articoli e interviste

DIRITTO AL CUORE

I bambini invincibili del regno di Op: dalla rete una storia che diventa libro

Quando ho letto il primo post del blog ilregnodiop.blogspot.it il Natale era alle porte e un soffio gelido mi è entrato nel cuore. Ecco dov’era finita Paola. Ritrovata su facebook qualche anno fa, dopo esserci perse di vista per un po’, era scomparsa da qualche mese. Capitano momenti in cui si ha necessità di mettere da parte la vita virtuale per dedicarsi di più a quella reale, e lei aveva avuto un bimbo da poco. Si sa che in questi casi il tempo per se stesse si restringe ulteriormente e non mi aveva preoccupato più di tanto quel silenzio.

Ma Paola Natalicchio si era “ritirata” suo malgrado, come suo malgrado era finita nel regno di Op, che sta per (Reparto di) Oncologia pediatrica. Al suo bambino di pochi mesi era stato diagnosticato un tumore infantile e lei era stata traghettata dall’oggi al domani nel girone infernale.

Per i primi mesi ha mantenuto il silenzio, mesi in cui la immagino a lottare anima e corpo, con tutta la tenacia che la contraddistingue, contro quel drago che voleva portarsi via il suo cucciolo d’uomo. Poi i primi spiragli, l’intervento, l’attesa, la luce e Paola è ritornata, pian piano, a fare quello che sa fare molto bene: scrivere. E da cronista lucida e sensibile qual è ha cominciato a raccontare le piccole storie del Regno di OP.

Attendevo ogni nuovo post con trepidazione, leggere di quei bambini, delle loro famiglie, delle loro infanzie interrotte faceva male, sì, ma i suoi erano anche tanti micro inni alla vita. Ho cercato da subito di condividere con quante più persone possibili questo blog perché ci sono cose, a mio parere, che devono diventare patrimonio condiviso. Molti si sono ritratti perché il dolore altrui non lo vogliamo vedere da vicino, soprattutto se ha il volto e gli occhi di un bambino.

Ed è un peccato perché Astrid, Bernardo, Michela, Martina, Giorgio, Manuel meritano di essere guardati proprio negli occhi. Il blog di Paola non è una di quelle testimonianze pietistiche che ci emozionano a livello superficiale. No, il suo blog ti scava dentro ma dentro non c’è solo dolore, c’è gioia, tenerezza, ironia, rabbia, solidarietà, speranza. Io in molti post mi ci sono ritrovata, condividendone le riflessioni benché le nostre esperienze siano lontane anni luce.

Paola parla con leggerezza (che solo uno stupido scambierebbe per superficialità) di betadine e guanti blu, di chemioterapia e goretex, di amuchina e calze della befana, di vita e di morte, parla soprattutto di bambini-soldato e mamme-panda, ma anche di papà discreti e solidi, di nonni che “soffrono due volte. Per i figli e per i nipoti”. Ci parla di una sanità pubblica che funziona, anzi è all’avanguardia, e questo non può che rincuorarci.

Parla della speranza di una vita normale per chi è costretto “ad affrontare una salita improvvisa e interminabile, a sospendere ogni possibile leggerezza, a dimenticare ogni pensabile normalità, a violentare ogni ipotesi di quotidianità programmabile”.

La lettura è piacevole perché sostenuta da un scrittura che non fa sconti, che va dritta al punto ma è al tempo stessa leggiadra. Una scrittura intensa venata di malinconia e tenerezza, mai di auto compatimento.

Paola Natalicchio scrive bene. Perché è una giornalista, ha sempre voluto esserlo, e scrivere le viene naturale, è un dono.

A sei mesi dalla sua nascita quel blog è diventato un libro, edito tra l’altro da una casa editrice made in Puglia. Il Regno di OP, Storie incredibili dei bambini invincibili di Oncologia Pediatrica (edizioni la meridiana) è un libro che si legge, anzi si divora in poche ore. Io l’ho letto in treno ma è un libro da leggere anche sotto l’ombrellone perché non è necessariamente vero che l’Estate sia il tempo del disimpegno.

Rileggerlo sottoforma cartacea, dopo averlo seguito post dopo post, ha avuto un effetto dirompente che non mi aspettavo. Del blog ha l’immediatezza e la freschezza, del libro ha la profondità e le parole giuste al posto giusto, quelle che vanno dritte al cuore, senza pietismi.

È che, non c’è niente da fare, leggere nero su bianco, inchiostro su carta, leggere un libro è una cosa diversa. Un libro anche se letto nel caos di una stazione affollata o su un vagone pieno di gente vociante rimane un’esperienza personale e intima, uno spazio ritagliato al mondo, laddove la lettura di un blog, per quanto nel chiuso della propria stanza e alla luce fredda di uno schermo, è un fatto pubblico.

Per questo, pur essendo io convinta utilizzatrice di internet, lettrice e scrittrice di blog, credo che il buon vecchio libro non sarà mai soppiantato del tutto dalla tecnologia. Ray Bradbury, l’autore di Fahrenheit 451 da poco scomparso, ci ha lasciato in consegna anche questa verità.

Il libro, quello di carta, è arricchito da una intensa prefazione di Concita De Gregorio e dai disegni di Astrid-Esther. Rispetto al blog c’è anche un prologo, Dolorlandia non esiste, in cui l’Autrice chiarisce le motivazioni che l’hanno spinta a rendere pubblici situazioni e sentimenti così personali. Racconta di come, a un passo dall’estate, nel maggio del 2011, sia “caduta faccia a terra in un luogo ostile e sconosciuto” e da lì tutto abbia “preso a rotolare veloce” e lei si sia ritrovata “testimone privilegiata di un’esperienza di soccorso e assistenza sanitaria pubblica incredibile”scoprendo che anche per il regno di Op, come in quello di Oz “dopo l’uragano si poteva tornare a casa”.

Scrive ancora Paola nel prologo, ed è la chiave di lettura del libro:
“Le mie parole e i miei racconti non sono né uno strumento di autoterapia, né un Grande Fratello del dolore dei bambini […]. Sono fotografie di un posto dove ai giornalisti è vietato entrare.

