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meditate, gente, meditate

Era lo slogan pubblicitario di una birra.
Capisco che possa sembrare strano sentir parlare di dieci giorni di meditazione.
Che avrò da meditare per tanto tempo? NON LO SO. Ma voglio scoprirlo.
Meditazione Vipassana , questo vado a fare, e “vipassana” significa una cosa bella, significa “vedere le cose in profondità, come realmente sono“.
Ecco è quello che vorrei provare a fare, anche se la cosa mi spaventa.
Non sono in fuga dal mondo, né da me stessa, non sono in crisi coniugale (le nostre non sono “vacanze separate” ma “vacanze diverse” su cui poi confronteremo, arricchendoci). Semplicemente sentivo l’esigenza di fare una esperienza forte e che questo era il momento per farla.
Ho prenotato il mio posto per questo corso addirittura a marzo, quando mi trovavo in un casino totale e il frastuono delle mie classi mi faceva vedere come desiderabile il silenzio assoluto. E c’era anche la necessità di avere tempo per pensare e pensarmi, e anche, perché no, di stare senza fare niente.
Avevo poi accantonato questo mio proposito, mi ero detta tanti “ma sì, ma dai”, tutto sommato ora avevo più tempo a disposizione e tante cose da fare…
Ecco, appunto,  ero sommersa di arretrati: lavoro, poesie da valutare, recensioni da fare, libri da leggere, scarabocchi che avrei voluto fare, roba da stirare, pulizie da fare, acquisti che continuavo a rimandare.
E poi sono andata in vacanza, finalmente. Una settimana di alta montagna, belle passeggiate, panorami mozzafiato, temperatura invidiabile, belle mangiate, il relax della sauna e dell’idromassaggio, la compagnia degli amici. Nessuna preoccupazione se non quella di segnalare con una crocetta quello che volevo per cena. Tutto bello, non tutto perfetto ma una bella vacanza con qualche imprevisto.
E poi si torna a casa.
Il giorno dopo, lunedì, ho ripreso a lavorare. A un certo punto guardandomi intorno mi sono resa conto che tutto il casino era ancora lì e che il mio livello di stress, dopo solo un giorno, era lo stesso di prima di partire. Anzi si sono aggiunte altre preoccupazioni e un ansia che non mi faceva dormire. Ho capito che non avrei mai trovato il tempo per mettere ordine a casa, per leggere tutti i libri che avrei voluto leggere, vedere tutti gli amici che avrei voluto vedere…insomma per togliermi gli arretrati di una vita. E di certo non avrei potuto farlo nelle mie due residue settimane di ferie. Avrei solo accumulato frustrazioni.
Così ho deciso, nel frattempo mi è arrivata la richiesta di conferma della mia partecipazione al corso. E ho risposto. Sventurata? No, penso di no.
Ho tanti dubbi e paure, e a un giorno dalla partenza anche la forte tentazione di tornare sui miei passi. Dieci giorni senza vedere le persone che amo, senza parlare con nessuno, senza poter leggere né scrivere… solo pensare a me e alla mia vita. Sì, mi  fa paura.
Ma qualcosa dentro di me mi dice che questa strana cosa mi farà bene. E voglio provarci.
So bene che quando tornerò ci saranno ad aspettarmi delle situazioni da risolvere, quelle che congelo per dieci giorni, insieme ai panni da stirare. Ma forse avrò l’energia necessaria per affrontarli.

per chi fosse incuriosito qua ci sono alcune informazioni di base sulla tecnica di VIPASSANA

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pensieriparoleopereeomissioni

Questo articolo di Concita de Gregorio dice tutto quello che avrei voluto dire io. Con lucidità e serenità fa i nomi, inchioda i responsabili, quelli che la Giustizia non ha contemplato. Certo potremmo accontentarci di una sentenza che, per la prima volta in Italia, condanna non solo gli esecutori materiali ma chi ha dato loro gli ordini. Ma non basta e non mi accontento perché quello che è successo a Genova non è solo “la più grave sospensione dei diritti umani in un paese occidentale dopo la Seconda Guerra Mondiale” come dichiarato da subito da Amnesty International, è stato anche il tentativo, in parte riuscito, di distruggere i sogni di una intera generazione. Chi pagherà per questo?

