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Lettera ai miei alunni/6

Siamo arrivati alla fine del nostro percorso e non vi ho ancora detto in che cosa ho mancato e perché vi chiedo scusa.
Non ci rimane molto tempo, la scuola praticamente finisce dopodomani per me e come ben sapete, l’incubo di ogni compito in classe è la conclusione, soprattutto se deve essere “personale”.
E invece io ricorro alle parole di Carla Melazzini e al libro meraviglioso che mi ha fatto compagnia nei miei viaggi verso di voi. Un libro che dovrebbe essere reso obbligatorio per tutti gli insegnanti. Insegnare al principe di Danimarca (anche se il titolo un po’ allontana) è un libro bellissimo, poetico, autentico, ricco di spunti (la mia copia è tutta strasottolineata).

Potrei riportarne interi capitoli e mi piacerebbe commentarli con quelli di voi più maturi insieme a qualche insegnante. Utopia. Però c’è una parte che è utile al mio discorso e mi aiuta a scrivere la conclusione di questa lettera.
Scrive la Melazzini che per fare di una relazione una “buona relazione” occorrono almeno tre elementi: Tempo, Indipendenza, Reciprocità.
Per costruire buone relazioni ci vuole molto tempo
, anche perché bisogna riparare dei danni e si sa che se a distruggere ci vuole un secondo, a ricostruire e riparare ci vogliono anni. Pensiamo, per esempio, al terremoto di cui in questi giorni sperimentiamo la portata devastatrice.
Noi di tempo ne abbiamo avuto tanto sulla carta, 320 ore, eppure non è stato sufficiente. Ci vuole tanto tempo per conoscersi, per misurarsi e solo dopo si può cominciare a costruire. Ecco ora, a maggio, io vi conosco sufficientemente bene per poter cominciare a instaurare con voi una relazione proficua per me e per voi. Ma il nostro tempo è scaduto. Certo ne abbiamo sprecato tanto, anche questo è vero. Non è una questione di ore ma di qualità del tempo. Il tempo sprecato a verificare la disponibilità del laboratorio di informatica, dell’aula magna, il tempo sprecato a ripetere la stessa cosa 10 volte, il tempo sprecato ad arrabbiarmi, a sedare le liti non solo verbali, a difendere i più deboli dai soprusi, il tempo sprecato in viaggio. Il tempo sprecato dalle vostre protesi: quei telefonini a cui ricorrete quando non sapete cosa dire, cosa fare, dove guardare. Per sfida o per noia. Quanto tempo sprecato. Avrei potuto provare a raccontarvi chissà quali altre storie, avremmo potuto conoscerci meglio.Ma comunque anche questo spreco è fisiologico e va sempre messo in conto in ogni relazione. L’importante è usare bene quello che ci rimane. Io ci ho provato, ma ho la consapevolezza che avrei potuto dedicarvi di più del mio tempo mentale. Ma quando arrivavo a casa nel tardo pomeriggio, dopo una mattinata di combattimento e tre ore di viaggio, non avevo molta voglia di dedicarmi ancora a voi, a cercare nuovi modi per stimolarvi.
Non che non l’abbia fatto. Abbiamo riscritto la favola di Esopo in chiave moderna e poi nel vostro dialetto. Ve lo ricordate? L’abbiamo fatto all’inizio. Vi ho fatto scoprire Tommaso Fiore, questo emerito sconosciuto a cui è dedicata la vostra scuola, vi ho fatto scoprire Tim Burton e visto insieme i suoi film più belli, abbiamo letto Jimmy della collina, un romanzo per ragazzi e vi è pure piaciuto. Ne abbiamo parlato tanto, sviscerandolo in ogni aspetto. Dovreste conoscerlo a memoria. E lo so che vi avevo promesso che avremmo visto il film alla fine ma, ho cercato di spiegarlo a quelli di voi più maturi, dopo averlo visto a casa (di solito me li guardo i film prima di proporveli) ho capito che era impossibile farvelo vedere. Passi per le scene di sesso, ma il nudo integrale maschile proprio non potevo proporvelo. Mi è dispiaciuto perché sarebbe stato interessante portarvi a fare un confronto tra scrittura e visione, m anon potevo rischiare una denuncia.
Vi ho proposto brani e poesie che normalmente non entrano nei programmi scolastici. Abbiamo visto il film La scuola è finita e riflettuto insieme su cosa significa la scuola per noi. Abbiamo creato insieme gli haiku e poi abbiamo sperimentato il caviardage. E vi ricordate quando abbiamo messo in scena il matrimonio a sorpresa di Renzo e Lucia? Mi sono messa a disposizione per prepararvi ai compiti in classe e alle interrogazioni. Sì, di cose ne abbiamo fatte, vi ho fatto giocare e soprattutto mi sono messa in gioco, eppure ho la sensazione che avrei dovuto dedicarvi più tempo. Qualitativamente parlando.