Il reportage che non avrei mai voluto scrivere e di cui, per insondabili ragioni, qualcuno mi ha dato un bel pezzo di esclusiva. Oltre alla cronaca di un angolo di mondo (e di buona sanità italiana) il mio scopo è condividere quello che ho imparato: dai tumori infantili si può guarire. Un anno fa non lo sapevo. E questo ha reso la prima parte del mio viaggio nel regno di Op insopportabile e straziante. Pensavo di essere in un braccio della morte e invece ero in trincea: sono due cose diverse, ed è importante capirlo per reagire come serve”.
Grazie Paola per aver cercato di farlo capire anche a noi.

APPARSO SUL NUMERO DI GIUGNO DI REPORT.M

I love Anime

Published: 27/02/2012

Se anche voi avete una sorella che crede di essere la reincarnazione di Lady Oscar, se siete state innamorate perse di Actarus e di Terence ma poi avete ceduto al fascino tenebroso di Capitan Harlock, se la storia di Anna e della casa del tetto verde ancora vi commuove, e Candy Candy in fondo vi fa un po’ rabbia (soprattutto, se odiate con tutto il cuore Cristina d’Avena per aver appiattito le sigle storiche dei nostri cartoni animati preferiti) questa serie proposta da Iacobelli editore vi conquisterà.

“Esiste uno sparuto gruppo di anime che è rimasto impresso nella memoria collettiva” – si legge nella presentazione della collana I LOVE ANIME – e che ancora suggestiona i singoli, si potrebbe aggiungere.

Sono 13 al momento i titoli in catalogo, libri a colori che ritraggono i personaggi che hanno segnato l’infanzia di più generazioni: Da Anna dai capelli rossi a Sailor Moon da Goldrake (“il primo robot non si scorda mai” recita il sottotitolo) a Jeeg Robot (cuore & acciaio), da Heidi (la bambina delle Alpi) a Lady Oscar e ancora: Gaiking, Berserk, Trider7, I cavalieri dello zodiaco, Capitan Harlock e l’intramontabile Mazinga Z. Serie e personaggi noti al grande pubblico riproposti in volumi agili e accattivanti che raccontano aneddoti, svelano segreti, riproducono bozzetti originali e fotogrammi, ricostruiscono la storia dei protagonisti e dei loro autori, aggiungendo tasselli di consapevolezza ai nostri ricordi.

Questi anime giapponesi nascono come manga ed è interessante scoprirne l’evoluzione, in particolare cosa ha comportato il passaggio dal fumetto al cartone animato, le differenze tra la serie originale giapponese e la serie italiana (spesso inspiegabilmente censurata) e così via.

Il titolo originale di Lady Oscar, per esempio, l’eroina della Rivoluzione francese, è Versailles no Bara. Le rose di Versailles o La rosa di Versailles, ci sono infinite diatribe su questo, ma è certo che nelle intenzioni dell’ideatrice Riyoto Ikeda la protagonista non era l’affascinante Oscar Francois de Jarjayes ma probabilmente Maria Antonietta, controversa regina di Francia. Sempre a proposito di Lady Oscar, veniamo a sapere che l’Italia è il paese europeo che ha trasmesso l’anime con maggior frequenza ma è anche il paese che ha posto più censure nel doppiaggio e tagli nelle sequenze.

Scopriamo anche che il romanzo che ha dato origine all’anime Anna dai capelli rossi ha più di 100 anni, essendo stato scritto nel 1908, e che in Giappone ci sono persone che hanno tanto amato il romanzo e il manga da decidere di trasferirsi all’isola Prince Edward in Inghilterra, patria della scrittrice Lucy Maud Montgomery, dove è ambientata la storia della simpatica ragazzina tutta lentiggini (il regista dell’anime, per inciso, è Isao Takahata, lo stesso di Heidi, che evidentemente ha un debole per le orfanelle).

Leggendo il volume dedicato a Candy Candy si scopre come mai non ritrasmettano più le puntate e non si trovino dvd che riproducano questa amatissima soap opera per teenager. Le due autrici, Yumiko Igarashi e Kyoko Mizuki, hanno litigato e, per dispetto, essendo entrambe detentrici del copyright, l’una nega all’altra il diritto alla riproduzione dell’opera.

Un altro personaggio indimenticabile è Capitan Harlock, il pirata del futuro. Non piacque a tutti, e in effetti era più adatto a un pubblico adulto che ai bambini (ed era in diretta concorrenza con il mitico Spazio 1999). Ma chi lo seguiva allora lo ricorda oggi con nostalgia. Malinconico e imperscrutabile, con quel ciuffo che gli copriva il viso segnato da una vistosa cicatrice, era un personaggio inedito nel mondo dei cartoni animati e in un certo senso segnava il passaggio all’età adulta. A lui Elena Romanello (autrice per la stessa collana del volume su Candy) dedica una monografia ricca di particolari inediti con la segnalazione puntuale delle differenze rispetto alla storia originaria immaginata da Lleiji Matsumoto.

Chi ha amato queste serie tv e lega ad esse parte della propria infanzia troverà in questa collana un modo per rivivere i propri sogni e per provare a condividerli con le nuove generazioni.

Da Rimbaud a Patti Smith: la poesia è con noi

Published: 05/12/2011

Il 10 novembre 1891 moriva a Marsiglia Arthur Rimbaud, uno dei più amati poeti francesi. 120 anni dopo quella morte prematura (il poeta aveva 37 anni, gli stessi di Leopardi), il 10 novembre 2011, Patti Smith, cantante rock emblema di una generazione (e forse due) gli ha dedicato un intero concerto, proprio nella sua città natale, a Charleville.

Non è nuova la passione di Patti Smith per il poeta simbolista francese, tanto che nel 1996 ha pubblicato Il Sogno di Rimbaud (in Italia con Einaudi)  che raccoglie poesie e prose scritte tra il 1970 e il 1979. Lei stessa più volte ha sottolineato il suo legame con il poeta maledetto e in occasione di questo ultimo, straordinario, concerto ha ribadito che “il suo spirito è ovunque, è il cuore della gioventù ed è anche il cuore della curiosità e dell’entusiasmo. La sua poesia è con noi.”

