del suo percorso. Ma lui ha un progetto di vita e ha la capacità di fare delle scelte accettandone di volta in volta le conseguenze. Sarà questa esperienza a far sì che Jimmy alla fine sia in grado di fare la scelta giusta e di cambiare la direzione della sua vita. Per questo è un modello positivo. Anche se è un giovane rapinatore… Spero l’abbiate capito e non lo abbiate preso come modello per il “mestiere”… ma siete ragazzi intelligenti.

E che dire dei ragazzi a cui è toccato in sorte il docente B: depresso e fannullone. Però voi di seconda su questo ci marciate e alla grande. Siete  intelligenti… ma se quella intelligenza che avete non la usate per prendere in mano la vostra vita a cosa vi serve? Tanto vale essere stupidi. Da voi sono stata accolta con aperta ostilità, poi ho capito il motivo. Mi vedevate come quella che veniva a rompere il vostro comodo equilibrio: il professore non ci fa fare niente–noi ci lamentiamo ma non vogliamo fare niente. “Nullafacenti e Nullavolentifare”. E infatti all’inizio vi siete lamentati che non facevate niente ma quando vi ho proposto di fare qualcosa insieme, di recuperare il tempo e le nozioni perdute avete alzato un muro. Anche con voi sulla carta otterrò buoni anzi ottimi risultati, pochi saranno i bocciati  perché il livello della classe è talmente basso che bisognerebbe azzerarla. Ricominciare da capo. E nessuno di voi, ci scommetto, sarà rimandato in Italiano perché c’è un tacito patto tra voi e il vostro docente. Ma io e voi sappiamo che non è così. Non vi siete quasi mai fermati all’ultima ora, pochi di voi sono venuti il pomeriggio ma se arrivavo in ritardo in classe vi lamentavate che vi trascuravo. Strano modo di intendere un rapporto di reciprocità quale è quello tra docente e studente.
Del resto con voi le mie lezioni di supporto aveva poca presa. Non potevo puntare sul “dai che ci prepariamo all’interrogazione” perché nessuno di voi è mai stato interrogato (almeno in mia presenza). Né potevo invogliarvi a studiare per il compito in classe, giacché quei pochi a cui ho assistito sono stati un copia-copia generale. E nemmeno potevo dirvi “vi rispiego la lezione”… perché di spiegazioni da parte del vostro docente non ce ne sono mai state.
Ho in mente i vostri volti, le vostre espressioni, i vostri silenzi, gli sguardi sfuggenti di chi sa che la sta facendo grossa ma intanto finché dura la pacchia… Santa, Francesco, Giovanni, Daniele, Giacomo, Marianna, Raffaella…
E poi ci sei tu, Cristian. E allora diventa impossibile qualsiasi attività: la tua è una incessante operazione di disturbo perché vuoi tutte le attenzioni. Per te tutto è un gioco e vuoi qualcuno che giochi con te tutto il tempo. Per questo ci sei sempre: mattina e pomeriggio non sei mancato mai. Confesso che sono stata tentata qualche volta di dirti di rimanere a casa il pomeriggio, ma non te l’ho detto mai perché io sono qui proprio per te, non lo devo dimenticare. Nelle ultime settimane non ti ho visto molto. Dici che ti ho deluso perché non vi ho fatto vedere qual film a cui tenevi tanto. Ma ci sono delle regole, Cristian, e quella che ho cercato di farti comprendere io era semplice: il film me lo devi portare qualche giorno prima perché io non vi faccio vedere nulla a scatola chiusa. Ma tu hai continuato a sfidarmi portandomelo sempre il giorno in cui volevi vederlo. E io ho tenuto duro. Sarà servito a farti capire che anche tu sei come gli altri? Non lo so.
Ricordo bene la prima volta che ti ho visto. Eri seduto sulla finestra, pronto a lanciarti. Ok, era il piano terra ma mi ha impressionato ugualmente. Era quello che volevi? La seconda volta che sono entrata nella tua classe tu eri sdraiato lungo lungo su due banchi. Un esordio col botto, non c’è che dire. Intorno una caotica indifferenza. Sarai bocciato? Forse sì, e forse ti farà bene. Tu stesso lo dici, con orgoglio, che l’anno scorso ti comportavi meglio e qualcosa studiavi. Quest’anno niente, e in qualche modo bisogna mettere un freno a questa escalation verso il basso. E l’unico strumento che la scuola ha per farvi capire che state sbagliando è la bocciatura. Triste, no?