Una relazione che crea dipendenza non è una buona relazione – scrive ancora la Melazzini. Questo vale nei rapporti di coppia, nell’amicizia, vale con le cose (il cellulare, la sigaretta, gli spinelli). Vale a maggior ragione nella relazione docente-alunno, dove io docente insegno perché tu possa diventare consapevole e autonomo. C’è stato questo nella nostra relazione? Non lo so. Ho provato a farvi capire che studiare, imparare a stare con gli altri, imparare a gestire le difficoltà è nel vostro interesse, e che questo vale indipendentemente dal docente che vi trovate di fronte. Ho provato anche  a farvi capire che ci sono diversi contesti e diversi modi di comportarsi per cui a scuola ci si comporta in un modo e a casa e per strada in un altro. E questo non significa affatto essere falsi, ma essere consapevoli. Ai compagni ci si rivolge in un modo, ai docenti in un altro. Ma si rimane se stessi. Che quella su Facebook è una vicevita (parafrasando Magrelli) ed è invece la vostra vita vera che dovete riempire di relazioni autentiche. Ho provato a incoraggiarvi, a dirvi che ce la potete fare se lo volete. Ma credo di aver raccolto pochi risultati sotto questo aspetto. Non sono nemmeno riuscita a farvi capire l’importanza di firmare prima con il nome e poi con il cognome, primo segno di una indipendenza dalla propria famiglia per affermare se stessi. Eppure ve l’ho ripetuto ogni giorno!

Altra caratteristica irrinunciabile in una relazione è la reciprocità. Questa è ancora più difficile anche perché, dice la Melazzini, la reciprocità va esplicitata.
Se non è reciproca una relazione non è “buona”
e reciproco vuol dire che io cresco se tu cresci.
“Qualunque relazione insegnante-alunno in cui l’insegnante non sia disposto ad accettare che lui impara dall’alunno quanto e forse più di quanto l’alunno non impari da lui, non è una buona relazione. In una relazione buona si cresce anche in termini di arricchimento emotivo. E tutto questo va esplicitato perché l’altro contraente del patto deve essere consapevole di quanto lui ti sta dando in questa relazione”.

Questa reciprocità c’è stata, io sono consapevole di quello che ho imparato da voi, soprattutto in termini di “arricchimento emotivo”, non sono però sicura di averlo esplicitato. Di avervi incoraggiato sufficientemente, di avervi mostrato gratitudine pure per quel poco di attenzione che mi davate e che mi gratificava. Certo non stiamo parlando di un contesto dove esplicitare sia facile. Voi non avete consapevolezza delle vostre emozioni, siete, come tutti gli adolescenti del mondo, pura emozione, ma emozione scomposta e incosciente. Emozione labile, evanescente. Emozione senza attenzione. Mi sarebbe piaciuto insegnarvi a essere consapevoli delle vostre emozioni per imparare a gestirle e soprattutto a non farle colonizzare dal mondo adulto per il quale voi siete solo un target. Il più ambito. Proprio perché le emozioni possono essere trasformate in impulsi ad acquistare.
È stato davvero poco il tempo perché potessimo anche solo provare ad affrontare questo argomento e vi lascio quindi vulnerabili così come vi ho incontrato.
Per questo vi chiedo scusa, a nome mio e di tutta la società degli adulti.

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Lettera ai miei alunni/1

In questi mesi intensi non ho aggiornato il blog ma questo non vuol dire che non abbia scritto. in particolare, da aprile, ho cominciato a scrivere una lettera immaginaria ai miei alunni per fissare alcune emozioni e lasciare delle tracce. Mi ha aiutato molto la lettura di un libro meraviglioso: Insegnare al principe di Danimarca (di Carla Melazzini, Sellerio editore). Ho deciso di pubblicare le mie personalisisme riflessioni sulla scuola nel mio blog, perché quale luogo migliore per condividerle con chi ha voglia di leggermi. Ho suddiviso la lettera in sequenze e ne pubblicherò una al giorno in attesa degli scrutini di mercoledì.

