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Questo articolo di Concita de Gregorio dice tutto quello che avrei voluto dire io. Con lucidità e serenità fa i nomi, inchioda i responsabili, quelli che la Giustizia non ha contemplato. Certo potremmo accontentarci di una sentenza che, per la prima volta in Italia, condanna non solo gli esecutori materiali ma chi ha dato loro gli ordini. Ma non basta e non mi accontento perché quello che è successo a Genova non è solo “la più grave sospensione dei diritti umani in un paese occidentale dopo la Seconda Guerra Mondiale” come dichiarato da subito da Amnesty International, è stato anche il tentativo, in parte riuscito, di distruggere i sogni di una intera generazione. Chi pagherà per questo?

GIUSTIZIA E OMISSIONI
di Concita De Gregorio, “La Repubblica” del 7/07/2012

Troppo tardi e troppo poco. È per queste due ragioni che non si riesce a sentirsi davvero al sicuro, al riparo di una solida e limpida democrazia. È per questo che la sentenza della Cassazione sulla Diaz genera sollievo, sì, perché una pagina di verità è stata scritta e certo assai peggio sarebbe stata un’assoluzione generale. Ma non basta, non riesce a ripristinare quella forse ingenua ma formidabile e condivisa sensazione di libera cittadinanza, di fiducia nel rispetto delle regole fondamentali, di possibilità di esprimersi e di manifestare consenso o dissenso che c’era prima.

Prima di Genova, perché come le torri gemelle hanno segnato uno spartiacque per il mondo intero, il G8 ha scandito, in Europa, un prima e un dopo. Oggi la tenacia del sostituto procuratore Pietro Gaeta restituisce agli italiani una stilla di giustizia, ed è un’ottima notizia che qualcosa sia cambiato nel Paese e si possa ricominciare a farlo. Le pubbliche scuse e le pesanti meditate parole di Giorgio Manganelli, attuale capo della Polizia, fanno sperare negli uomini: perché le istituzioni sono gli uomini che le incarnano. Ciò non toglie che sia troppo tardi, e troppo poco. Undici anni sono il tempo che separa un bambino delle elementari dalla sua laurea, un esordio agonistico dal ritiro, sono il tempo di mezzo di una vita: troppi per aspettare i punti di sutura ad una ferita, quella che si vede sanguinare dalla testa di uno dei giovani della Diaz nella foto sui giornali che, identica di anno in anno, ferma il tempo da allora. Troppi per la ferita collettiva a un sentimento ormai in cancrena.

Quelli che di noi erano alla Diaz, quella notte, sanno come sono andate le cose da quell’istante esatto. Dalle 23.30 del 21 luglio 2001. Sono andate come la sentenza assai tardivamente conferma, come ricostruisce per una piccola parte degli eventi da cui restano tuttavia esclusi i mandanti. Lo sanno con la precisione di un ricordo indelebile che chi ha potuto e voluto ha certificato fin dalle cronache del giorno dopo, nelle testimonianze ostinate e reiterate in tribunale, in ogni occasione pubblica e privata. Non ci volevano undici anni per dire che stavano tutti dormendo, nella scuola, che le luci erano spente quando sono arrivati i mezzi della Polizia e a centinaia i caschi blu. Che i vetri sono stati rotti dall’esterno verso l’interno, i cocci delle finestre erano tutti dentro, non uno in cortile. Che l’irruzione è stata comandata a freddo, che chi dormiva si è svegliato e ha cercato di salvarsi correndo su per le scale ma molti sono rimasti dov’erano, invece, perché non capivano e non sapevano cosa dovessero temere, e sui loro sacchi a pelo sono stati massacrati. Che non c’erano passamontagna di black bloc in quella scuola, nulla è stato portato via quella notte che non fossero persone in barella.

Lo sappiamo da quell’istante perché lo abbiamo visto accadere minuto per minuto, abbiamo visto le luci accendersi dopo l’irruzione e sentito le urla salire lungo i piani, perché siamo entrati nella scuola subito dopo e a terra c’erano libri, diari, documenti, mutande, una bibbia in corridoio, una scatola di tampax per le scale, una copia del Don Chisciotte strappata, sangue dappertutto. Sangue sui registri della scuola, sulle maniglie antipanico delle porte, sui banchi, tantissimo sangue nei bagni. E quella scritta, comparsa subito, pennarello su foglio bianco, in inglese: non lavate questo sangue.