Che dire del docente B? Sapete, in fondo mi è simpatico perché non finge di essere quello che non è ed è convinto che basti non fare del male a nessuno per stare tranquilli. Pensate che me lo diceva in anticipo, una forma di correttezza secondo lui, che il giorno dopo non sarebbe venuto a scuola. E mi diceva pure “poverina che rimani da sola con quelli là”. Intendendo quelli della prima. Già. Ma mi fa anche rabbia che lui possa assentarsi puntualmente ogni settimana e io debba recuperare le ore perse per malattia vera. Che lui sia di ruolo e potrebbe dare la sua impronta alla classe e io debba accontentarmi di ritagli didattici. Che lui abbia (al contrario mio) il fisico, la voce, l’autorità per imporsi e abbia deciso di non farlo. Mi fa rabbia non la sua incapacità di affrontare una classe difficile sì, ma non impossibile se solo accettasse almeno di provarci. Invece ogni volta che gli ho proposto di affrontarla insieme, quella maledetta prima, si è rifugiato in un più facile “dividiamoceli”. Sono anche arrabbiata con me stessa perché gliel’ho permesso. Alla fine io mi porto via tre quarti della classe e lui rimane con i migliori, con cui comunque non fa nulla.
In quella classe ho molte difficoltà anche io. C’è un concentrato di situazioni problematiche e di studenti border line. Alcuni avrebbero bisogno di un sostegno serio e solo genitori ciechi ed egoisti possono non rendersene conto. Non so come possa una classe del genere essere lasciata lì in fondo a quel corridoio, dove non c’è alcun controllo. La prima volta che sono entrata ho pensato di essere capitata per sbaglio in una classe differenziata. Di quelle che, per fortuna, non esistono più. Volavano cartelle e astucci, uno che giocava alla guerra trascinandosi per terra, altri buttavano palle di carta, e in fondo un gruppetto di bellocci che si faceva i fatti propri con le cuffie alle orecchie, rilanciando ogni tanto con indifferenza le bottigliette d’acqua. Per terra un immondezzaio. Una volta sono entrata prima del docente e mi sono beccata una bottiglia di acqua addosso; un’altra volta nel cercare di dividere due che se la stavano dando di santa ragione, con pugni e calci, mi sono presa un pugno. Da allora in poi non entro più da sola nella vostra classe. L’unica cosa che ha funzionato con voi è stato vedere dei film insieme, per voi era un modo di sfuggire alla noia del farniente, ma poi quando si è trattato di tirare le conclusioni e di mettere su carta le considerazioni non c’è stata storia.
Mi sto rivolgendo anche a voi ma a dire la verità non sono riuscita a instaurare nessun dialogo, se non con le due ragazzine che appena possono scappano da quel clima violento per venirmi a cercare.
Però le classi non possiamo scegliercele e anche con quelle che ci stanno antipatiche dobbiamo provarci. Certo non è un bell’esempio per una docente alle prime armi come me avere affianco un insegnante che come motto ha “sopravvivere” e me lo ripete come un mantra ogni giorno. Non è incoraggiante. Ma il mio motto è “resistere resistere resistere” e sto resistendo. Anche se sono allo stremo e conto le settimane.
Il docente B andrebbe aiutato seriamente e, se non si fa aiutare, allontanato. Però per voi cari ragazzi è l’alibi per non fare niente e alla fine della giostra quelli che ci perdono siete voi. Perché a scuola non si viene solo per i voti, per i professori, per gli amici, per i genitori. Si viene per imparare qualcosa e avere qualche chance in più.

Ogni tanto mi scappa di farvi la “predica”, è una pessima abitudine di noi adulti, quella di metterci su un piano di superiorità rispetto a voi. Scusate.