Ho deciso di scrivervi questa lettera che probabilmente non leggerete mai, che forse capirete poco e, chissà, magari nemmeno condividerete, per dirvi grazie per tutto quello che mi avete insegnato. E per chiedervi scusa di quello che non vi ho dato.
A parlare di noi ci sono le relazioni ufficiali che  stilerò alla fine di tutto , ma quelle sono solo chiacchiere burocratiche, la verità, e nemmeno tutta, la conosciamo solo io e voi.

Non è stata una esperienza facile per me. E ancora oggi non so dirvi se alla fine è stata positiva o negativa. Certo al momento in cui comincio a scrivervi mi sembra una occasione mancata, una opportunità sprecata. L’ennesima per me, forse la prima di tante per voi.
Quante volte ho pensato nelle prime settimane, nei primi mesi, di mollare tutto, troppo faticoso, troppo inutile.
Succede a volte che progetti belli sulla carta debbano fare i conti con realtà diverse da quelle immaginate a tavolino e bisognerebbe sempre conservarsi un margine di manovra per poter virare e dare una impronta personale, senza deviare dal percorso.

Siamo bufali non locomotive e il bello del bufalo è che “può scartare di lato”. Ma già a questo punto state cominciando a pensare che sono fuori di testa. Che c’entrano i bufali. E sì, mi dimentico che per voi la mia musica è un qualcosa di antico, di lontano, come per me  la vostra.

Mi è capitato l’anno scorso, in un’altra scuola, un professionale, una pagina di un libro di storia che per aiutare gli studenti a comprendere la grandezza di un personaggio come Lord Byron lo paragonava a John Lennon, dedicando al leader dei Beatles un riquadro con tanto di foto e biografia. Che bello questo libro  pensai, ai miei tempi non si sarebbero sognati di farlo. Salvo poi rendermi conto  che per i ragazzi i Beatles sono roba da antiquariato e nessun fascino esercitava su di loro la storia di quel cantante e personaggio tanto amato. Dalla mia generazione e da quella precedente. Non dalla loro. Ed è questo il punto. Quel libro che voleva essere moderno era già vecchio. Era nato vecchio.

Ma non posso pretendere che vi appassionate alla mia musica se prima io non mi appassiono alla vostra. Fino ai 99 posse, fabri fibra (che vi piace così tanto) vi seguo, ma voi siete oltre e la mia agenda si è riempita di nomi di cantanti e titoli di canzoni che mi avete segnalato. Non le ho ascoltate tutte, lo confesso, e ve ne chiedo scusa. A volte è più facile rifugiarsi in quel che è noto piuttosto che esplorare nuovi mondi. E voi lo sapete bene.

Il discorso della musica, la vostra e la mia, mi fornisce un aggancio per parlare dei programmi scolastici. Ho in mente le vostre facce durante certe letture dei promessi sposi, e poi le novelle di Pirandello, Montale e il suo meriggiare pallido e assorto che a voi non dice assolutamente niente. Peccato, perché anche se sono storie vecchie hanno ancora molto da dirci, ma occorrono gli strumenti per decodificarli e voi non li avete. Per colpa nostra.

Sapete, i programmi scolastici, i libri scolastici vengono pensati per voi da professoroni universitari, bravi  e competenti certo ma con una caratteristica che li accumuna. Sono certa che tutti o quasi abbiano frequentato il liceo classico, magari qualcuno lo scientifico, e poi ovviamente l’università se no non sarebbero diventati i  professoroni che sono.
E quando pensano un libro per gli studenti hanno in realtà sempre in mente lo studente che sono stati, il loro prototipo di scuola è il liceo e anche quando pensano ai libri per gli istituti tecnici e professionali pensano  a un libro per il liceo, solo più semplificato.

Ma voi non siete ragazzi semplici, voi semplicemente non siete ragazzi di liceo, le vostre storie, le vostre aspirazioni, le vostre potenzialità sono diverse. Sono pochi quelli di voi che proseguiranno gli studi e pochissimi quelli che prenderanno la via delle Lettere appassionandosi a dante-leopardi-manzoni e compagnia bella. E se invece riuscissimo ad appassionarvi alla lettura già dalla scuola superiore proponendovi testi e autori che possano realmente dialogare con voi, chissà  forse le percentuali di iscrizione all’università aumenterebbero.