Abbiamo visto in quel cortile, quella notte, il responsabile delle relazioni esterne della Polizia di Stato Roberto Sgalla, braccio destro di De Gennaro allora capo della Polizia, parlare al telefono cellulare fino ad operazioni concluse, per così dire. Fino a che il novantatreesimo corpo è stato portato via in barella. E abbiamo sentito il questore di Genova Colucci dire, poche ore dopo, che Sgalla era stato mandato alla Diaz da De Gennaro stesso, in quelle ore assente da Genova. Salvo ritrattare anni dopo, a processo, e modificare la versione: a convocare Sgalla, ha messo a verbale Colucci, sono stato io.

Da questa nuova versione è scaturita la sentenza che certifica l’estraneità di De Gennaro ai fatti. Non fu il capo della Polizia, dunque, a disporre “la macelleria messicana” della Diaz — dice quella sentenza — né furono gli esponenti politici del centrodestra al governo presenti in massa durante le operazioni, nessuno dei quali ha mai pronunciato una sola parola di autocritica, di giustificazione, di spiegazione. Se ne deduce che gli alti dirigenti di Polizia ora sospesi dalle pubbliche funzioni, molti dei quali nel frattempo promossi a più alti incarichi e infine, undici anni dopo, condannati, abbiano agito quella sera di loro iniziativa: che abbiano disposto a freddo la mattanza senza essere stati da alcuno autorizzati a farlo. Così, una loro idea.

Ricordiamo a chi avrebbero potuto chiedere un parere, proprio lì sul posto e sul momento, se ne avessero avvertita l’esigenza. A Gianfranco Fini, allora vicepresidente del Consiglio e in quei giorni prima in visita alla sala operativa della questura poi, il sabato della morte di Carlo Giuliani, chiuso nella caserma di San Giuliano. A Claudio Scajola, allora ministro dell’Interno ma fin da allora evidentemente inconsapevole. A Filippo Ascierto, ex carabiniere e responsabile Difesa di An, in quei giorni a capo di una delegazione di parlamentari costantemente presente negli uffici di pubblica sicurezza: tra la sala operativa e il comando provinciale dell’Arma alla vigilia dell’assalto alla Diaz transitarono con Ascierto Giorgio Bornacin, An, eletto a Genova, Federico Bricolo, Lega, Ciro Alfano, Biancofiore, e Giuseppe Cossiga, eletto con Forza Italia. Fu suo padre Francesco qualche settimana dopo a pronunciare al Senato il celebre discorso in favore di Scajola, alla vigilia del voto che rinnovava al ministro la fiducia del Parlamento.

In assenza dell’accertamento di una responsabilità politica e/o gerarchica le condanne di Gratteri, Luperi, Calderozzi e dei loro colleghi nulla dicono su quale sia stata la catena di comando che ha disposto il massacro della Diaz e qualche giorno dopo quello di Bolzaneto, carcere dove i reclusi venivano picchiati in cella al suono di Faccetta nera nei telefoni cellulari, suoneria del resto in voga ancora oggi negli uffici pubblici delle principali municipalizzate romane, chissà se è al corrente Alemanno. Giova infine ricordare, per quanto ovvio, che a Genova era naturalmente presente Silvio Berlusconi, allora e per molto tempo ancora presidente del Consiglio. Della morte di Carlo Giuliani disse, quel pomeriggio: “Un inconveniente”.

Bene dunque che il clima sia cambiato, che si possa oggi salutare una pagina di verità con una consapevolezza collettiva che certo ci arriva anche dalle tragedie di Cucchi e Aldrovandi, chè il pericolo del sopruso vestito da istituzione è sempre in agguato. Bene le scuse, peccato per le omissioni. Resta ancora da scrivere, imminente, la sentenza per dieci manifestanti accusati di “devastazione e saccheggio”, termini adatti ad una guerra benché di guerre tra eserciti non si sia vista traccia, a Genova. Le guerre si combattono tra schieramenti avversi e in armi, non le combattono i cittadini che manifestano contro coloro che sono chiamati a garantire la sicurezza di tutti, anche la loro.
Per quei dieci manifestanti sono stati chiesti 100 anni di carcere. Anche dall’esito di quella sentenza dipenderà la possibilità che la ferita del G8 possa cominciare, con così grave ritardo e tante amputazioni, a chiudersi.