Lettera ai miei alunni/1

In questi mesi intensi non ho aggiornato il blog ma questo non vuol dire che non abbia scritto. in particolare, da aprile, ho cominciato a scrivere una lettera immaginaria ai miei alunni per fissare alcune emozioni e lasciare delle tracce. Mi ha aiutato molto la lettura di un libro meraviglioso: Insegnare al principe di Danimarca (di Carla Melazzini, Sellerio editore). Ho deciso di pubblicare le mie personalisisme riflessioni sulla scuola nel mio blog, perché quale luogo migliore per condividerle con chi ha voglia di leggermi. Ho suddiviso la lettera in sequenze e ne pubblicherò una al giorno in attesa degli scrutini di mercoledì.

Ho deciso di scrivervi questa lettera che probabilmente non leggerete mai, che forse capirete poco e, chissà, magari nemmeno condividerete, per dirvi grazie per tutto quello che mi avete insegnato. E per chiedervi scusa di quello che non vi ho dato.
A parlare di noi ci sono le relazioni ufficiali che  stilerò alla fine di tutto , ma quelle sono solo chiacchiere burocratiche, la verità, e nemmeno tutta, la conosciamo solo io e voi.

Non è stata una esperienza facile per me. E ancora oggi non so dirvi se alla fine è stata positiva o negativa. Certo al momento in cui comincio a scrivervi mi sembra una occasione mancata, una opportunità sprecata. L’ennesima per me, forse la prima di tante per voi.
Quante volte ho pensato nelle prime settimane, nei primi mesi, di mollare tutto, troppo faticoso, troppo inutile.
Succede a volte che progetti belli sulla carta debbano fare i conti con realtà diverse da quelle immaginate a tavolino e bisognerebbe sempre conservarsi un margine di manovra per poter virare e dare una impronta personale, senza deviare dal percorso.

Siamo bufali non locomotive e il bello del bufalo è che “può scartare di lato”. Ma già a questo punto state cominciando a pensare che sono fuori di testa. Che c’entrano i bufali. E sì, mi dimentico che per voi la mia musica è un qualcosa di antico, di lontano, come per me  la vostra.

Mi è capitato l’anno scorso, in un’altra scuola, un professionale, una pagina di un libro di storia che per aiutare gli studenti a comprendere la grandezza di un personaggio come Lord Byron lo paragonava a John Lennon, dedicando al leader dei Beatles un riquadro con tanto di foto e biografia. Che bello questo libro  pensai, ai miei tempi non si sarebbero sognati di farlo. Salvo poi rendermi conto  che per i ragazzi i Beatles sono roba da antiquariato e nessun fascino esercitava su di loro la storia di quel cantante e personaggio tanto amato. Dalla mia generazione e da quella precedente. Non dalla loro. Ed è questo il punto. Quel libro che voleva essere moderno era già vecchio. Era nato vecchio.

Ma non posso pretendere che vi appassionate alla mia musica se prima io non mi appassiono alla vostra. Fino ai 99 posse, fabri fibra (che vi piace così tanto) vi seguo, ma voi siete oltre e la mia agenda si è riempita di nomi di cantanti e titoli di canzoni che mi avete segnalato. Non le ho ascoltate tutte, lo confesso, e ve ne chiedo scusa. A volte è più facile rifugiarsi in quel che è noto piuttosto che esplorare nuovi mondi. E voi lo sapete bene.

Il discorso della musica, la vostra e la mia, mi fornisce un aggancio per parlare dei programmi scolastici. Ho in mente le vostre facce durante certe letture dei promessi sposi, e poi le novelle di Pirandello, Montale e il suo meriggiare pallido e assorto che a voi non dice assolutamente niente. Peccato, perché anche se sono storie vecchie hanno ancora molto da dirci, ma occorrono gli strumenti per decodificarli e voi non li avete. Per colpa nostra.

Sapete, i programmi scolastici, i libri scolastici vengono pensati per voi da professoroni universitari, bravi  e competenti certo ma con una caratteristica che li accumuna. Sono certa che tutti o quasi abbiano frequentato il liceo classico, magari qualcuno lo scientifico, e poi ovviamente l’università se no non sarebbero diventati i  professoroni che sono.
E quando pensano un libro per gli studenti hanno in realtà sempre in mente lo studente che sono stati, il loro prototipo di scuola è il liceo e anche quando pensano ai libri per gli istituti tecnici e professionali pensano  a un libro per il liceo, solo più semplificato.