Non che io sia convinta sia così importante andare a l’università, anzi, ma non trovo giusto che vi si precluda a priori questa opportunità solo perché venite visti come surrogati degli studenti di liceo, come studenti di serie B diciamolo. Eppure siete la maggioranza degli studenti. Il 70% della popolazione studentesca in Italia frequenta questo tipo di scuola, solo il 30% va al liceo. Eppure il mondo apparterrà a voi e non a loro. Anche se non è più vero neanche questo (e non so se lo è mai stato) perché il mondo è in mano a gruppi di potere che di noi se ne fregano. E almeno voi studenti di oggi non avete l’illusione che avevamo noi. Me lo ricordo ancora molto bene il preside del mio liceo che ci invitava a comportarci dignitosamente perché “voi sarete la classe dirigente del domani”.
A pensarci, oggi, sono indecisa se ridere o piangere. Tornando a voi. Ve lo devo proprio dire. Voi siete i primi a consideravi studenti di serie B. Avete rinunciato a ogni ambizione in cambio della comodità. Vero Mario, vero Francesco? Mario tu verrai bocciato quest’anno, è stato già deciso, e io non posso fare per te quello che tu stesso non vuoi fare. Non si direbbe ma sei un ragazzo sensibile però non ti piace proprio questa scuola, tu volevi fare la scuola di grafica ma era troppo lontana. Avresti dovuto alzarti presto la mattina e non ti andava. Anche tu Francesco che volevi diventare chef ma non ti ingollava di andare all’alberghiero, troppo lontano, troppo presto anche per te la sveglia.
Troppo presto avete rinunciato ai vostri sogni, ragazzi!

Mentre scrivo ho tutti i vostri 62 volti davanti. Sapete, i vostri sguardi, le vostre parole, le vostre goffaggini, le vostre emozioni così ben nascoste sotto coltri di risate sguaiate popolano anche le mie notti e i miei sogni.
Michelino con la sua timidezza nascosta dietro una pagina di sport sempre aperta, sguaiato e a suo modo dolce, Donato che non riesce a stare seduto al banco per più di 15 minuti e trova le scuse più incredibili per stare fuori (quante sigarette fumi al giorno?), Fabio che non ti guarda mai negli occhi, Michi con il suo atteggiamento da boss, Carlo con la sua intelligenza timorosa, Vito con la sua goffaggine da cartone animato, Alessio che cerca di mettersi al pari dei più grandi ma proprio non ce la fa, Giacomo con la sua infantile e fastidiosa irrequietezza, Cristian esasperante con il suo continuo richiedere attenzione, Leo con la sua fragilità scontrosa, Giovanni prigioniero del suo ruolo di belloccio, Nicola con la sua aria da bullo di periferia a nascondere la vergogna di una famiglia impresentabile, Nik in bilico sulla strada da seguire e se quest’anno lo bocciamo di strade non gliene restano molte.

E tutti gli altri, ma proprio tutti, come fotogrammi impressi nella memoria. Siete, diciamocelo, ragazzi impossibili. Impossibili per una scuola fatta su un modello di studente irreale, Impossibili per insegnanti impreparati a gestire le emozioni proprie e altrui. Impossibili eppure vivi, reali. Impossibili e, francamente, spesso insopportabili.
Come quel ragazzino di prima, maleducato e un po’ ottuso. Evidentemente abituato ad averle tutte vinte. Mi sono arresa quando ho conosciuto il padre . Mentre parlavamo il suo cellulare ha squillato e si è allontanato per rispondere a una telefonata evidentemente importantissima rimanendo tranquillamente a parlare per diversi minuti. E noi docenti ad aspettare i suoi comodi. Scusami tanto, con un padre così cosa posso aspettarmi da te? Ma rimani antipatico perché ogni volta che ti rimprovero mi guardi con l’aria più innocente del mondo, negando sempre ogni addebito. Scusa, ma anche noi docenti soffriamo di antipatie e simpatie. Perché negarlo? L’importante è che non siano questi sentimenti a guidare il nostro lavoro e il nostro giudizio. E nemmeno la convenienza di chi al bar di tuo padre si fa offrire il caffè.

La vicevita

Oggi ho iniziato e finito in treno un libro di Valerio Magrelli (e ringrazio la mia amica-collega Angela per avermelo prestato) dal titolo intrigante LA VICEVITA. Sottotitolo quanto mai esplicito: TRENI E VIAGGI IN TRENO.
In effetti Magrelli riesce a tracciare affreschi poetici raccontandoci aspetti del viaggio in treno che un po’ tutti noi pendolari abbiamo condiviso.
Ne propongo, senza altro aggiungere, alcuni stralci, liberamente scelti tra quelli che più mi sono piaciuti, tra le sensazioni in cui più mi sono identificata, tra le riflessioni che più mi hanno fatto pensare.