Sopravvivere, Resistere, Dissentire

Ho sentito per la prima volta Serge Latouche nel 1995, già allora scriveva che le sopravvivenze precapitalistiche non vanno considerate “ostacoli al progresso”, bensì “il fulcro della rigenerazione sociale” perché costituiscono “le basi per una soluzione alternativa ai flagelli provocati dall’imperialismo”. Già allora poneva all’attenzione il problema di come decolonizzare il nostro immaginario: “Il nemico non è soltanto rappresentato dagli altri. Il nemico siamo noi stessi, il nemico è nella nostra testa. Abbiamo tutti l’immaginario colonizzato. Abbiamo tutti la necessità di una catarsi”.

Risentirlo ieri a Locorotondo mi ha fatto una strana impressione, un po’ perché rispetto a 17 anni fa parla un bell’italiano arrotondato alla francese (all’epoca fu necessaria una traduttrice) un po’ perché quelli che erano concetti lontanissimi dal pensiero comune oggi fanno in un certo senso parte della nostra quotidianità.
Lo stesso Latouche era conosciuto solo dagli addetti ai lavori mentre oggi centinaia di persone si spostano per andarlo a sentire ogni volta che viene dalle nostre parti.
Concetti come “decrescita” o l’idea stessa della “crisi come possibilità per ripensarsi” nel 1995 non erano ipotizzabili. Venivamo fuori dagli anni Ottanta, Tangentopoli aveva spazzato via le balene bianche e i garofani rossi e il nuovo che avanza era già vecchio e aveva colonizzato il nostro immaginario in modo irrimediabile. Ma non lo sapevamo. È vero che Pasolini ci aveva ammonito che lo sviluppo senza progresso non ci avrebbe portato da nessuna parte. Ma lo abbiamo ammazzato e dimenticato. Un altro dei profeti sconfessati, per usare un titolo di un libro di Latouche che mi è caro.
Ieri Latouche ha detto che dobbiamo fare i conti con 3 dimensioni, tutte ugualmente importanti e da non sottovalutare (e ha fatto l’esempio dei lati di un triangolo): Sopravvivenza, Resistenza, Dissidenza. Ciascuna indispensabile e direi quasi propedeutica all’altra.
Ovviamente prima di tutto dobbiamo sopravvivere, altrimenti non sarebbe possibile nessuna resistenza o dissidenza.
Sopravvivere significa adattarsi al mondo, ma non significa che dobbiamo approvarlo né aiutarlo a funzionare, al di là del necessario. Si tratta di fare un compromesso con la realtà ma non una compromissione (l“etica del compromesso” di cui parlava Ricoeur). Dobbiamo accettare dei compromessi nel nostro vivere e agire quotidiano, ma senza accettare le compromissioni nel pensiero. E questa è la prima forma di resistenza. Resistere con tutte le forze al lavaggio del cervello che il pensiero unico fa attraverso i media.
Dobbiamo immaginare – dice sempre Latouche – di essere passeggeri di una magamacchina che corre ad altissima velocità e senza pilota. Resistere significa tentare di frenare, di cambiare la direzione. Oppure possiamo provare a saltare giù. E questa è la Dissidenza. Fermate il mondo, voglio scendere – mi verrebbe da dire…
Latouche precisa che: “il territorio e il senso del limite sono molto importanti perché il patrimonio locale è la base della sopravvivenza, della resistenza e della dissidenza, così come è la sorgente del senso del limite. […] Se a breve termine la strategia della sopravvivenza è la più importante, a termine medio, lo sarà la strategia della resistenza e, a lungo termine, quella della dissidenza.”

Dice ancora Latouche che dobbiamo sostituire all’ossimoro “sviluppo sostenibile” un altro binomio che sembra un ossimoro ma non lo è: “abbondanza frugale”. Bellissimo questo accostamento. Significa crescere ma crescere tutti, crescere in modo sano. Non significa affatto tornare indietro ma inventare un nuovo futuro. E fin qui ci siamo.
L’economista filosofo francese ha anche parlato di “riusabilità” e della necessità di tornare ad aggiustare gli oggetti che si rompono invece che correre ad acquistarne di nuovi e alimentare così la nostra “tossicodipendenza dai consumi”. E in quest’ottica invitava a recuperare le piccole tradizioni contadine e l’artigianato locale.