Ma voi non siete ragazzi semplici, voi semplicemente non siete ragazzi di liceo, le vostre storie, le vostre aspirazioni, le vostre potenzialità sono diverse. Sono pochi quelli di voi che proseguiranno gli studi e pochissimi quelli che prenderanno la via delle Lettere appassionandosi a dante-leopardi-manzoni e compagnia bella. E se invece riuscissimo ad appassionarvi alla lettura già dalla scuola superiore proponendovi testi e autori che possano realmente dialogare con voi, chissà  forse le percentuali di iscrizione all’università aumenterebbero.

Non che io sia convinta sia così importante andare a l’università, anzi, ma non trovo giusto che vi si precluda a priori questa opportunità solo perché venite visti come surrogati degli studenti di liceo, come studenti di serie B diciamolo. Eppure siete la maggioranza degli studenti. Il 70% della popolazione studentesca in Italia frequenta questo tipo di scuola, solo il 30% va al liceo. Eppure il mondo apparterrà a voi e non a loro. Anche se non è più vero neanche questo (e non so se lo è mai stato) perché il mondo è in mano a gruppi di potere che di noi se ne fregano. E almeno voi studenti di oggi non avete l’illusione che avevamo noi. Me lo ricordo ancora molto bene il preside del mio liceo che ci invitava a comportarci dignitosamente perché “voi sarete la classe dirigente del domani”.
A pensarci, oggi, sono indecisa se ridere o piangere. Tornando a voi. Ve lo devo proprio dire. Voi siete i primi a consideravi studenti di serie B. Avete rinunciato a ogni ambizione in cambio della comodità. Vero Mario, vero Francesco? Mario tu verrai bocciato quest’anno, è stato già deciso, e io non posso fare per te quello che tu stesso non vuoi fare. Non si direbbe ma sei un ragazzo sensibile però non ti piace proprio questa scuola, tu volevi fare la scuola di grafica ma era troppo lontana. Avresti dovuto alzarti presto la mattina e non ti andava. Anche tu Francesco che volevi diventare chef ma non ti ingollava di andare all’alberghiero, troppo lontano, troppo presto anche per te la sveglia.
Troppo presto avete rinunciato ai vostri sogni, ragazzi!

Mentre scrivo ho tutti i vostri 62 volti davanti. Sapete, i vostri sguardi, le vostre parole, le vostre goffaggini, le vostre emozioni così ben nascoste sotto coltri di risate sguaiate popolano anche le mie notti e i miei sogni.
Michelino con la sua timidezza nascosta dietro una pagina di sport sempre aperta, sguaiato e a suo modo dolce, Donato che non riesce a stare seduto al banco per più di 15 minuti e trova le scuse più incredibili per stare fuori (quante sigarette fumi al giorno?), Fabio che non ti guarda mai negli occhi, Michi con il suo atteggiamento da boss, Carlo con la sua intelligenza timorosa, Vito con la sua goffaggine da cartone animato, Alessio che cerca di mettersi al pari dei più grandi ma proprio non ce la fa, Giacomo con la sua infantile e fastidiosa irrequietezza, Cristian esasperante con il suo continuo richiedere attenzione, Leo con la sua fragilità scontrosa, Giovanni prigioniero del suo ruolo di belloccio, Nicola con la sua aria da bullo di periferia a nascondere la vergogna di una famiglia impresentabile, Nik in bilico sulla strada da seguire e se quest’anno lo bocciamo di strade non gliene restano molte.