Chi sta in treno, è segno che vuole andare da qualche parte, e lo fa sempre e solo in vista di qualcos’altro. Il suo scopo, cioè risiede altrove […]
La nostra vita pullula di queste attività strumentali e vicarie, nel corso delle quali, più che vivere, aspettiamo di vivere, o per meglio dire, viviamo in attesa di altro. […] Sono i momenti in cui facciamo da veicolo a noi stessi. È ciò che chiamerei: la vicevita.

 ***

A quest’ora l’occhio
rientra in se stesso.
Il corpo vorrebbe chiudersi nel cervello
per dormire.
Tutte le membra rincasano:
è tardi. E queste ragazze
sul sedile del treno
reclinano col sono nella testa
stordite dal riposo.
Sono animali al pascolo.

***

Giocano a carte in treno (ragazzi e vecchi) o guardano fuori. Ma io in treno leggo, e leggo per narcotizzarmi, narcotizzando il viaggio: lettura come antidoto. Metto in stand-by le pulsioni, le paure, i desideri, conservando soltanto il funzionamento della mente. Si chiama paradiso: “Sono qui seduto e leggo un poeta. Nella sala ci sono molte persone ma non si fanno sentire. Sono dentro i libri. Qualche volta si muovono fra un foglio e l’altro, come uomini che si rivoltano nel sonno, fra un sogno e l’altro come si sta bene in mezzo agli uomini quando leggono. Perché non sono sempre così?”

 ***

Sbucano poco prima della partenza, rapidi e operosi. Sono il popolo dei Muti, svelti svelti, che appare d’improvviso, e semina nel treno spille o santini. Dura un istante, è un soffio, e mi ritrovo fra le mani questi poveri ninnoli, accompagnati da una spiegazione scritta. Ripasseranno fra poco, ma senza chiedere nulla. Se non hai accettato i loro doni, li riprendono quieti e se ne vanno, questi elfi ferroviari, invisibili come sono venuti.

***

A volte i suicidi bloccano un treno. […] così stiamo fermi da ore, immobilizzati, esposti a quell’intollerabile carico di pena che ha spinto qualcuno sotto le nostre ruote.
Io odio l’uomo che ha fermato il treno, e odio il treno che lo ha smembrato vivo, e odio il mio odio, e provo un’atroce vergogna per questi sentimenti. Eppure sento d’aver subìto un’aggressione. Qui non c’è il tronco gettato dai banditi di traverso, a sbarrare i binari; adesso, di traverso, sta solo un’immensa sofferenza, che appena i vagoni si fermano, ci dà l’assalto e ci svaligia tutti.
No, c’è una differenza tra i predoni e il suicida. Quelli ti attaccavano per portarti via i bagagli; questo, al contrario, ti obbliga ad accettarne un altro. Nulla si crea, e nulla si distrugge: il suo dolore non è affatto scomparso, ma è stato distribuito fra i presenti, benché in parti diseguali.
E quando si riparte, si pesa un po’ di più.

***

Pendolari, la mattina d’inverno. Alle otto arriva un treno strapieno di sospiri. Scendono, e lasciano uno scompartimento caldo, nutrito di fiato. Sembra l’interno di un materassino da spiaggia, gonfio d’alito umano. Loro si avviano, noi li sostituiamo, in un mesto commercio di respiri.

La solita vita

La più bella vita è la “solita vita”
Questa massima – che rubo a una mia amica e che lei a sua volta ha rubato a suo padre – mi ha accompagnato come un mantra in questi primi due giorni della settimana.
Giorni di gelo, di ritardi, di coincidenze perdute, di nuovi riti a cui abbarbicarsi, di sconforto, di inutilità (plurale), di ottusità (sempre al plurale), di insonnie, di nostalgie (pantaloni di pile e tè caldo zavorrato di miele, biscotti da fare, coccole da rimandare…)