Io che ho bisogno di dare forma concreta ai pensieri, ho bisogno di farmi degli esempi, di dare una pennellata di colore realistico alle foto color seppia ho pensato alla Stanza dello Scirocco, una piccolissima bottega artigianale su via Porto, nel centro storico di Monopoli, dove una giovane artista crea con il legno oggetti che sembrano venire dal passato e invece, direbbe Latouche, vanno verso il futuro.
Ogni volta che ci passo davanti vorrei avere qualche scusa per entrare nel negozietto e farmi incantare da angeli, pesci, gufi, passerotti, gabbiani che fanno capolino dai vetri appannati dal freddo di questi giorni e sembrano aspettare anche loro la maledetta primavera. Chissà, mi chiedo, se saremo di nuovo capaci di dare il giusto valore alle mani che creano.
Certo ha ragione Latouche a dire che bisognerebbe provare ad aggiustare le cose prima di buttarle via. Tra l’altro i computer e i telefonini che buttiamo vanno a inquinare le coste del Ghana e della Costa d’Avorio…
Però nessuno  aggiusta nulla, non conviene dicono, e non lo sanno più fare. Mi fa sorridere pensare a un elettricista cui mi sono rivolta, anni fa, perché riparasse uno dei fuochi del mio piano cottura. Mi ha detto che facevo prima a buttarlo e a comprarlo nuovo. Ma quello era nuovo. Garanzia appena scaduta ma nuovo. Io mi ero da pochissimo trasferita nel centro storico di Monopoli e non conoscevo nessuno, così mi sono tenuta il mio piano cottura e sono 9 anni che cucino tranquillamente con tre fuochi. Alla faccia della “obsolescenza programmata”.§
Qualche mese fa si è rotto l’interruttore della cappa e per combinazione mi sono rivolta allo stesso elettricista. Non ci potevo credere quando mi ha detto che sarebbe stato difficilissimo trovare il pezzo di ricambio e che dovevo cambiare la cappa.
È andata a finire che ho trovato il pezzo su internet e l’ho ordinato direttamente in azienda. Dopo 4 giorni il pezzo di ricambio era a casa: 10 euro + 15 euro la spedizione.
Decisamente l’elettricista in questione non ha mai letto Latouche e non sa che  “fare meglio con meno” è la parola d’ordine della decrescita (felice e serena).

Per chi voglia approfondire si legga il manifesto della decrescita.

Nave senza nocchiero

Non sono la prima né l’ultima a vedere nel tragico affondamento della nave Concordia una triste metafora del nostro Paese.
A me sono venuti subito in mente alcuni famosi versi danteschi (Canto VI del Purgatorio)

Ahi serva Italia, di dolore ostello,
nave sanza nocchiere in gran tempesta,
non donna di province, ma bordello!

Una nave senza nocchiero o con un nocchiero pusillanime, che nega l’evidenza fino alla fine. Un nocchiero che non è capace di prendersi le responsabilità del proprio ruolo.
Quello che scrivevo nel post precedente si è rivelato in tutta la sua drammaticità. Ognuno nelle cose che fa, nel suo lavoro e nelle sue scelte di vita – auspicavo – deve metterci la coscienza.
Dal macchinista dei treni a chi ripara i marciapiedi, da chi costruisce le case a chi opera in ospedale, da chi pulisce le strade a chi guida una nave.
L’Italia e il mondo intero sono come quella nave che va avanti a oltranza, continuando a bere, mangiare e ballare fino a che uno scoglio interrompe, in modo tragico, la navigazione.
Sarebbe bastato invertire la rotta, fermarsi un attimo prima. Anche fuori di metafora il messaggio è lo stesso: invertire la rotta. Cambiare pagina e abitudini, smetterla di consumare le risorse prima che queste finiscano.