E tutti gli altri, ma proprio tutti, come fotogrammi impressi nella memoria. Siete, diciamocelo, ragazzi impossibili. Impossibili per una scuola fatta su un modello di studente irreale, Impossibili per insegnanti impreparati a gestire le emozioni proprie e altrui. Impossibili eppure vivi, reali. Impossibili e, francamente, spesso insopportabili.
Come quel ragazzino di prima, maleducato e un po’ ottuso. Evidentemente abituato ad averle tutte vinte. Mi sono arresa quando ho conosciuto il padre . Mentre parlavamo il suo cellulare ha squillato e si è allontanato per rispondere a una telefonata evidentemente importantissima rimanendo tranquillamente a parlare per diversi minuti. E noi docenti ad aspettare i suoi comodi. Scusami tanto, con un padre così cosa posso aspettarmi da te? Ma rimani antipatico perché ogni volta che ti rimprovero mi guardi con l’aria più innocente del mondo, negando sempre ogni addebito. Scusa, ma anche noi docenti soffriamo di antipatie e simpatie. Perché negarlo? L’importante è che non siano questi sentimenti a guidare il nostro lavoro e il nostro giudizio. E nemmeno la convenienza di chi al bar di tuo padre si fa offrire il caffè.

La vicevita

Oggi ho iniziato e finito in treno un libro di Valerio Magrelli (e ringrazio la mia amica-collega Angela per avermelo prestato) dal titolo intrigante LA VICEVITA. Sottotitolo quanto mai esplicito: TRENI E VIAGGI IN TRENO.
In effetti Magrelli riesce a tracciare affreschi poetici raccontandoci aspetti del viaggio in treno che un po’ tutti noi pendolari abbiamo condiviso.
Ne propongo, senza altro aggiungere, alcuni stralci, liberamente scelti tra quelli che più mi sono piaciuti, tra le sensazioni in cui più mi sono identificata, tra le riflessioni che più mi hanno fatto pensare.

Chi sta in treno, è segno che vuole andare da qualche parte, e lo fa sempre e solo in vista di qualcos’altro. Il suo scopo, cioè risiede altrove […]
La nostra vita pullula di queste attività strumentali e vicarie, nel corso delle quali, più che vivere, aspettiamo di vivere, o per meglio dire, viviamo in attesa di altro. […] Sono i momenti in cui facciamo da veicolo a noi stessi. È ciò che chiamerei: la vicevita.

 ***

A quest’ora l’occhio
rientra in se stesso.
Il corpo vorrebbe chiudersi nel cervello
per dormire.
Tutte le membra rincasano:
è tardi. E queste ragazze
sul sedile del treno
reclinano col sono nella testa
stordite dal riposo.
Sono animali al pascolo.

***

Giocano a carte in treno (ragazzi e vecchi) o guardano fuori. Ma io in treno leggo, e leggo per narcotizzarmi, narcotizzando il viaggio: lettura come antidoto. Metto in stand-by le pulsioni, le paure, i desideri, conservando soltanto il funzionamento della mente. Si chiama paradiso: “Sono qui seduto e leggo un poeta. Nella sala ci sono molte persone ma non si fanno sentire. Sono dentro i libri. Qualche volta si muovono fra un foglio e l’altro, come uomini che si rivoltano nel sonno, fra un sogno e l’altro come si sta bene in mezzo agli uomini quando leggono. Perché non sono sempre così?”

 ***

Sbucano poco prima della partenza, rapidi e operosi. Sono il popolo dei Muti, svelti svelti, che appare d’improvviso, e semina nel treno spille o santini. Dura un istante, è un soffio, e mi ritrovo fra le mani questi poveri ninnoli, accompagnati da una spiegazione scritta. Ripasseranno fra poco, ma senza chiedere nulla. Se non hai accettato i loro doni, li riprendono quieti e se ne vanno, questi elfi ferroviari, invisibili come sono venuti.

***

A volte i suicidi bloccano un treno. […] così stiamo fermi da ore, immobilizzati, esposti a quell’intollerabile carico di pena che ha spinto qualcuno sotto le nostre ruote.
Io odio l’uomo che ha fermato il treno, e odio il treno che lo ha smembrato vivo, e odio il mio odio, e provo un’atroce vergogna per questi sentimenti. Eppure sento d’aver subìto un’aggressione. Qui non c’è il tronco gettato dai banditi di traverso, a sbarrare i binari; adesso, di traverso, sta solo un’immensa sofferenza, che appena i vagoni si fermano, ci dà l’assalto e ci svaligia tutti.
No, c’è una differenza tra i predoni e il suicida. Quelli ti attaccavano per portarti via i bagagli; questo, al contrario, ti obbliga ad accettarne un altro. Nulla si crea, e nulla si distrugge: il suo dolore non è affatto scomparso, ma è stato distribuito fra i presenti, benché in parti diseguali.
E quando si riparte, si pesa un po’ di più.