Pensavo stamattina che in fondo quel “mezzo centimetro di felicità” che manca sempre e che a volte diventa un chilometro (L’uomo flessibile, Carlo Fava: da sentire) sta tutto nelle piccole cose che facciamo ogni giorno.
Sarà banale, e lo è, ma ce ne accorgiamo sempre tardi.
Ora che  passo un terzo della mia giornata a correre tra un treno e l’altro, tra un’aula e l’altra, tra laboratorio multimediale e sala docenti senza stare in uno stesso luogo per più di un’ora, a inseguire gli alunni perché firmino il registro attestando la loro e la mia presenza… penso a tutto il tempo che ho perso e a quello che sto perdendo per inseguire qualcosa che non voglio davvero. Ma bisogna fare i conti, letteralmente, con le necessità materiali.
Ho nostalgia persino delle paure, sono così di compagnia e mi rassicurano perché in fondo sono sempre quelle.
Mi ritrovo, io che ho sempre vissuto facendo progetti, ad avere la necessità di rimodulare i miei orizzonti, accorciarli e di parecchio. Non potrei farcela, mi dico, se pensassi che vivrò in questo modo fino a giugno. All’inizio ho provato a pensarmi mese per mese, poi settimana per settimana. Oggi non posso pensarmi fra 3 giorni, il mio orizzonte, il mio spazio progettuale si è ridotto a 2 giorni. Di più mi si apre un baratro di sconforto.
Apro parentesi – È soprattutto il gelo a spaventarmi, in questo che si sta rivelando l’inverno più freddo degli ultimi 27 anni in Puglia. Se non è sfiga questa come la vogliamo chiamare? E nei prossimi giorni e settimane ci aspetta la neve. – Chiudo parentesi.
Rimangono i miei sogni, potrei chiamarli “estivi”, e senza quelli forse non avrei la forza di alzarmi dal letto al mattino e men che mai di uscire di casa sapendo quello che mi aspetta fuori.
Cerco di concentrarmi su questi sogni nei momenti  di sconforto ma mi sembrano così lontani… Persino la primavera mi chiedo se esista davvero.

Sogno numero 1: tre giorni a Barcellona, prima possibile, giugno verosimilmente, a scuola finita. E ogni lunedì mattina mi incoraggio al grido di “Gaudì aspettami!”
Sogno numero 2: la Grande Braderie a Lille il 1 settembre. E, magari, un giretto in Borgogna tanto per gradire (e per accontentare l’husband perché io andrei nei Paesi Bassi).
Il Sogno numero 3 è in via di definizione perché si è materializzato recentissimamente. Per la prima volta ho preso in considerazione l’idea di fare un corso di meditazione vipassana. Finora non mi ha mai attirato: 10 giorni di silenzio, senza nemmeno un pezzetto di carta su cui annotare qualcosa o un libro da leggere non mi sembravano il massimo del godimento.
Ma in questo momento mi sembra una cosa non solo fattibile ma auspicabile. Forse necessaria per liberarmi della zavorra delle mie paure, dei miei sogni ricorrenti, e magari anche del prurito psicosomatico che si è ripresentato dopo anni di assenza.
Ho bisogno di ritrovare il punto di inizio. Capire perché ogni qualvolta il mio mondo viene terremotato, dalla terra vengono fuori zolle dell’era paleolitica.
Il punto dolente non può essere sempre e solo quello. Io lo conosco bene il mio nervo scoperto, quel momento di rottura che ha segnato la mia vita, come vivere al di là di una faglia: sotto solo roccia e dall’altra parte tutto il resto.
Né qui né altrove: un bel titolo per un libro inutile (letto negli ultimi 2 giorni). La conclusione di questo post.

Alla fine mi sono persa anche qui. Volevo solo dire con questo post che a volte è quello che abbiamo che dobbiamo valorizzare. Ma anche che a volte succede qualcosa che scombussola il nostro giardino zen, vero o presunto, è che quella è l’occasione da prendere al volo per cambiare forma al nostro giardino e renderlo più simile a noi.
E lo dedico a una amica che in questi giorni è un po’ turbata.

Lo so che dovrei raccontare della mia esperienza a scuola. Non è il momento. Non ancora.

Dovuto o non dovuto?

Sto leggendo in questi giorni  AVE MARY di Michela Murgia (sottotitolo “e la Chiesa inventò la donna”). Un saggio appassionante e ben scritto che dovrebbe essere letto nelle scuole, a catechismo, tra gruppi di amiche. Che le mamme dovrebbero leggere alle loro bambine (magari quando tornano dal catechismo per riequilibrare le parti).
Ho sottolineato molti passi che vorrei proporre in un prossimo post per una riflessione comune.
Ma prima un piccolo sfogo.

Stamattina leggendo un innocuo articolo su un mensile della mia città (l’ho detto? Monopoli mia città? Posso avere 2 città?) mi è salita una tale rabbia che avrei volentieri strappato il giornale.
Sono bastate tre righe scritte con leggerezza per buttare al vento tutte le mie riflessioni e le emozioni positive che questo libro mi sta dando. A che serve leggere libri quando giornali, riviste, manifesti, programmi tv ci dicono tutto l’opposto?
Quando persino una donna qualunque su un giornale di provincia qualunque (sia detto “qualunque”, in entrambi i casi in senso non dispregiativo) si permette di scrivere:

“vorrei ricordarlo alle (donne) contemporanee che, lavorando extra moenia, si sentono autorizzate a seguire superficialmente i figli e a coinvolgere più del dovuto in casa il partner!”