GIUSTIZIA E OMISSIONI
di Concita De Gregorio, “La Repubblica” del 7/07/2012

Troppo tardi e troppo poco. È per queste due ragioni che non si riesce a sentirsi davvero al sicuro, al riparo di una solida e limpida democrazia. È per questo che la sentenza della Cassazione sulla Diaz genera sollievo, sì, perché una pagina di verità è stata scritta e certo assai peggio sarebbe stata un’assoluzione generale. Ma non basta, non riesce a ripristinare quella forse ingenua ma formidabile e condivisa sensazione di libera cittadinanza, di fiducia nel rispetto delle regole fondamentali, di possibilità di esprimersi e di manifestare consenso o dissenso che c’era prima.

Prima di Genova, perché come le torri gemelle hanno segnato uno spartiacque per il mondo intero, il G8 ha scandito, in Europa, un prima e un dopo. Oggi la tenacia del sostituto procuratore Pietro Gaeta restituisce agli italiani una stilla di giustizia, ed è un’ottima notizia che qualcosa sia cambiato nel Paese e si possa ricominciare a farlo. Le pubbliche scuse e le pesanti meditate parole di Giorgio Manganelli, attuale capo della Polizia, fanno sperare negli uomini: perché le istituzioni sono gli uomini che le incarnano. Ciò non toglie che sia troppo tardi, e troppo poco. Undici anni sono il tempo che separa un bambino delle elementari dalla sua laurea, un esordio agonistico dal ritiro, sono il tempo di mezzo di una vita: troppi per aspettare i punti di sutura ad una ferita, quella che si vede sanguinare dalla testa di uno dei giovani della Diaz nella foto sui giornali che, identica di anno in anno, ferma il tempo da allora. Troppi per la ferita collettiva a un sentimento ormai in cancrena.

Quelli che di noi erano alla Diaz, quella notte, sanno come sono andate le cose da quell’istante esatto. Dalle 23.30 del 21 luglio 2001. Sono andate come la sentenza assai tardivamente conferma, come ricostruisce per una piccola parte degli eventi da cui restano tuttavia esclusi i mandanti. Lo sanno con la precisione di un ricordo indelebile che chi ha potuto e voluto ha certificato fin dalle cronache del giorno dopo, nelle testimonianze ostinate e reiterate in tribunale, in ogni occasione pubblica e privata. Non ci volevano undici anni per dire che stavano tutti dormendo, nella scuola, che le luci erano spente quando sono arrivati i mezzi della Polizia e a centinaia i caschi blu. Che i vetri sono stati rotti dall’esterno verso l’interno, i cocci delle finestre erano tutti dentro, non uno in cortile. Che l’irruzione è stata comandata a freddo, che chi dormiva si è svegliato e ha cercato di salvarsi correndo su per le scale ma molti sono rimasti dov’erano, invece, perché non capivano e non sapevano cosa dovessero temere, e sui loro sacchi a pelo sono stati massacrati. Che non c’erano passamontagna di black bloc in quella scuola, nulla è stato portato via quella notte che non fossero persone in barella.

Lo sappiamo da quell’istante perché lo abbiamo visto accadere minuto per minuto, abbiamo visto le luci accendersi dopo l’irruzione e sentito le urla salire lungo i piani, perché siamo entrati nella scuola subito dopo e a terra c’erano libri, diari, documenti, mutande, una bibbia in corridoio, una scatola di tampax per le scale, una copia del Don Chisciotte strappata, sangue dappertutto. Sangue sui registri della scuola, sulle maniglie antipanico delle porte, sui banchi, tantissimo sangue nei bagni. E quella scritta, comparsa subito, pennarello su foglio bianco, in inglese: non lavate questo sangue.

Abbiamo visto in quel cortile, quella notte, il responsabile delle relazioni esterne della Polizia di Stato Roberto Sgalla, braccio destro di De Gennaro allora capo della Polizia, parlare al telefono cellulare fino ad operazioni concluse, per così dire. Fino a che il novantatreesimo corpo è stato portato via in barella. E abbiamo sentito il questore di Genova Colucci dire, poche ore dopo, che Sgalla era stato mandato alla Diaz da De Gennaro stesso, in quelle ore assente da Genova. Salvo ritrattare anni dopo, a processo, e modificare la versione: a convocare Sgalla, ha messo a verbale Colucci, sono stato io.

Da questa nuova versione è scaturita la sentenza che certifica l’estraneità di De Gennaro ai fatti. Non fu il capo della Polizia, dunque, a disporre “la macelleria messicana” della Diaz — dice quella sentenza — né furono gli esponenti politici del centrodestra al governo presenti in massa durante le operazioni, nessuno dei quali ha mai pronunciato una sola parola di autocritica, di giustificazione, di spiegazione. Se ne deduce che gli alti dirigenti di Polizia ora sospesi dalle pubbliche funzioni, molti dei quali nel frattempo promossi a più alti incarichi e infine, undici anni dopo, condannati, abbiano agito quella sera di loro iniziativa: che abbiano disposto a freddo la mattanza senza essere stati da alcuno autorizzati a farlo. Così, una loro idea.

