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Sopravvivere, Resistere, Dissentire

Ho sentito per la prima volta Serge Latouche nel 1995, già allora scriveva che le sopravvivenze precapitalistiche non vanno considerate “ostacoli al progresso”, bensì “il fulcro della rigenerazione sociale” perché costituiscono “le basi per una soluzione alternativa ai flagelli provocati dall’imperialismo”. Già allora poneva all’attenzione il problema di come decolonizzare il nostro immaginario: “Il nemico non è soltanto rappresentato dagli altri. Il nemico siamo noi stessi, il nemico è nella nostra testa. Abbiamo tutti l’immaginario colonizzato. Abbiamo tutti la necessità di una catarsi”.

Risentirlo ieri a Locorotondo mi ha fatto una strana impressione, un po’ perché rispetto a 17 anni fa parla un bell’italiano arrotondato alla francese (all’epoca fu necessaria una traduttrice) un po’ perché quelli che erano concetti lontanissimi dal pensiero comune oggi fanno in un certo senso parte della nostra quotidianità.
Lo stesso Latouche era conosciuto solo dagli addetti ai lavori mentre oggi centinaia di persone si spostano per andarlo a sentire ogni volta che viene dalle nostre parti.
Concetti come “decrescita” o l’idea stessa della “crisi come possibilità per ripensarsi” nel 1995 non erano ipotizzabili. Venivamo fuori dagli anni Ottanta, Tangentopoli aveva spazzato via le balene bianche e i garofani rossi e il nuovo che avanza era già vecchio e aveva colonizzato il nostro immaginario in modo irrimediabile. Ma non lo sapevamo. È vero che Pasolini ci aveva ammonito che lo sviluppo senza progresso non ci avrebbe portato da nessuna parte. Ma lo abbiamo ammazzato e dimenticato. Un altro dei profeti sconfessati, per usare un titolo di un libro di Latouche che mi è caro.
Ieri Latouche ha detto che dobbiamo fare i conti con 3 dimensioni, tutte ugualmente importanti e da non sottovalutare (e ha fatto l’esempio dei lati di un triangolo): Sopravvivenza, Resistenza, Dissidenza. Ciascuna indispensabile e direi quasi propedeutica all’altra.
Ovviamente prima di tutto dobbiamo sopravvivere, altrimenti non sarebbe possibile nessuna resistenza o dissidenza.
Sopravvivere significa adattarsi al mondo, ma non significa che dobbiamo approvarlo né aiutarlo a funzionare, al di là del necessario. Si tratta di fare un compromesso con la realtà ma non una compromissione (l“etica del compromesso” di cui parlava Ricoeur). Dobbiamo accettare dei compromessi nel nostro vivere e agire quotidiano, ma senza accettare le compromissioni nel pensiero. E questa è la prima forma di resistenza. Resistere con tutte le forze al lavaggio del cervello che il pensiero unico fa attraverso i media.
Dobbiamo immaginare – dice sempre Latouche – di essere passeggeri di una magamacchina che corre ad altissima velocità e senza pilota. Resistere significa tentare di frenare, di cambiare la direzione. Oppure possiamo provare a saltare giù. E questa è la Dissidenza. Fermate il mondo, voglio scendere – mi verrebbe da dire…
Latouche precisa che: “il territorio e il senso del limite sono molto importanti perché il patrimonio locale è la base della sopravvivenza, della resistenza e della dissidenza, così come è la sorgente del senso del limite. […] Se a breve termine la strategia della sopravvivenza è la più importante, a termine medio, lo sarà la strategia della resistenza e, a lungo termine, quella della dissidenza.”

Dice ancora Latouche che dobbiamo sostituire all’ossimoro “sviluppo sostenibile” un altro binomio che sembra un ossimoro ma non lo è: “abbondanza frugale”. Bellissimo questo accostamento. Significa crescere ma crescere tutti, crescere in modo sano. Non significa affatto tornare indietro ma inventare un nuovo futuro. E fin qui ci siamo.
L’economista filosofo francese ha anche parlato di “riusabilità” e della necessità di tornare ad aggiustare gli oggetti che si rompono invece che correre ad acquistarne di nuovi e alimentare così la nostra “tossicodipendenza dai consumi”. E in quest’ottica invitava a recuperare le piccole tradizioni contadine e l’artigianato locale.