Insomma, la dimostrazione vivente che la poesia, lungi da essere una sorta di linguaggio in codice tra adepti di una setta d’eletti, è capace di parlare a generazioni diverse e di tessere sottili trame tra le persone e le epoche.

Ben vengano, in quest’ottica, operazioni come quella fatta da Scrittura Creativa Edizioni che ha recentemente ripubblicato Le Bateau ivre con testo originale a fronte e una nuova traduzione curata da Marisa Larocchi.

“L’originalità di Le bateau ivre non consiste nel tema del viaggio – topos assai diffuso in epoche antiche e sviluppato da un’infinità di scrittori – bensì nell’invenzione linguistico-lessicale e ritmica a cui Rimbaud lo sottopone.” Scrive la Larocchi nella postfazione in cui traccia il quadro storico e letterario in cui si muove il battello guidato dal poeta (o è lo stesso poeta il battello?).

Ma non basta questo per comprendere l’originalità e la forza di queste 25 strofe in versi alessandrini a rime alternate. Né sono solo i rimandi classici di cui è infarcito a farci sciogliere in ammirazione (anche in considerazione del fatto che, quando scrive le bateau, Rimbaud ha solo 16 anni). Né lo straordinario uso dell’enjambement a incalzarci.

È la capacità del poeta di estraniarsi dalla realtà e di trascinarci con sé, in balia degli stessi flutti, a decretarne la grandezza. E l’immortalità.

E se nelle canzoni di Patti Smith scorrono, come un video clip, tutti gli anni Settanta, le inquietudini e le visioni di un’epoca di grandi utopie, nella poesia di Arthur Rimbaud, nel suo battello ubriaco, confluiscono i sogni e le incertezze del proprio tempo. Ed è per questo che ancora oggi possiamo dire, dopo 120 anni, che la sua poesia è con noi. Lunga vita alla poesia.

Uno sguardo sul Salone dell’editoria Sociale

Published: 14/11/2011

Si è da poco conclusa a Roma (dal 28 ottobre al 1 novembre 2011) la terza edizione del Salone dell’editoria Sociale. Una rassegna che, partita in sordina nel 2009, quest’anno ha visto la partecipazione di più di 120 ospiti italiani e stranieri e la presenza di un pubblico numeroso e qualificato che girava curioso tra gli stand in cui oltre 70 tra editori e associazioni presentavano al pubblico le loro attività.
A caratterizzare questa edizione, ospitata a Porta Futuro, uno spazio messo a disposizione dalla Provincia di Roma, nel cuore di Testaccio, la Lectio Magistralis di Zygmunt Bauman, il sociologo che ha saputo meglio di altri raccontare i paradossi della società in cui viviamo e che con i suoi libri ha cambiato il pensiero sociologico (e non solo) contemporaneo.

Un’edizione ricca di eventi, che ha visto la presenza di “personaggi” accattivanti dal punto di vista mediatico (Moni Ovadia, Ascanio Celestini e un inedito Carlo Verdone che con Goffredo Fofi ha affrontato un tema provocatorio: “Italiani, brutta gente?”) e tanti incontri estremamente interessanti, vere e proprie fucine di idee e proposte.
Il tema – Etica e Responsabilità pubblica – infatti è stato pensato, a detta degli organizzatori, come un’occasione “per riflettere sulla difficile situazione che sta vivendo il nostro Paese, ma anche sulla crisi economica e delle istituzioni pubbliche e sulla mancanza di un’adeguata coscienza civile e collettiva di fronte ai gravi problemi del nostro tempo”.

Uno degli incontri a cui ho partecipato è stato quello con i collaboratori e i lettori dell’ottima rivista “Gli Asini” che si occupa di educazione e intervento sociale, una sorta di riunione di redazione allargata e partecipata in cui sono state illustrate le ragioni e gli obiettivi della rivista oltre a discutere della “disobbedienza civile” come unico vero antidoto alla crisi.
Da segnalare anche la proiezione di due docufilm: Black Block (alla presenza del regista Carlo A. Bachschmidt e del giornalista Alessando Mantovani, autore del libro Diaz. Processo alla polizia, Fandango 2011), e Rupi del vino di Ermanno Olmi.

Ma tornando ai libri, argomento che più sta a cuore a noi della redazione di Libriconsigliati.it, sono state presentate molte interessanti novità che speriamo presto di poter recensire: Il Naufragio (Feltrinelli), di Alessandro Leogrande, dedicato al naufragio della nave albanese Kater I Rades; Pallone Desaparecido. L’Argentina dei generali e il Mondiale 1978 (Bradipolibri) di Andrea Maggiolo; Il Paese dei buoni e dei cattivi. Perché il giornalismo, invece di informarci, ci dice da che parte stare (minimum fax), interessante saggio di Federica Sgaggio; Il Microcredito. Cos’è e come funziona: quando pochi soldi cambiano la vita (ECRA), di Bruno Cassola.
Insomma questi quattro giorni dedicati all’Editoria Sociale sono stati densi di eventi, proposte, riflessioni, idee… rivoluzionarie. Peccato non aver potuto seguire tutto, per la contemporaneità di alcuni eventi e la densità del programma.
Mi rifarò alla prossima edizione.

In occasione della presentazione del libro nel bellissimo centro storico di Locorotondo, ho posto alcune domande a Osvaldo Capraro, Omar Di Monopoli e Giovanni Turi – autori e al curatore di Meridione d’Inchiostro, raccolta di racconti inediti di scrittori del Sud (Stilo Editrice).

Omar Di Monopoli

– Nel  tuo racconto (uno dei più efficaci dell’antologia) Nostro Signore L’Uomo-Purpu, aleggia un senso del tragico che rimanda immediatamente a I Malavoglia di Verga, forse per quel tentativo di sfidare il mare che non si conclude positivamente. Dunque non c’è speranza per i “vinti”, in ogni epoca?