Ieri a Monopoli, la mia città adottiva (non so se io ho adottato lei o viceversa) si è svolta una manifestazione regionale per protestare contro le trivellazioni delle nostre coste alla ricerca di petrolio.
Un corteo colorato che al grido di NO PETROLIO vuole impedire alla Northern Petroleum di distruggere le nostre coste. La manifestazione, come tutte le manifestazioni popolari, ha avuti luci e ombre, però nessuno può più far finta di non saperne niente e anche a livello politico, vista anche la massiccia presenza di politici di ogni schieramento (ma dov’erano prima, quando quei permessi sono stati firmati?) ora dovranno perlomeno ascoltarci.
Vista dall’interno la manifestazione ha un sapore diverso, quello delle persone che ci hanno creduto e che si sono impegnate perché riuscisse.
Alla fine, di ogni cosa si può dire che “lascia il tempo che trova” ma se tutti ragionassimo così nulla mai cambierebbe.
Due riflessioni a margine del corteo. 1) passando davanti alle associazioni di pescatori mi ha colpito (ma non stupito) che proprio loro che avrebbero più da perdere, proprio loro che nel mare ci vivono e del mare vivono fossero sulla soglia a guardare il corteo, le facce impenetrabili di chi ha ben altri problemi e guarda a queste manifestazioni come a delle ragazzate. Davvero inquietante. 2) mi chiedo quante delle persone che hanno partecipato al corteo siano consapevoli di una cosa: NO PETROLIO significa anche lasciare la macchina a casa se puoi fare il tragitto a piedi. Significa prendere il treno, andare in bici, camminare… ma non solo. Significa cambiare il proprio stile di vita. Significa anche imparare ad apprezzare quello che abbiamo. Significa anche fare piccoli passi, ma farli. Possibilmente nella direzione giusta.
E qui ritorniamo alla nave senza nocchiero e alla necessità di cambiare comandante e invertire la rotta.

La linea d’ombra

polemiche di provincia

Il mio post precedente è diventato, quasi per caso, un articolo per lo stesso mensile. Un po’ modificato, naturalmente  perché una cosa è scrivere sul un blog che è come una forma di diario di cui rispondo in prima persona, altra cosa è scrivere su un mensile cartaceo e collettivo.
Ho scritto un articolo sotto forma di lettera, molto più equilibrato del post, rispettoso, non certo prendendomela con l’autrice ma prendendo la sua infelice frase come spunto per poter dire quello che penso in merito.
L’articolo è anche piaciuto, insomma, era senza pretese però tocca alcuni temi a cui tengo molto.
Scrivo per esempio: Noi donne oggi combattiamo da una parte con una vocina atavica (quanto somigliante a quella delle nostre mamme, zie, nonne…) che ci fa sentire inadeguate se il nido domestico non è perfettamente a posto e se la cena non è ancora pronta, dall’altra con una società che ci vuole premurose, disponibili e giovanili in ogni occasione.

E ho concluso consigliando di leggere il libro di Michela Murgia (Ave Mary) cogliendo l’occasione per parlare di un libro e di un tema che mi sta a cuore:
Avrei solo un ultimo suggerimento, se mi permette. Legga Ave Mary di Michela Murgia (Einaudi).Le rivelerà aspetti inediti della donna per eccellenza, Maria di Nazareth. Che il “sì” di Maria, per esempio, non era un sì di sottomissione (come la Chiesa degli uomini ci ha convinto a pensare) ma di ribellione.

Si ribella, infatti, a quello che la società dell’epoca riteneva fosse il suo “dovuto” (quale ragazza non avrebbe risposto “ne parlerò con mio padre”?) e invece decide liberamente di accettare la proposta “indecente” dell’angelo mandato dal Signore.
E meno male che lo ha fatto. Altrimenti non staremmo qui, io e lei, a parlarne.

Mi pare anche rispettoso, o no?
Beh non ci crederete ma quella che mi era stata descritta come una innocente ottantenne ha mandato una lettera di fuoco in redazione: inopportuna, insensata e offensiva. Per fortuna non la pubblicheranno, sarebbe una inutile polemica e non era quello lo spirito del mio articolo. Ma la signora  deve essere una di quelle matrone da salotto di provincia abituata a essere giudicata sempre brillante e arguta. Tra le altre cose mi ha definito una “femminista estrema” autodefinendosi “femminista autentica” e temo ne sia convinta. Una che dice che al marito non si può chiedere più del dovuto come aiuto in casa? Bah. E comunque io non sono femminista, né estrema, né autentica, né doc o quel che si vuole.

Riporto solo la risposta al mio suggerimento  di lettura (a quanto pare la cosa l’ha offesa molto, come se le avessi detto signora lei è un’ignorante):
A parte l’imperdonabile colpa di non conoscere questa grande opinionista (povera Michela Murgia ridotta al ruolo di opinonista), lei crede davvero logico appiccicare questa etichetta ad una donna umile, povera e ubbidiente che, pure spaventata dall’enormità della “proposta indecente” le si è tuttavia adeguata? Non è Lei che ha portato in seno il figlio di Dio per poi farlo nascere in un tugurio, respinta da tutti, e che poi il figlio ha seguito nel suo sublime cammino di sommo maestro sino all’atroce e ingiusta morte sulla croce? Lasciamo andare signora il suo femminismo è davvero irrispettoso oltre che capotico
(sic).