***

Pendolari, la mattina d’inverno. Alle otto arriva un treno strapieno di sospiri. Scendono, e lasciano uno scompartimento caldo, nutrito di fiato. Sembra l’interno di un materassino da spiaggia, gonfio d’alito umano. Loro si avviano, noi li sostituiamo, in un mesto commercio di respiri.

La solita vita

La più bella vita è la “solita vita”
Questa massima – che rubo a una mia amica e che lei a sua volta ha rubato a suo padre – mi ha accompagnato come un mantra in questi primi due giorni della settimana.
Giorni di gelo, di ritardi, di coincidenze perdute, di nuovi riti a cui abbarbicarsi, di sconforto, di inutilità (plurale), di ottusità (sempre al plurale), di insonnie, di nostalgie (pantaloni di pile e tè caldo zavorrato di miele, biscotti da fare, coccole da rimandare…)

Pensavo stamattina che in fondo quel “mezzo centimetro di felicità” che manca sempre e che a volte diventa un chilometro (L’uomo flessibile, Carlo Fava: da sentire) sta tutto nelle piccole cose che facciamo ogni giorno.
Sarà banale, e lo è, ma ce ne accorgiamo sempre tardi.
Ora che  passo un terzo della mia giornata a correre tra un treno e l’altro, tra un’aula e l’altra, tra laboratorio multimediale e sala docenti senza stare in uno stesso luogo per più di un’ora, a inseguire gli alunni perché firmino il registro attestando la loro e la mia presenza… penso a tutto il tempo che ho perso e a quello che sto perdendo per inseguire qualcosa che non voglio davvero. Ma bisogna fare i conti, letteralmente, con le necessità materiali.
Ho nostalgia persino delle paure, sono così di compagnia e mi rassicurano perché in fondo sono sempre quelle.
Mi ritrovo, io che ho sempre vissuto facendo progetti, ad avere la necessità di rimodulare i miei orizzonti, accorciarli e di parecchio. Non potrei farcela, mi dico, se pensassi che vivrò in questo modo fino a giugno. All’inizio ho provato a pensarmi mese per mese, poi settimana per settimana. Oggi non posso pensarmi fra 3 giorni, il mio orizzonte, il mio spazio progettuale si è ridotto a 2 giorni. Di più mi si apre un baratro di sconforto.
Apro parentesi – È soprattutto il gelo a spaventarmi, in questo che si sta rivelando l’inverno più freddo degli ultimi 27 anni in Puglia. Se non è sfiga questa come la vogliamo chiamare? E nei prossimi giorni e settimane ci aspetta la neve. – Chiudo parentesi.
Rimangono i miei sogni, potrei chiamarli “estivi”, e senza quelli forse non avrei la forza di alzarmi dal letto al mattino e men che mai di uscire di casa sapendo quello che mi aspetta fuori.
Cerco di concentrarmi su questi sogni nei momenti  di sconforto ma mi sembrano così lontani… Persino la primavera mi chiedo se esista davvero.

Sogno numero 1: tre giorni a Barcellona, prima possibile, giugno verosimilmente, a scuola finita. E ogni lunedì mattina mi incoraggio al grido di “Gaudì aspettami!”
Sogno numero 2: la Grande Braderie a Lille il 1 settembre. E, magari, un giretto in Borgogna tanto per gradire (e per accontentare l’husband perché io andrei nei Paesi Bassi).
Il Sogno numero 3 è in via di definizione perché si è materializzato recentissimamente. Per la prima volta ho preso in considerazione l’idea di fare un corso di meditazione vipassana. Finora non mi ha mai attirato: 10 giorni di silenzio, senza nemmeno un pezzetto di carta su cui annotare qualcosa o un libro da leggere non mi sembravano il massimo del godimento.
Ma in questo momento mi sembra una cosa non solo fattibile ma auspicabile. Forse necessaria per liberarmi della zavorra delle mie paure, dei miei sogni ricorrenti, e magari anche del prurito psicosomatico che si è ripresentato dopo anni di assenza.
Ho bisogno di ritrovare il punto di inizio. Capire perché ogni qualvolta il mio mondo viene terremotato, dalla terra vengono fuori zolle dell’era paleolitica.
Il punto dolente non può essere sempre e solo quello. Io lo conosco bene il mio nervo scoperto, quel momento di rottura che ha segnato la mia vita, come vivere al di là di una faglia: sotto solo roccia e dall’altra parte tutto il resto.
Né qui né altrove: un bel titolo per un libro inutile (letto negli ultimi 2 giorni). La conclusione di questo post.