– Credo che a ben guardare la figura-cardine alla base di tanta letteratura meridionale sia in realtà l’«invitto», particolare forma di sconfitto che in fondo non perde mai poiché latore di una quintessenziale invincibilità. Gli (anti)eroi che adoro descrivere nei miei libri sono così: gente semplice che affronta a capo chino un destino più grande, ma pur uscendone spesso colle ossa rotte – in verità avanzano senza paura verso la fenditura dell’orizzonte, con la consapevolezza di non avere altre opportunità che progredire nella tempesta, accettando magari il rischio di perdersi…

– Con la tua trilogia (Uomini e cani, Ferro e fuoco, La Legge di Fonzi, tutti pubblicati da Isbn Edizioni) hai inaugurato un nuovo genere letterario, il “western pugliese” che con uno sguardo disincantato e un linguaggio “sporcato” da dialettismi ma molto colto ci racconta un “certo” Sud. Come nasce questa tua scrittura così originale?

– Da una commistione di fattori: in primis, il fatto che a Manduria, terra in cui vivo, Sergio Leone veniva a prendere le facce da “peones” di cui costellava i suoi film. Quindi in qualche maniera amplifico e faccio mia una concezione delle mie terre che era già nella testa di un genio come il Maestro degli spaghetti-western. Poi sono figlio di un’adorazione che rasenta la patologia per il southern-gothic di stampo americano: per cui Faulkner, Caldwell e Flannery O’Connor sono il mio modello di riferimento. Infine c’è la lingua italiana, così ricca e onomatopeica, che se ben intavolata può sorprendere davvero tutti i palati (e se a questo ci aggiungiamo il pepe del vernacolo, la ricetta si fa unica e originalissima).

– “Compito della letteratura è accendere i riflettori sulle lacerazioni” è tua questa definizione. Cosa rispondi a chi ti accusa di non fare “buona pubblicità” alla tua terra?

– Che a occuparsi della promozione della Puglia migliore ci pensano già, e con straordinaria efficacia, le associazioni turistiche e gli assessorati competenti. Chi si occupa di arte, chi è impegnato nel campo della cultura tout court (anche quando, come nel mio caso, in fondo scrive giallacci impastati di Sud e pistolettate) deve prefissarsi necessariamente obiettivi diversi: farsi carico della zona oscura, sporcarsi le mani per raccontare ciò che ufficialmente viene taciuto: non siamo e non vogliamo essere brochure di benvenuto per nuovi, agognati visitatori da spennare…

– Il tuo racconto ha un elemento in comune con quello di Osvaldo Capraro: entrambi raccontano come lo sguardo degli altri possa influire sul destino dei singoli. È anche una metafora del Sud. O no?

– Non c’è dubbio che, per dirla con John Donne, «nessun uomo è un’isola!», siamo parte di un grande disegno, ognuno componente fondamentale e al tempo stesso particella sostituibile di un universo sociale in perenne movimento. Al Sud lo sguardo degli altri si fa metafora di una crescita di consapevolezza mai sufficientemente «agita». Ci muoviamo aspettando il plauso altrui, il consenso dei maggiorenti, il finanziamento del Nord, l’elemosina del ricco politico di turno: ottemperando alle esigenze di qualcosa che è sempre fuori da noi: ma il Sud possiede una sua specificità, una propria peculiare identità che è fatta di secoli di storia, di ricchezze meravigliose. Forse dovremmo imparare a fidarci del cambiamento imparando a far tesoro di ciò che siamo stati, per guardare al futuro con maggiore fiducia.

Osvaldo Capraro (e qui gioco in casa)


– Il tuo racconto, Il sopra e il sotto, è breve ma efficace come una pennellata decisa. È la storia di un “senza fissa dimora” come si direbbe oggi e del suo incontro con una figura straordinaria del nostro Sud, Don Tonino Bello, che però qui rimane, volutamente, sullo sfondo. Che senso ha oggi raccontare la figura di don Tonino? È rimasto qualcosa di quel suo tentativo di capovolgere l’immaginario?

– Don Tonino Bello era un “eretico”, uno che non si accomodava nei salotti del monopensiero dominante, lo contestava e non temeva di pagarne le conseguenze in termini di isolamento. Il nostro Meridione ha sempre avuto figure di “eretici”, ovviamente invisi al potere, di cui oggi sentiamo una grande nostalgia. Ma la forza dell’eresia sta nella contestazione del presente nell’ottica di un futuro migliore, ed è una forza che oltrepassa i limiti geografici. Don Tonino non era solo uomo del Sud, era uomo tout court, “fino in cima”, come avrebbe detto lui. Penso che uno dei compiti della letteratura, oggi, sia raccontare l’eresia e la forza spiazzante di un’utopia che relativizza il presente e che afferma a pugni stretti che il nostro è solo uno, non l’unico e nemmeno il migliore dei mondi possibili.

– A me sembra di ritrovare qui diversi elementi comuni a un tuo precedente racconto apparso nell’antologia della Minimum fax, Ogni maledetta domenica. Ma anche collegamenti con il tuo romanzo Né Padri Né figli… nel senso che in tutti c’è un ribaltamento di ruoli e un’ingiustizia di fondo. I “vinti” di verghiana memoria sono destinati a rimanere tali?

– Sì, finché non prenderanno coscienza che la propria situazione di “vinti” non proviene da un fato oscuro e immutabile, ma da una serie di circostanze difficili ma non impossibili da capovolgere. I vinti di una volta erano i poveri. Oggi sono i poveri di cultura, coloro che credono di pensare con la propria testa, ma sono eterodiretti da un’immensa struttura di potere mediatico. Per buttarlo giù basterebbe una consapevolezza di massa che, però, siamo sempre più lontani dal raggiungere.

– Il tuo racconto ha un elemento in comune con quello di Omar: entrambi raccontano come lo sguardo degli altri possa influire sul destino dei singoli. È anche una metafora del Sud. O no?

– Direi piuttosto una metafora della storia e di un modello di civiltà (o di inciviltà…) in cui i più deboli sono destinati a soccombere. Il modello del nostro benessere occidentale (ormai sempre più in crisi) è fondato sulle conquiste e gli sfruttamenti coloniali. Sullo schema, cioè, del più forte che si afferma sul popolo magari più avanzato culturalmente, ma meno preparato militarmente. Una delle possibilità perdute del nostro Sud è stata il dimenticare la nostra millenaria cultura per lasciarci colonizzare l’immaginario da quella dominante del mercato e dell’iperconsumo. Sparpagliati in monadi, senza più un’idea di comunità, continuiamo a essere terreno di caccia per conquistatori, diventiamo cioè come il loro sguardo ci vuole.