Più del dovuto! E con tanto di punto esclamativo.
E chi lo stabilisce cosa è il “dovuto” di un uomo in casa? E il “dovuto” della donna qual è? E se ci sono dei figli grandicelli il loro “dovuto” qual è?
E il dovuto dei cani, dei gatti, dei canarini di casa?
E poi cosa si intende per “dovuto”? Dovuto a chi, poi? A volte usiamo le parole dimenticandoci il loro autentico significato.

Secoli di battaglie (quotidiane, non ideologiche!) e poi mi trovo una frase del genere, lanciata stupidamente nel mezzo di un articolo che parla di una dolce e rispettabilissima vecchietta che, riporta l’articolo, “era piccola e ricurva per via del quotidiano lavoro in casa e per l’assoluta ignoranza di come le ossa e le colonna vertebrale vadano tutelate”.
Ecco, perché non torniamo all’epoca dell’ignoranza, ai tempi in cui le donne si spezzavano la schiena per lavare i panni sulla stricatora?

Non ho niente di personale contro l’autrice di questo articolo (sì una donna ahimè, una donna e non poteva essere diversamente perché gli uomini queste cose le pensano ma non le dicono, sanno che è politically incorrect), ma contro quello che ha scritto e il messaggio che veicola sì.
Il mio consiglio? perché non aprire una scuola per insegnare ai nostri mariti a fare solo il dovuto in casa, magari meno ma mai di più. A quello ci pensano le donne, da secoli.

Per sempre ragazzo

Se devo pensare a un momento in cui ho smesso di essere giovane, in cui cioè ho smesso di credere che ci fossero, distinti, il Bene e il Male, che ci fosse, nascosta da qualche parte, la Giustizia, è stato un giorno preciso: il 20 luglio 2001. Dieci anni fa.

Me lo ricordo come se fosse ieri.
Io a Genova ci volevo andare. Per me era normale dopo tante marce per la pace, andare lì a dire come la pensavo, che mondo volevo. L’husband sapeva che qualcosa di brutto sarebbe successo. È andata a finire che ci siamo fermati un giorno di più in Svizzera e da lì abbiamo saputo subito quello che in Italia ancora non si sapeva.
Le immagini di quel ragazzo morto, lo schifo per quello che in Italia si diceva, la percezione che qualcosa si era rotto per sempre. Il senso di ingiustizia e di impotenza. Rabbia e dolore.
Quel ragazzo, Carlo Giuliani, per me è stato fin da subito il simbolo della giovinezza perduta. La sua soprattutto: 21 anni sono davvero troppo pochi per morire. Ma anche la mia, e quella di chi finora aveva pensato che si potesse cambiare il mondo.
Gli hanno dedicato libri e film in questi dieci anni. Ma soprattutto avrebbero dovuto dedicargli quella piazza. Piazza Alimonda doveva diventare “Piazza Carlo Giuliani, ragazzo”. Saremmo ancora in tempo, ma ho la sensazione che il Potere non lo permetterà.


È da poco uscito il libro Per sempre ragazzo (Marco Tropea Editore), con poesie e racconti a lui dedicati.
Per sempre ragazzo, già. Lui sì. Noi no.
Era solo un ragazzo di ventuno anni. Oggi è un simbolo, ma io avrei preferito che fosse diventato uomo. E anche sua madre Haidi, piccola grande donna.
Scrive Erri de Luca:

Lui non voleva un nome, quel mattino di luglio voleva andare al mare.

E così conclude:

Pensò al respiro di sua madre, il mare.
Poi scivolò sul fondo, senza peso di vita.
Dice il proverbio persiano: «Se vuoi farti un nome,viaggia o muori».
Dieci anni più tardi il suo nome viaggia
insieme alle onde che sono la maggioranza del mondo.