Insomma Maria di Nazareth non è una ribelle ant litteram. E pazienza, ognuno ha le sue idee. però capotica non me lo h amai detto nessuno. Onore al merito.
Sorpresa e amareggiata da questa sterile polemica, molto provinciale, ma non ci sto a farmi trascinare in queste logiche da cortiletto. Io dico quello che penso. Punto.
Però a dire il vero ora mi è stato chiesto di tenere una rubrica fissa per questo mensile. Una sorta di Diario di una casalinga (disperata?). A me piacerebbe, mi piace scrivere (anche se già mi chiedo dove troverò il tempo). Potrebbe diventare una sezione di questo blog che aggiorno così poco… Però sono  titubante. Non vorrei attirarmi addosso le ire di tutte le vecchiette del quartiere… HELP. Scherzi a parte… è che ogni volta che mi espongo, che dico davvero quello che penso succede qualche casino. Chi me lo fa fare?

“l’ira funesta delle cagnette a cui aveva rubato l’osso…”

Resistere alla volgarità

Ancora una volta ho incontrato la bellezza. Dopo tanti anni, complice la presenza della nostra amica francese Beatrice, sono tornata a Castel del Monte. Sono cambiate diverse cose da quando il castello era la meta preferita del nostro gruppo di amici, il posto perfetto per smaltire la sbornia dopo aver passato la serata a cazzeggiare tra una portata e l’altra in uno degli agriturismi della zona.
Oggi, per esempio la macchina, bisogna necessariamente lasciarla nel parcheggio e prendere una navetta (4 euro il parcheggio, navetta compresa) per arrivare fino in cima. E il parcheggio è attrezzato con bar, toilette (50 centesimi!) e venditori di souvenir tra cui un improbabile castello imprigionato in una piramide di plastica similcristallo. E vabbè, è il prezzo della modernità.
Però il castello è rimasto quello di sempre e l’emozione che si prova quando lo si comincia a scorgere dalla strada è rimasta immutata. Da secoli si erge, solitario, sulla collina, da secoli ci si interroga sulla sua origine, sulla sua destinazione, sul suo significato e lui da secoli si fa beffe di tutto e tutti e continua a guardarci dall’alto. Maestoso. Purtroppo non tutti lo conoscono, molti pugliesi compresi, questa autentica  meraviglia dell’Umanità.


E poi, bellezza nella bellezza, la sorpresa di trovarci una bella mostra di De Chirico.
La chimica di un’opera d’arte vista dal vivo non ha paragoni, non c’è foto o riproduzione che possa trasmettere l’emozione del colore, i giochi di luce, le pennellate che rivelano la mano dell’artista.
Il Labirinto dell’anima è il titolo della mostra ed è davvero una meraviglia poter ammirare i quadri di De Chirico in una cornice così bella.
Naturalmente di questa mostra non sapevo nulla e credo che siano in pochi a saperlo dalle nostre parti. Sarà lì fino al 28 agosto per cui chi può ne approfitti. Non capita tutti giorni di poter cogliere due bellezze in una botta sola.

 È tanto, sai è tanto se abbiamo salvato gli occhi è Carmelo Bene a scriverlo in Nostra Signora dei Turchi.