Giovanni Turi

– Giovanissimo, eppure sembra che tu ti sia trovato molto a tuo agio nel rapportarti agli autori di questa raccolta, tutti con un certo background. Come hai selezionato gli scrittori? Alla luce di tanti positivi riscontri, e considerato che molti nomi sono rimasti “fuori” ci sarà una seconda raccolta?

– Innanzitutto sono scrittori che hanno già ampiamente affermato il proprio talento, che nelle loro opere hanno dimostrato un’attenzione particolare ai temi sociali del Mezzogiorno o comunque a un’ambientazione meridionale; inoltre quasi tutti vivono da Napoli in giù (l’unica eccezione è Cosimo Argentina, ma chi più tarantino di lui?), si confrontano dunque quotidianamente con le problematiche della propria terra d’origine, ne colgono per primi gli spiragli di rinnovamento e talvolta se ne fanno promotori. Per il secondo volume ho già raccolto diverse adesioni, ma promuovere un’antologia di racconti pubblicata da un piccolo editore è impresa davvero ardua, per cui dobbiamo ancora fare un bilancio tra passione e impegno profusi e riscontri ottenuti.

– Nove autori, molto diversi tra loro, stili diversi, generazioni diverse: questa la forza di Meridione d’inchiostro. Alla fine, a tuo parere, quale immagine del Sud emerge?

– Emerge un affresco del Sud tutt’altro che rasserenante; permangono situazioni di disagio e forme di arretratezza, contraddizioni e paradossi, eppure qualcosa sembra smuovere il nostro atavico immobilismo: se non altro la consapevolezza di dover e poter cambiare, a partire dalle piccole azioni, come l’ascolto delle situazioni di disagio o il rifiuto di ogni forma di omertà. Insomma, dove c’è una buona letteratura, c’è sempre speranza.

Mariella Sciancalepore per Libri Consigliati

a Veronica Tommasini

Published: 13/04/2011

Sciancalepore Benvenuta, Veronica. Il suo primo romanzo, Sangue di cane, è stato molto apprezzato da critica e pubblico, due “entità” che non sempre camminano con lo stesso passo. Sono dell’idea che sia proprio quel sapiente mescolarsi di scrittura alta e personaggi umili ad aver messo d’accordo tutti. Lei quale pensa sia il “segreto del successo” del libro?

Tomassini Non saprei. Posso provare a immaginare che questo libro, come peraltro  qualcuno mi ha già detto, ha un potere, una forza che non dipende da me, che va al di là delle qualità letterarie del testo. È quel che c’è dentro, quel che si racconta, forse,  il senso di pietà e di misericordia, che permane nelle pagine, ad aver nutrito una strana, straordinaria empatia. Le stazioni del dolore del personaggio narrante hanno incontrato una sensibilità pronta, corale direi, quella dei lettori e di certa critica.

Sciancalepore Sangue di cane racconta una storia attualissima, ambientata ai margini di una Siracusa indifferente, tranne poche belle eccezioni, ai propri “ultimi”. Qualcuno ha scritto che avrebbe potuto ambientarsi in qualsiasi città italiana. Io trovo, al contrario, che Siracusa sia un elemento imprescindibile e che la storia non sarebbe stata la stessa in una altra città. Lei cosa ne pensa?

Tomassini Anche questo è possibile. Tuttavia Siracusa è un elemento funzionale alla storia, compare molto pallidamente, molto noiosamente, lontana da connotati meridionalistici, come d’altro canto la mia scrittura. Siracusa si staglia insicura e fragile, dietro il mondo marcio che i personaggi, gli amanti del romanzo, attraverseranno insieme fino alla fine.

Sciancalepore Il suo non è un libro che lascia indifferenti. È commovente, nel senso che davvero muove qualcosa dentro. È la storia di una passione. Quella della protagonista per Slawek ma anche quella dell’autrice per gli emarginati, ed è straordinaria la sua capacità di raccontarci tutto un mondo fatto di “vuoti a perdere” e di metterci di fronte a una realtà scomoda.
Come mai la scelta di rendere i “polacchi” protagonisti della sua storia, un popolo fiero, capace di grandi slanci ma vittima della sua Storia. Da dove nasce questa attenzione agli ultimi, come nasce, in definitiva, il suo romanzo?

Tomassini Sono una slavofila. Ho amato gli scrittori russi da ragazzina, amo i film di Kusturica (ho pianto fino a rovinarmi gli occhi sulla fine di Perhan, il rom  de “Il tempo dei gitani”), amo la musica balcanica, tutto questo in tempi non sospetti. La Polonia l’ho scelta perché nella mia vita ho incontrato un uomo fiero, coraggioso, segnato col fuoco, in tutto simile a Slawek di “Sangue di cane”, ed era un uomo polacco. Racconto di eroi capovolti che ho conosciuto davvero, immigrati, clochard, malati di alcol e nostalgia, molti polacchi, dell’Est Europa. Erano i primi anni ’90, incocciavo un fenomeno epocale, un fiume di uomini, provenienti dai paesi dell’ex Cortina, era appena caduto il muro, la democrazia sopraggiungeva rapidamente,  trovando impreparato un popolo di proscritti, i polacchi di Walesa. Riconobbi un uomo del tutto simile a Slawek, dovevo raccontare di lui, un giorno. Amo le differenze, amo i vuoti a perdere, i fiori nel fango.  È così. Ho cominciato ad amarli dopo aver letto “Christiane F. Noi i ragazzi dello zoo di Berlino”, avevo solo nove anni. La mia vita da allora cambiò profondamente.

Sciancalepore In un’intervista lei ha detto: “la letteratura non mente, per questo deve sporcarsi le mani”. C’è qualche autore che ha avuto come punto di riferimento per questo romanzo e per la sua scrittura in generale?

Tomassini Ce n’è più di uno. Su tutti però,  Marek Hlasko, scrittore polacco degli anni di Gomulka.  La sua Polonia disumana e straziata si mostrava dentro un dolore laconico, ed era un dolore storico, un ghigno col suono del singhiozzo, come nelle storie di Cechov.