Un “ritratto” poetico. Ma la verità è, anche, un’altra. Molto meno poetica. Lo scrive Massimo Carlotto, nello stesso libro

Non ti possono cancellare dalla memoria di questo Paese ma sono convinti di modificarla, di addomesticarla. Si sbagliano, ma che fatica! Dieci anni a rintuzzare parola per parola.
Chi ti ha assassinato è una figura tragica. Una delle tante usa e getta di questa società che divora tutto e tutti. Ma quello che oggi faccio fatica a raccontarti è che i pretoriani e i loro capi hanno fatto carriera. Che le foto che li ritraggono vittoriosi, nelle loro buffe divise da guerrieri dei fumetti, resteranno appese alle pareti dei luoghi infami dove la memoria è solo vergogna.
Il fatto è che i politici che tramarono, ordinarono e depistarono sono sempre gli stessi e che l’uomo forte del governo, che agiva da generale dalla caserma dei carabinieri, oggi è diventato un indispensabile difensore della democrazia. Uno statista. No, Carlo caro, non sto scherzando. Siamo stati traditi da tutti coloro che hanno finto sdegno ma si sono ben guardati dall’imporre la commissione d’inchiesta su quanto accadde a Genova in quei giorni di luglio.

 

il paese delle donne

Sto leggendo due libri che si incastrano alla perfezione, e che mi porto appresso come un totem da un piano all’altro della casa.
Uno è  Nel paese delle donne di Gioconda Belli, un’autrice che ho amato moltissimo, il suo La donna abitata è uno di quei libri che mi ha cresciuto, come dico io. Rimpiango ancora di averlo perso durante uno dei traslochi. Me lo ricomprerò prima o poi ma non è la stessa cosa, lì c’erano le mie sottolineature e le mie glosse…
Che bello ritrovare questa autrice in un libro così pieno di poesia ma anche concreto e sovversivo. Un regalo dell’husband…
La cosa intrigante è che le vicende di Faguas – fantasioso paese dell’America Latina in cui le donne, stanche dei soprusi, della corruzione, del degrado morale e della sporcizia di un governo di uomini, prendono il potere e con la complicità di un vulcano che abbassa il livello di testosterone capovolgono la situazione, allontanando tutti gli uomini dagli incarichi pubblici per non subirne le pressioni e imparare a credere in se stesse – sono lo specchio di quello che avviene nella occidentale Italia, e penso non solo qui.

Era necessario smontare rimontare il puzzle dell’educazione dei figli, e cioè il problema più grosso per una donna emancipata che voglia essere madre ma anche professionista di successo. Farsi carico della casa e dell’ufficio è un peso gravoso. Quelle che se lo possono permettere spesso decidono di chiudere il diploma in un cassetto e fare le mamme a tempo pieno, ossessive e perfette. Era necessario mettere un punto fermo, pensare a qualcosa che ponesse fine allo spreco di talento legato alla casualità di nascere donna.

Non l’ho ancora finito perché, come succede per i libri che mi piacciono troppo, arrivata a metà ho cominciato a rallentarne la lettura per ritardarne le fine e quel senso di vuoto che ti lascia.
Anche per questo, per non finirlo troppo presto, ho cominciato a leggere un altro libro, da cui non mi aspettavo molto e che invece mi ha conquistata: 10 grandi donne dietro 10 grandi uomini. Dico subito che il titolo non è invitante e la copertina ancora meno. Però questa piccola casa editrice, Laurana, pubblica cose serie e questo libro lo è. Ti prende, in realtà sono 10 racconti che hanno protagoniste donne vere, viventi. E che sono grandi di per sé, non solo perché compagne di grandi uomini.
In questo mi riallaccio al libro di Gioconda Belli dove le donne per poter dimostrare, a se stesse prima di tutto, il proprio valore, devono mettere da parte gli uomini per un po’, provare a governare da sole, senza lo sguardo critico di chi il mestiere del potere lo esercita da sempre.
Le storie di Mina Welby, Anna Vespia, Rita Borsellino, Antonietta Vendola, Michelle Obama, Hilary Clinton, Harper Lee, Yoko Ono, Tahereh Saaedi Panahi, Pilar del Rio…  sono raccontate dal di dentro, a volte in prima persona. Toccano il cuore, stimolano il cervello. Isabella Marchiolo è brava, sa scrivere.  E mi ha fatto scoprire storie e donne che non conoscevo.

Entrambi i libri sono disseminati di perle di saggezza (e sono da me strasottolineati!) e mi sembrano che vadano nella stessa direzione. Le donne, il loro valore non è riconosciuto nella società in cui viviamo e “se non ora quando” non è solo uno slogan, è un grido di battaglia che deve coinvolgere tutti, uomini e donne.
Perché ritrovare l’equilibrio tra maschile e femminile per un mondo più giusto deve essere l’obiettivo di tutti. Forse sarebbe più facile se gli uomini si mettessero nei panni delle donne per 6 mesi, come accade nel paese delle donne immaginato da Gioconda Belli.
O forse basterebbe leggere insieme questi due libri. Chissà.