Io che ho bisogno di dare forma concreta ai pensieri, ho bisogno di farmi degli esempi, di dare una pennellata di colore realistico alle foto color seppia ho pensato alla Stanza dello Scirocco, una piccolissima bottega artigianale su via Porto, nel centro storico di Monopoli, dove una giovane artista crea con il legno oggetti che sembrano venire dal passato e invece, direbbe Latouche, vanno verso il futuro.
Ogni volta che ci passo davanti vorrei avere qualche scusa per entrare nel negozietto e farmi incantare da angeli, pesci, gufi, passerotti, gabbiani che fanno capolino dai vetri appannati dal freddo di questi giorni e sembrano aspettare anche loro la maledetta primavera. Chissà, mi chiedo, se saremo di nuovo capaci di dare il giusto valore alle mani che creano.
Certo ha ragione Latouche a dire che bisognerebbe provare ad aggiustare le cose prima di buttarle via. Tra l’altro i computer e i telefonini che buttiamo vanno a inquinare le coste del Ghana e della Costa d’Avorio…
Però nessuno  aggiusta nulla, non conviene dicono, e non lo sanno più fare. Mi fa sorridere pensare a un elettricista cui mi sono rivolta, anni fa, perché riparasse uno dei fuochi del mio piano cottura. Mi ha detto che facevo prima a buttarlo e a comprarlo nuovo. Ma quello era nuovo. Garanzia appena scaduta ma nuovo. Io mi ero da pochissimo trasferita nel centro storico di Monopoli e non conoscevo nessuno, così mi sono tenuta il mio piano cottura e sono 9 anni che cucino tranquillamente con tre fuochi. Alla faccia della “obsolescenza programmata”.§
Qualche mese fa si è rotto l’interruttore della cappa e per combinazione mi sono rivolta allo stesso elettricista. Non ci potevo credere quando mi ha detto che sarebbe stato difficilissimo trovare il pezzo di ricambio e che dovevo cambiare la cappa.
È andata a finire che ho trovato il pezzo su internet e l’ho ordinato direttamente in azienda. Dopo 4 giorni il pezzo di ricambio era a casa: 10 euro + 15 euro la spedizione.
Decisamente l’elettricista in questione non ha mai letto Latouche e non sa che  “fare meglio con meno” è la parola d’ordine della decrescita (felice e serena).

Per chi voglia approfondire si legga il manifesto della decrescita.

Nemmeno un temporale

È l’augurio che mi faccio per il 2012.
Perché di temporali nel 2011 ce ne sono stati parecchi. Certo il diluvio a Genova, a Messina, sulle Cinque terre, a dirci la pochezza umana davanti alla Natura, ma anche a dirci che ognuno nelle cose che fa, nel suo lavoro e nelle sue scelte di vita, deve metterci la coscienza. Altrimenti è il disastro. E poi i temporali delle rivoluzioni che hanno cambiato le coordinate di una parte di mondo.
Ma ci sono anche quei temporali passeggeri, quei lampietuoni che squarciano il cielo e che sembrano non dover finire mai. E poi finiscono. Quelle pioggerelline sottili e fastidiose, quel vento che piega gli ombrelli e si insinua nel bavero delle nostre certezze.
Insomma quelle piccole e grandi tempeste che attraversano la vita dei singoli.
L’ho visto così il mio 2011, burrascoso ma in sordina, con momenti di staticità e guizzi di follia, a guardare le gocce d’acqua riparata dai vetri.
È stato un anno in cui la paura per il futuro ha spesso avuto il sopravvento sulla consapevolezza del presente e ha preso la forma della paura di uscire di casa. Non voglio permettere che accada di nuovo.