Sciancalepore Era circolato il suo nome quale possibile candidata al Premio Strega. Immagino sarebbe stata una bella soddisfazione per lei e per Laurana, la casa editrice che l’ha sostenuta. È delusa che tale possibilità sia sfumata? Qual è la sua idea  riguardo ai premi letterari?

Tomassini Mi piacerebbe vincere un premio. Non ho mai vinto un premio. E i premi servono, secondo me. Lo Strega era un desiderio troppo esigente, troppo alto, avevo paura persino ad esprimerlo. Ci ha pensato Giulio Mozzi per me.

Sciancalepore Le hanno fatto molte interviste di recente. C’è una domanda che non le è stata posta a cui le piacerebbe rispondere?

Tomassini Sì: da uno a dieci, quanto sei felice?

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a Lucia Tilde Ingrosso

Published: 06/04/2011

Sciancalepore Uomo giusto cercasi (uscito alcuni mesi fa per i tipi della Piemme) è il tuo primo romanzo rosa, un chick lit se vogliamo usare una definizione che va molto di moda. La prima domanda è obbligatoria: Che cosa ti ha spinto a “cambiare colore” e, da apprezzata scrittrice di gialli, cimentarti in un genere diverso?

Ingrosso La nascita di mia figlia Stella, che mi ha fatto toccare con mano le reali difficoltà delle donne nel conciliare vita privata e professionale. Questo è uno dei temi portanti del romanzo, seppure trattato con toni lievi e molta ironia. Ho voluto dare voce, attraverso una storia emblematica, a tante donne che con fatica si barcamenano nella vita di tutti i giorni. Facendo i conti con sacrifici, responsabilità, rinunce. Ma godendosi anche la gioia immensa di avere dei figli e una famiglia. È una grande soddisfazione quando tante neo-mamme mi dicono che si sono riavvicinate alla lettura grazie anche a questo romanzo.

Sciancalepore La storia si dipana attraverso due piani narrativi e su due livelli spazio-temporali distinti. La protagonista è sempre Lara, raccontata in due periodi diversi della sua vita. La ragazzina alle prese con le prime delusioni d’amore e  i primi successi lavorativi e la giovane donna dei nostri giorni, divisa tra lavoro e famiglia ma decisa a riprendersi il suo spazio e a non accontentarsi del ruolo di madre-e-moglie. Io ho trovato molto più efficace, narrativamente parlando, quest’ultima figura. Probabilmente in me scatta un meccanismo di identificazione… In fondo il bello di un libro sta proprio nella possibilità di ritrovarsi nelle parole e nei pensieri di un personaggio di carta: «Vorrei riconoscermi nelle mie scelte, pur a patto di qualche rinuncia. Vorrei essere la persona che sognavo di diventare» – dice Lara. Tu in “quale Lara” ti riconosci di più?

Ingrosso Il doppio piano narrativo mi è servito anche per inserire nel romanzo una nota di suspance. Chi legge non sa, fino a un certo punto, chi è l’uomo che Lara ha accanto nel presente. Inoltre, mi piaceva raccontare la strada percorsa dalla protagonista. Bambina, adolescente, ragazza, giovane donna. Fino al presente, quando dovrebbe essere una donna realizzata e matura, che ha raggiunto tutti i suoi obiettivi e potrebbe dirsi “pacificata”. E invece no. Perché la vita riserva sempre nuove sorprese, a tutte le età. E non permette di rilassarsi e “tirare i remi in barca”. Prima di dirsi completamante felice, Lara deve sciogliere tutti i nodi della sua vita, capire chi è e chi vuole accanto. Nelle varie fasi della vita di Lara c’è anche un po’ di me, ovviamente. Ma ci sono anche tante bambine, ragazze e donne che ho conosciuto. Lara è un collage di tante storie, di tante esperienze. Su Facebook ho creato una pagina aperta a tutti dedicata a “Uomo giusto cercasi”. Qui si trovano curiosità, retroscena, commenti dei lettori (tanti uomini, a sorpresa) e anche delle “scene tagliate”.

Sciancalepore A proposito di curiosità… Hai dovuto rinunciare a qualche parte di te per realizzare i tuoi sogni? La maternità, in particolare, ha cambiato il tuo modo di essere giornalista e scrittrice?

Ingrosso Io adoro la mia famiglia. Amo scrivere. E faccio con piacere il mio lavoro di giornalista. E poi ci sono gli amici, la lettura, lo sport, i viaggi, i film… Per fare tutto, avrei bisogno di giornate di 48 ore. Si devono sempre fare delle scelte. Da quando la famiglia si è allargata, io ho di volta in volta cercato soluzioni per passare più tempo possibile con mia figlia senza rinunciare al mio lavoro e alla mia passione per la scrittura. Grazie a periodi di aspettative, a un orario part time, a un marito disponibile e a qualche equilibrismo, me la sto cavando. Ma non direi mai che ho rinunciato a qualcosa in seguito alla maternità, tanto meno ai miei sogni. La famiglia rimane al primo posto, sempre.

Sciancalepore Sicuramente non scatta l’identificazione con il tuo personaggio “storico”, il fascinoso commissario Sebastiano Rizzo, protagonista dei tuoi romanzi gialli. Ci racconteresti com’è venuto alla luce?

Ingrosso Quando è nato, tanti anni fa, aveva il volto di Kevin Costner giovane. Rappresenta l’uomo di cui tante donne, disgraziatamente, si innamorano. È malinconico, ombroso e solitario. Ma anche intelligente, generoso, appassionato del suo lavoro. Corre nel parco sotto casa, tifa per l’Inter, non riesce a smettere di fumare. Circondato da persone che, nonostante il suo caratteraccio, gli vogliono bene (la mamma, il suo vice, il medico legale…) ha però due grandi dolori: la morte violenta del padre, poliziotto come lui, e l’abbandono della fidanzata storica, oggi importante discografica. In ogni libro, racconto un caso giallo, che può essere letto autonomamente rispetto agli altri. Però c’è sempre una “narrazione orizzontale” che continua. La vita personale di Rizzo si evolve, da un episodio all’altro. Ritroverà la sua ex, scoprirà l’assassino del padre e, in un futuro prossimo, cambierà anche lavoro.