Alla fine mi sono persa anche qui. Volevo solo dire con questo post che a volte è quello che abbiamo che dobbiamo valorizzare. Ma anche che a volte succede qualcosa che scombussola il nostro giardino zen, vero o presunto, è che quella è l’occasione da prendere al volo per cambiare forma al nostro giardino e renderlo più simile a noi.
E lo dedico a una amica che in questi giorni è un po’ turbata.

Lo so che dovrei raccontare della mia esperienza a scuola. Non è il momento. Non ancora.

polemiche di provincia

Il mio post precedente è diventato, quasi per caso, un articolo per lo stesso mensile. Un po’ modificato, naturalmente  perché una cosa è scrivere sul un blog che è come una forma di diario di cui rispondo in prima persona, altra cosa è scrivere su un mensile cartaceo e collettivo.
Ho scritto un articolo sotto forma di lettera, molto più equilibrato del post, rispettoso, non certo prendendomela con l’autrice ma prendendo la sua infelice frase come spunto per poter dire quello che penso in merito.
L’articolo è anche piaciuto, insomma, era senza pretese però tocca alcuni temi a cui tengo molto.
Scrivo per esempio: Noi donne oggi combattiamo da una parte con una vocina atavica (quanto somigliante a quella delle nostre mamme, zie, nonne…) che ci fa sentire inadeguate se il nido domestico non è perfettamente a posto e se la cena non è ancora pronta, dall’altra con una società che ci vuole premurose, disponibili e giovanili in ogni occasione.

E ho concluso consigliando di leggere il libro di Michela Murgia (Ave Mary) cogliendo l’occasione per parlare di un libro e di un tema che mi sta a cuore:
Avrei solo un ultimo suggerimento, se mi permette. Legga Ave Mary di Michela Murgia (Einaudi).Le rivelerà aspetti inediti della donna per eccellenza, Maria di Nazareth. Che il “sì” di Maria, per esempio, non era un sì di sottomissione (come la Chiesa degli uomini ci ha convinto a pensare) ma di ribellione.

Si ribella, infatti, a quello che la società dell’epoca riteneva fosse il suo “dovuto” (quale ragazza non avrebbe risposto “ne parlerò con mio padre”?) e invece decide liberamente di accettare la proposta “indecente” dell’angelo mandato dal Signore.
E meno male che lo ha fatto. Altrimenti non staremmo qui, io e lei, a parlarne.

Mi pare anche rispettoso, o no?
Beh non ci crederete ma quella che mi era stata descritta come una innocente ottantenne ha mandato una lettera di fuoco in redazione: inopportuna, insensata e offensiva. Per fortuna non la pubblicheranno, sarebbe una inutile polemica e non era quello lo spirito del mio articolo. Ma la signora  deve essere una di quelle matrone da salotto di provincia abituata a essere giudicata sempre brillante e arguta. Tra le altre cose mi ha definito una “femminista estrema” autodefinendosi “femminista autentica” e temo ne sia convinta. Una che dice che al marito non si può chiedere più del dovuto come aiuto in casa? Bah. E comunque io non sono femminista, né estrema, né autentica, né doc o quel che si vuole.

Riporto solo la risposta al mio suggerimento  di lettura (a quanto pare la cosa l’ha offesa molto, come se le avessi detto signora lei è un’ignorante):
A parte l’imperdonabile colpa di non conoscere questa grande opinionista (povera Michela Murgia ridotta al ruolo di opinonista), lei crede davvero logico appiccicare questa etichetta ad una donna umile, povera e ubbidiente che, pure spaventata dall’enormità della “proposta indecente” le si è tuttavia adeguata? Non è Lei che ha portato in seno il figlio di Dio per poi farlo nascere in un tugurio, respinta da tutti, e che poi il figlio ha seguito nel suo sublime cammino di sommo maestro sino all’atroce e ingiusta morte sulla croce? Lasciamo andare signora il suo femminismo è davvero irrispettoso oltre che capotico
(sic).