Questi ultimi mesi sono stati particolarmente ricchi di stimoli e spunti, che sono diventati appunti sparuti e sparsi  ma non sono mai diventati post. Per mancanza di tempo, per pigrizia e forse per paura. Il mondo intorno  è cambiato velocemente: politica, economia, democrazia sono temi che mi interrogano e mi inquietano. Un turbine di domande e non ho risposte da mettere nero su bianco.
E poi la scoperta di blog molto più intelligenti come quello di Michela Murgia che in genere scrive dando corpo ai miei pensieri  e lo fa decisamente molto meglio di come potrei farlo io; e quello di un’amica ritrovata, Paola Natalicchio, che scrive il suo toccante resoconto dal regno di OP (Ospedale pediatrico) in cui è finita insieme al suo piccolo Angelo.
I miei appunti sparsi non sono diventati nemmeno nuove poesie, anche se quest’anno ha segnato la mia rinascita in poesia, non solo perché è stato ristampato Canto e disincanto con alcuni inediti che aggiungono tasselli di me a un libro che già mi rappresenta molto, ma perché grazie al confronto con altri e con altro sono uscita allo scoperto come persona poetica.
Un anno segnato dai ragazzi impossibili dell’IPSIAM, una supplenza che mi ha fortificato e mi ha anche liberato dal giogo della vita in ufficio, facendomi vivere una dimensione casalinga che forse non avevo mai sperimentato e “regalandomi” qualche chilo in più.
Un anno di rinunce (che vanno a braccetto con le paure) e di stareaguardare.
Un anno di ricuciture che il filo si vede sempre.
Un anno di presa di distanza e di confidenze.
Un anno di scritture: post (pochi), articoli locali, recensioni e interviste… tutto per compensare le stronzate che scrivo a pagamento e per evitare che mi inaridiscano.
Un anno di spazi ritagliati per l’arte e la bellezza.
Un anno di letture intense ma di poco cinema e poca musica (parola d’ordine: recuperare).
Un anno di solitudini, di piccole fughe, di condivisioni minime. Di sorellanze ritrovate e smarrite. Di amiche lontane più vicine di quelle vicine.
Un anno che ha segnato il ritorno nel mondo dell’editoria per farmi ricordare cosa significa avere a che fare con autori ed editori, tutti chiacchiereedistintivo.
Un anno segnato dalla carenza di ferro e da un nuovo rapporto col cibo che ha rafforzato la consapevolezza che è da qui che bisogna cominciare la rivoluzione.

Comunque sia un anno passato. E quello che verrà comincia col botto.
Una nuova supplenza e questa volta gioco fuori casa, sconvolgo la mia vita, le mie abitudini, i miei ritmi, provo a non mollare nulla ma a riconsiderare tutto. Niente più centrifugati di frutta, niente più tè delle cinque, niente più coccole ai gatti, niente più tempo. Ma colgo questa come una occasione, che nasce da un necessità, quella di non morire seduta su una sedia confrontandomi solo con lo schermo, quella di imparare (forse) finalmente un mestiere che pur non volendo sarà il mio, ma anche quella più prosaica di mettere qualche soldo da parte per affrontare meglio il futuro.
Sta la crisi, si sa. Oppure no? Che tipo di crisi è? non è una cosa da prendere alla leggera, certo, ma non riguarda solo l’economia, domestica o mondiale che sia. Riguarda il nostro stile di vita, il nostro rapporto col futuro. Ma sono scettica sulla possibilità di invertire la rotta, siamo troppo attaccati alle nostre ottuse certezze, ai nostri privilegi per cogliere le opportunità insite nel concetto stesso di “crisi”: cesura ma anche e soprattutto discernimento… Che bella parola.
Quello che auguro a tutti.

2012: nemmeno un temporale!

ACQUA ALLO ZENZERO FRESCO

Se trovate lo zenzero fresco… ve la consiglio. è anche buona! 


Ingredienti: radice di zenzero fresca, tagliata a fettine sottilissime – acqua 

Preparazione. Mettete le fettine sottili di zenzero fresco in un thermos. Fate bollire l’acqua per 15 minuti, quindi versatela nel thermos sullo zenzero. Lasciate in infusione per 30 minuti.

Bere l’infuso di zenzero durante tutta la giornata, a piccoli sorsi. Più lo zenzero macera, più l’acqua ne assorbe il forte sapore. Potete addolcire con un cucchiaino di miele.

 

 

L’acqua di zenzero è molto utile per dimagrire ma soprattuto contro il raffreddore durante la stagione fredda.
Molto usato nella medicina asiatica lo zenzero è considerato una spezia “calda”, uno stimolante generale che agisce sul sistema nervoso e calma i dolori.
In Cina, invece, è noto per i suoi effetti stimolanti sulla forza e sulla vitalità proprie dell’uomo e serve per rafforzarne le energie.