Sciancalepore Ho letto che Rizzo sta per diventare protagonista di una fiction per la tv. Immagino sia una bella soddisfazione. Qual è il tuo sentimento di fronte al materializzarsi del “tuo” personaggio?

Ingrosso Il progetto è prossimo al via. Si tratterà di quattro puntate da 50 minuti per Mediaset, in stile Csi. Il regista è Stefano Anselmi, ancora top secret il cast, ma io spero che Rizzo sia interpretato da un attore bravo e intenso, non importa se famoso. Famoso, nel caso, lo diventerà con questo ruolo! Per me è un’emozione grandissima e un’enorme soddisfazione. Il proprio eroe che prende corpo, le proprie storie che arrivano nelle case di milioni di italiani. Ancora non ci credo…

Sciancalepore Dopo Milano in cronaca nera e Uomo giusto cercasi tornerai a raccontarci le indagini dell’ispettore Rizzo, come tutti i fan di Sebastiano (me compresa!) si augurano, o dobbiamo aspettarci qualche altra sorpresa da Lucia Tilde Ingrosso?

Ingrosso La nuova avventura di Rizzo è quasi pronta. La sua pubblicazione è legata alla tempistica della fiction. Nel frattempo, uscirà un manuale ironico sul periodo della ricerca di un bambino e della gravidanza. L’ho scritto con mio marito Giuliano Pavone, anche lui scrittore, ed è il frutto della nostra esperienza “sul campo”. Sto anche rivedendo un altro romanzo giallo, sempre ambientato a Milano, questa volta però senza l’ispettore Rizzo. A condurre le indagini sarà Alfio Mastronardi, un simpatico commissario pugliese. Ma tranquilli, non farà le scarpe a Rizzo: lui e il bel poliziotto sono anche amici!

Sciancalepore Un’ultima domanda, una curiosità che non possiamo tralasciare. Hai letto di recente qualche libro che consideri “imperdibile” e consiglieresti ad occhi chiusi ai nostri lettori?

Ingrosso Due proposte, entrambe made in England. La prima è il (giustamente) best seller Un giorno, in cui David Nicholls racconta la vicenda di un lui e una lei in un giorno preciso, anno dopo anno. Io l’ho scoperto grazie a un mio lettore, che ha notato che Nicholls ha usato lo stesso espediente narrativo che io avevo usato in un racconto (antecedente!).
Chi volesse leggere il mio raccontino, lo può chiedere all’email: lucia@luciatildeingrosso.it.
Meno noto, ma quasi altrettanto notevole è Può avere effetti collaterali di John O’ Farrell. Con tipico spirito british, l’autore racconta una madre disposta a tutto. Anche a fingersi una ragazzina e affrontare al posto della figlia l’esame d’ammissione in una scuola prestigiosa. Gli effetti collaterali fanno molto ridere…

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a Giuliano Pavone

Published: 11/12/2010

Sciancalepore A dispetto di chi sentenziava che il confine ultimo della letteratura fosse il Molise, da qualche anno la Puglia è diventata teatro di numerosi romanzi. Taranto in particolare sta vivendo un momento d’oro dal punto di vista letterario (da Flavia Piccinni a Cosimo Argentina passando per Alessandro Leogrande e Mario Desiati). A cos’è dovuto, secondo te, questo cambiamento? E ritieni sia un fenomeno passeggero?

Pavone Scherzando, ma non troppo, dico che a Taranto ultimamente ci sono più scrittori che lettori. Nei nomi che cita fatico a trovare un filo conduttore, una “scuola”: ognuno percorre la sua strada autonomamente. Piuttosto, mi sembra interessante osservare che gli autori menzionati vivono tutti fuori Taranto. Allora forse sono (“siamo”: mi ci metto anch’io) stati colpiti dalla stessa fascinazione di cui sono stati vittima altri artisti non tarantini, ad esempio nel cinema. È una città particolare, diversa da tutte le altre, piena di contrasti, e per questo “letteraria”. Ma probabilmente per accorgersene bisogna guardarla dal di fuori, avere un termine di paragone.

Credo che di passeggero ci possa essere una certa moda della Puglia (i vini, le vacanze in Salento…), ma l’affermazione di un’identità pugliese fuori dai nostri confini credo sia ormai consolidata una volta per tutte. Non credo, insomma, che si rischi di tornare ai tempi in cui Domenico Modugno doveva cantare in siciliano perché il Sud veniva identificato esclusivamente con Napoli e, appunto, con la Sicilia.

Sciancalepore L’eroe dei due mari è costruito su un plot narrativo basato sulle fantasie proibite di un qualunque tifoso di provincia: un campione di livello internazionale decide di giocare in una squadretta di serie B. Molti personaggi, però, non sembrano affatto di fantasia, dai giornalisti, ai calciatori, a certi cosiddetti sottoproletari. Quanta parte ha l’invenzione nel tuo romanzo?

Pavone Il gioco, in linea di massima, è quello dell’“invenzione verosimile”. Di palesemente inverosimile c’è solo lo spunto iniziale che è, come dice lei, il sogno proibito di ogni tifoso. Anche se poi, considerando certe storie di calcio reale (Buffon e Del Piero freschi campioni del mondo che giocano in Serie B in seguito ai fatti di Calciopoli…) e leggendo il libro fino alla fine, anche l’improbabilità della scelta di Cristaldi viene un po’ ridimensionata.

A partire da questo spunto ho cercato di immaginare personaggi e situazioni il più possibile realistici (anche se il tono è più da commedia che da film neorealisti). La maggior parte dei personaggi è di fantasia, o magari è un mix di diverse persone che conosco, in alcuni casi il riferimento a persone reali è più forte. Ma è singolare come per quasi tutti i lettori il personaggio più realistico sia stato l’usciere scansafatiche Santino, che in realtà è il più macchiettistico. Evidentemente è la realtà ad essere farsesca.