Insomma Maria di Nazareth non è una ribelle ant litteram. E pazienza, ognuno ha le sue idee. però capotica non me lo h amai detto nessuno. Onore al merito.
Sorpresa e amareggiata da questa sterile polemica, molto provinciale, ma non ci sto a farmi trascinare in queste logiche da cortiletto. Io dico quello che penso. Punto.
Però a dire il vero ora mi è stato chiesto di tenere una rubrica fissa per questo mensile. Una sorta di Diario di una casalinga (disperata?). A me piacerebbe, mi piace scrivere (anche se già mi chiedo dove troverò il tempo). Potrebbe diventare una sezione di questo blog che aggiorno così poco… Però sono  titubante. Non vorrei attirarmi addosso le ire di tutte le vecchiette del quartiere… HELP. Scherzi a parte… è che ogni volta che mi espongo, che dico davvero quello che penso succede qualche casino. Chi me lo fa fare?

“l’ira funesta delle cagnette a cui aveva rubato l’osso…”

Dovuto o non dovuto?

Sto leggendo in questi giorni  AVE MARY di Michela Murgia (sottotitolo “e la Chiesa inventò la donna”). Un saggio appassionante e ben scritto che dovrebbe essere letto nelle scuole, a catechismo, tra gruppi di amiche. Che le mamme dovrebbero leggere alle loro bambine (magari quando tornano dal catechismo per riequilibrare le parti).
Ho sottolineato molti passi che vorrei proporre in un prossimo post per una riflessione comune.
Ma prima un piccolo sfogo.

Stamattina leggendo un innocuo articolo su un mensile della mia città (l’ho detto? Monopoli mia città? Posso avere 2 città?) mi è salita una tale rabbia che avrei volentieri strappato il giornale.
Sono bastate tre righe scritte con leggerezza per buttare al vento tutte le mie riflessioni e le emozioni positive che questo libro mi sta dando. A che serve leggere libri quando giornali, riviste, manifesti, programmi tv ci dicono tutto l’opposto?
Quando persino una donna qualunque su un giornale di provincia qualunque (sia detto “qualunque”, in entrambi i casi in senso non dispregiativo) si permette di scrivere:

“vorrei ricordarlo alle (donne) contemporanee che, lavorando extra moenia, si sentono autorizzate a seguire superficialmente i figli e a coinvolgere più del dovuto in casa il partner!”

Più del dovuto! E con tanto di punto esclamativo.
E chi lo stabilisce cosa è il “dovuto” di un uomo in casa? E il “dovuto” della donna qual è? E se ci sono dei figli grandicelli il loro “dovuto” qual è?
E il dovuto dei cani, dei gatti, dei canarini di casa?
E poi cosa si intende per “dovuto”? Dovuto a chi, poi? A volte usiamo le parole dimenticandoci il loro autentico significato.

Secoli di battaglie (quotidiane, non ideologiche!) e poi mi trovo una frase del genere, lanciata stupidamente nel mezzo di un articolo che parla di una dolce e rispettabilissima vecchietta che, riporta l’articolo, “era piccola e ricurva per via del quotidiano lavoro in casa e per l’assoluta ignoranza di come le ossa e le colonna vertebrale vadano tutelate”.
Ecco, perché non torniamo all’epoca dell’ignoranza, ai tempi in cui le donne si spezzavano la schiena per lavare i panni sulla stricatora?

Non ho niente di personale contro l’autrice di questo articolo (sì una donna ahimè, una donna e non poteva essere diversamente perché gli uomini queste cose le pensano ma non le dicono, sanno che è politically incorrect), ma contro quello che ha scritto e il messaggio che veicola sì.
Il mio consiglio? perché non aprire una scuola per insegnare ai nostri mariti a fare solo il dovuto in casa, magari meno ma mai di più. A quello ci pensano le donne, da secoli.