La bellezza va condivisa, è la sola cosa che può ancora salvarci. Ma diventa sempre più difficile riconoscerla in mezzo a tanto ciarpame che ci viene spacciato per tale. Alla bellezza bisogna educarsi e bisogna educare. È una battaglia importantissima. Abbiamo bisogno della bellezza per resistere alla volgarità
Penso allo schifo di alcuni manifesti che hanno “impestato” Bari e provincia e di cui si è parlato qualche settimana fa.
Avrei voluto parlarne prima ma questo mese è andato un po’ così, per ritmi e pensieri suoi.
Ci ritorno ora, non certo per fare pubblicità a quell’azienda ma perché penso che debbano esserci dei limiti e quei limiti sono stati ampiamente superati.
In quei manifesti la bruttezza è il minimo comune denominatore e fa rima con indecenza e volgarità.
La cosa più brutta è indubbiamente lo slogan “Tu dove glielo metteresti?”, frutto del maschilismo-machismo più becero. Si sa che il pesce puzza dalla testa e in questo caso la testa è il nostro presidente del consiglio (minuscole non casuali, come non è forse un caso che la ragazza ritratta nel manifesto sia una delle sue amichette) ma non è questo il punto.
Il manifesto è brutto dal un punto di vista estetico oltre che etico. Non so chi grafico degno di questo nome abbia potuto dare l’ok si stampi a una porcheria simile.
Ma non è nemmeno questo il punto, il punto è forse che non ci ha scandalizzato come avrebbe dovuto, che sono insorte molte persone e associazioni ma non tante, non tutte. Sarà che ad agosto nemmeno la manovra finanziaria che ci toglierà quel poco che abbiamo (che angoscia) è capace di farci scendere in piazza, figuriamoci il manifesto di una donna seminuda. È che vuoi che sia! questo il commento di molti uomini su Fb e sui blog che ne hanno parlato.
E invece ci sarebbe stato da indignarci tutte e tutti perché ancora una volta il corpo delle donne è usato per “vendere”.
Certo non l’unico caso, qui a Monopoli accanto al manifesto che poi è stato censurato (hanno semplicemente coperto le scritte) faceva bella mostra di sé il manifesto di una nota marca di intimo che pubblicizza la sua linea uomo facendo indossare slip maschili a una bella ragazza, ovviamente seminuda. Qui nessuno insorge.
Perché ormai siamo abituati a tutto. Soprattutto siamo disabituati alla bellezza, quella vera.

Per sempre ragazzo

Se devo pensare a un momento in cui ho smesso di essere giovane, in cui cioè ho smesso di credere che ci fossero, distinti, il Bene e il Male, che ci fosse, nascosta da qualche parte, la Giustizia, è stato un giorno preciso: il 20 luglio 2001. Dieci anni fa.

Me lo ricordo come se fosse ieri.
Io a Genova ci volevo andare. Per me era normale dopo tante marce per la pace, andare lì a dire come la pensavo, che mondo volevo. L’husband sapeva che qualcosa di brutto sarebbe successo. È andata a finire che ci siamo fermati un giorno di più in Svizzera e da lì abbiamo saputo subito quello che in Italia ancora non si sapeva.
Le immagini di quel ragazzo morto, lo schifo per quello che in Italia si diceva, la percezione che qualcosa si era rotto per sempre. Il senso di ingiustizia e di impotenza. Rabbia e dolore.
Quel ragazzo, Carlo Giuliani, per me è stato fin da subito il simbolo della giovinezza perduta. La sua soprattutto: 21 anni sono davvero troppo pochi per morire. Ma anche la mia, e quella di chi finora aveva pensato che si potesse cambiare il mondo.
Gli hanno dedicato libri e film in questi dieci anni. Ma soprattutto avrebbero dovuto dedicargli quella piazza. Piazza Alimonda doveva diventare “Piazza Carlo Giuliani, ragazzo”. Saremmo ancora in tempo, ma ho la sensazione che il Potere non lo permetterà.


È da poco uscito il libro Per sempre ragazzo (Marco Tropea Editore), con poesie e racconti a lui dedicati.
Per sempre ragazzo, già. Lui sì. Noi no.
Era solo un ragazzo di ventuno anni. Oggi è un simbolo, ma io avrei preferito che fosse diventato uomo. E anche sua madre Haidi, piccola grande donna.
Scrive Erri de Luca:

Lui non voleva un nome, quel mattino di luglio voleva andare al mare.

E così conclude:

Pensò al respiro di sua madre, il mare.
Poi scivolò sul fondo, senza peso di vita.
Dice il proverbio persiano: «Se vuoi farti un nome,viaggia o muori».
Dieci anni più tardi il suo nome viaggia
insieme alle onde che sono la maggioranza del mondo.

Un “ritratto” poetico. Ma la verità è, anche, un’altra. Molto meno poetica. Lo scrive Massimo Carlotto, nello stesso libro

Non ti possono cancellare dalla memoria di questo Paese ma sono convinti di modificarla, di addomesticarla. Si sbagliano, ma che fatica! Dieci anni a rintuzzare parola per parola.
Chi ti ha assassinato è una figura tragica. Una delle tante usa e getta di questa società che divora tutto e tutti. Ma quello che oggi faccio fatica a raccontarti è che i pretoriani e i loro capi hanno fatto carriera. Che le foto che li ritraggono vittoriosi, nelle loro buffe divise da guerrieri dei fumetti, resteranno appese alle pareti dei luoghi infami dove la memoria è solo vergogna.
Il fatto è che i politici che tramarono, ordinarono e depistarono sono sempre gli stessi e che l’uomo forte del governo, che agiva da generale dalla caserma dei carabinieri, oggi è diventato un indispensabile difensore della democrazia. Uno statista. No, Carlo caro, non sto scherzando. Siamo stati traditi da tutti coloro che hanno finto sdegno ma si sono ben guardati dall’imporre la commissione d’inchiesta su quanto accadde a Genova in quei giorni di luglio.