Sciancalepore Nel romanzo, i vip del calcio – dal campionissimo Cristaldi ai suoi compagni di squadra fino al presidente della Lega – non fanno di certo una bella figura: chi più chi meno, umanamente parlando, sono poca cosa. Tratti invece con più indulgenza personaggi di ceto sociale più basso, da Clara all’usciere Santino al sottobosco di sottoproletari corredati di immancabile birra Raffo. Pensi sia realmente così, che i tifosi, gli ultras e i semplici spettatori siano in un certo qual modo d considerarsi “innocenti” rispetto alla crisi e allo sfascio in cui versa il calcio nostrano?

Pavone Non era mia intenzione dipingere i “vip” come individui peggiori della gente comune. Mi sono sforzato di costruire dei personaggi sfaccettati e “umani” dove i “cattivi” non fossero solo cattivi e i “buoni” non solo buoni, lavorando anche sull’evoluzione dei caratteri nel corso della vicenda.

Quanto al calcio, io sostengo che oggi i tifosi “normali” (cioè appassionati al limite del fanatismo ma non violenti –una categoria di cui mi sento parte) sono stretti fra due fuochi: da una parte i violenti, dall’altra i potenti. La violenza negli stadi esiste, ed è un problema, ma è un fenomeno in netto calo rispetto ai decenni passati. I “potenti” la strumentalizzano per i loro fini, ovvero trasformare il calcio da sport popolare a intrattenimento prevalentemente televisivo. Gli ultras (o come li vogliamo chiamare: in realtà ci sarebbe da discutere su cosa intendiamo per ultras) si oppongono a questo sistema, ma ogni volta che adottano qualche comportamento estremistico in realtà lo favoriscono.

Sciancalepore Riguardo a certi personaggi: mi pare d’aver riconosciuto nel personaggio di Perotti qualcosa di Matarrese. O forse nel paese di calciopoli e moggiopoli questi personaggi si somigliano un po’ tutti?

Pavone Sottoscrivo entrambi gli enunciati. In Perotti è difficile non trovare qualcosa di Antonio Matarrese, un personaggio direi “iconico” per gli appassionati di calcio della mia età, in particolare per i pugliesi. Però è anche vero che nel calcio di oggi si somigliano un po’ tutti.

Sciancalepore Sono tanti gli scrittori che hanno scritto egregiamente di calcio (Osvaldo Soriano, Eduardo Galeano, Nick Horby…). Non hai avuto timore di confrontarti con questi miti? E c’è qualcuno, in particolare, a cui ti sei ispirato?

Pavone Timore no, e non per presunzione, ma perché se ci si confrontasse con i miti nessuno scriverebbe un romanzo. Non mi sento in concorrenza con loro, volo molto più basso. Per cui, problema risolto. Fra chi scrive di calcio mi sento in linea di massima più vicino ai sudamericani. Un romanzo che mi è piaciuto molto è stato poi “L’inattesa piega degli eventi” di Enrico Brizzi. Ma sinceramente non credo di essermi ispirato a qualcuno in particolare, anche perché il mio, a rigore, non è un romanzo sul calcio, ma un romanzo che si serve del calcio per parlare di alcuni aspetti della nostra società.

Sciancalepore Una curiosità femminile: che rapporto hai con il calcio? Leggendo il romanzo non è chiaro se alla base ci sia un amore imperituro o un odio viscerale.

Pavone Con tutte le mie forze, la prima che hai detto! Amore imperituro, e quindi odio viscerale per chi – dall’interno – lo maltratta e lo umilia.

Sciancalepore Tornando al libro e alla sua curiosa genesi. Non capita a tutti di diventare un “caso letterario” ancor prima di essere pubblicati. Pensi di essere stato solo fortunato? O ritieni che il futuro sia questo e che il web possa essere un supporto per l’editoria tradizionale?

Pavone Non nego che una componente di fortuna ci sia stata. Ma quello che forse dal di fuori non si coglie è che quella è stata una delle infinite strade che ho provato per arrivare alla pubblicazione. Sicuramente il web torna utile in molte cose: come vetrina di talenti, come strumento di passaparola, come veicolo di autopromozione, come scorciatoia per contattare personalità dell’editoria e – una volta diventati scrittori – come canale di comunicazione con i lettori. Il rischio è però quello del sovraffollamento, secondo il ben noto principio del “tanta informazione, nessuna informazione”.

Sciancalepore Vista la tua esperienza, cosa consiglieresti a chi ha il famoso “romanzo nel cassetto” e non trova un editore disposto a pubblicarlo?

Pavone Di insistere, di provarle tutte, di puntare sempre in alto ma allo stesso tempo avere l’intelligenza e l’umiltà di apprezzare ogni piccolo successo. Di accettare i consigli delle persone che si stimano. Di cercare di coltivare rapporti personali con esponenti dell’editoria (perché – inutile girarci intorno – limitarsi a mandare i dattiloscritti agli editori raramente paga) ma senza trasformarsi in solenni scocciatori o imbarazzanti adulatori. Sono i rapporti paritari e di stima reciproca quelli che portano più lontano.

Sciancalepore Per concludere. Attualmente vivi a Milano… ma torneresti a Taranto? Se sì, a quali condizioni?

Pavone Io e i miei coetanei tarantini ci siamo interrogati per decenni su questa domanda, senza trovare una risposta univoca. Perché una risposta univoca non c’è. Dipende da questioni personali, da casi della vita, da troppe cose. Posso dire che da qualche anno, soprattutto per vicende familiari, sto trascorrendo a Taranto più tempo che in passato. E ne sono contento. E mi piacerebbe trascorrerne ancora di più. Tornare in pianta stabile? Giustamente perché fosse possibile si dovrebbero verificare delle condizioni. Ma se iniziamo a porre delle condizioni (abbondanza di lavoro, benessere, vivacità culturale…) rischiamo di trasformare Taranto in un’altra città e, in definitiva, cancellare quei motivi che anni fa ci hanno spinto a trasferirci altrove. Insomma, secondo il vecchio detto, “se mio nonno avesse le ruote, sarebbe una carriola”. O, per rimanere in ambito pugliese, “se Parigi teneva lu mer’, era ‘na piccola Beri”!

Nota: Tutte le interviste sono state pubblicate su Libri Consigliati

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