 

il paese delle donne

Sto leggendo due libri che si incastrano alla perfezione, e che mi porto appresso come un totem da un piano all’altro della casa.
Uno è  Nel paese delle donne di Gioconda Belli, un’autrice che ho amato moltissimo, il suo La donna abitata è uno di quei libri che mi ha cresciuto, come dico io. Rimpiango ancora di averlo perso durante uno dei traslochi. Me lo ricomprerò prima o poi ma non è la stessa cosa, lì c’erano le mie sottolineature e le mie glosse…
Che bello ritrovare questa autrice in un libro così pieno di poesia ma anche concreto e sovversivo. Un regalo dell’husband…
La cosa intrigante è che le vicende di Faguas – fantasioso paese dell’America Latina in cui le donne, stanche dei soprusi, della corruzione, del degrado morale e della sporcizia di un governo di uomini, prendono il potere e con la complicità di un vulcano che abbassa il livello di testosterone capovolgono la situazione, allontanando tutti gli uomini dagli incarichi pubblici per non subirne le pressioni e imparare a credere in se stesse – sono lo specchio di quello che avviene nella occidentale Italia, e penso non solo qui.

Era necessario smontare rimontare il puzzle dell’educazione dei figli, e cioè il problema più grosso per una donna emancipata che voglia essere madre ma anche professionista di successo. Farsi carico della casa e dell’ufficio è un peso gravoso. Quelle che se lo possono permettere spesso decidono di chiudere il diploma in un cassetto e fare le mamme a tempo pieno, ossessive e perfette. Era necessario mettere un punto fermo, pensare a qualcosa che ponesse fine allo spreco di talento legato alla casualità di nascere donna.

Non l’ho ancora finito perché, come succede per i libri che mi piacciono troppo, arrivata a metà ho cominciato a rallentarne la lettura per ritardarne le fine e quel senso di vuoto che ti lascia.
Anche per questo, per non finirlo troppo presto, ho cominciato a leggere un altro libro, da cui non mi aspettavo molto e che invece mi ha conquistata: 10 grandi donne dietro 10 grandi uomini. Dico subito che il titolo non è invitante e la copertina ancora meno. Però questa piccola casa editrice, Laurana, pubblica cose serie e questo libro lo è. Ti prende, in realtà sono 10 racconti che hanno protagoniste donne vere, viventi. E che sono grandi di per sé, non solo perché compagne di grandi uomini.
In questo mi riallaccio al libro di Gioconda Belli dove le donne per poter dimostrare, a se stesse prima di tutto, il proprio valore, devono mettere da parte gli uomini per un po’, provare a governare da sole, senza lo sguardo critico di chi il mestiere del potere lo esercita da sempre.
Le storie di Mina Welby, Anna Vespia, Rita Borsellino, Antonietta Vendola, Michelle Obama, Hilary Clinton, Harper Lee, Yoko Ono, Tahereh Saaedi Panahi, Pilar del Rio…  sono raccontate dal di dentro, a volte in prima persona. Toccano il cuore, stimolano il cervello. Isabella Marchiolo è brava, sa scrivere.  E mi ha fatto scoprire storie e donne che non conoscevo.

Entrambi i libri sono disseminati di perle di saggezza (e sono da me strasottolineati!) e mi sembrano che vadano nella stessa direzione. Le donne, il loro valore non è riconosciuto nella società in cui viviamo e “se non ora quando” non è solo uno slogan, è un grido di battaglia che deve coinvolgere tutti, uomini e donne.
Perché ritrovare l’equilibrio tra maschile e femminile per un mondo più giusto deve essere l’obiettivo di tutti. Forse sarebbe più facile se gli uomini si mettessero nei panni delle donne per 6 mesi, come accade nel paese delle donne immaginato da Gioconda Belli.
O forse basterebbe leggere insieme questi due libri. Chissà.