Ricordiamo a chi avrebbero potuto chiedere un parere, proprio lì sul posto e sul momento, se ne avessero avvertita l’esigenza. A Gianfranco Fini, allora vicepresidente del Consiglio e in quei giorni prima in visita alla sala operativa della questura poi, il sabato della morte di Carlo Giuliani, chiuso nella caserma di San Giuliano. A Claudio Scajola, allora ministro dell’Interno ma fin da allora evidentemente inconsapevole. A Filippo Ascierto, ex carabiniere e responsabile Difesa di An, in quei giorni a capo di una delegazione di parlamentari costantemente presente negli uffici di pubblica sicurezza: tra la sala operativa e il comando provinciale dell’Arma alla vigilia dell’assalto alla Diaz transitarono con Ascierto Giorgio Bornacin, An, eletto a Genova, Federico Bricolo, Lega, Ciro Alfano, Biancofiore, e Giuseppe Cossiga, eletto con Forza Italia. Fu suo padre Francesco qualche settimana dopo a pronunciare al Senato il celebre discorso in favore di Scajola, alla vigilia del voto che rinnovava al ministro la fiducia del Parlamento.

In assenza dell’accertamento di una responsabilità politica e/o gerarchica le condanne di Gratteri, Luperi, Calderozzi e dei loro colleghi nulla dicono su quale sia stata la catena di comando che ha disposto il massacro della Diaz e qualche giorno dopo quello di Bolzaneto, carcere dove i reclusi venivano picchiati in cella al suono di Faccetta nera nei telefoni cellulari, suoneria del resto in voga ancora oggi negli uffici pubblici delle principali municipalizzate romane, chissà se è al corrente Alemanno. Giova infine ricordare, per quanto ovvio, che a Genova era naturalmente presente Silvio Berlusconi, allora e per molto tempo ancora presidente del Consiglio. Della morte di Carlo Giuliani disse, quel pomeriggio: “Un inconveniente”.

Bene dunque che il clima sia cambiato, che si possa oggi salutare una pagina di verità con una consapevolezza collettiva che certo ci arriva anche dalle tragedie di Cucchi e Aldrovandi, chè il pericolo del sopruso vestito da istituzione è sempre in agguato. Bene le scuse, peccato per le omissioni. Resta ancora da scrivere, imminente, la sentenza per dieci manifestanti accusati di “devastazione e saccheggio”, termini adatti ad una guerra benché di guerre tra eserciti non si sia vista traccia, a Genova. Le guerre si combattono tra schieramenti avversi e in armi, non le combattono i cittadini che manifestano contro coloro che sono chiamati a garantire la sicurezza di tutti, anche la loro.
Per quei dieci manifestanti sono stati chiesti 100 anni di carcere. Anche dall’esito di quella sentenza dipenderà la possibilità che la ferita del G8 possa cominciare, con così grave ritardo e tante amputazioni, a chiudersi.

Lettera ai miei alunni/6

Siamo arrivati alla fine del nostro percorso e non vi ho ancora detto in che cosa ho mancato e perché vi chiedo scusa.
Non ci rimane molto tempo, la scuola praticamente finisce dopodomani per me e come ben sapete, l’incubo di ogni compito in classe è la conclusione, soprattutto se deve essere “personale”.
E invece io ricorro alle parole di Carla Melazzini e al libro meraviglioso che mi ha fatto compagnia nei miei viaggi verso di voi. Un libro che dovrebbe essere reso obbligatorio per tutti gli insegnanti. Insegnare al principe di Danimarca (anche se il titolo un po’ allontana) è un libro bellissimo, poetico, autentico, ricco di spunti (la mia copia è tutta strasottolineata).

Potrei riportarne interi capitoli e mi piacerebbe commentarli con quelli di voi più maturi insieme a qualche insegnante. Utopia. Però c’è una parte che è utile al mio discorso e mi aiuta a scrivere la conclusione di questa lettera.
Scrive la Melazzini che per fare di una relazione una “buona relazione” occorrono almeno tre elementi: Tempo, Indipendenza, Reciprocità.
Per costruire buone relazioni ci vuole molto tempo
, anche perché bisogna riparare dei danni e si sa che se a distruggere ci vuole un secondo, a ricostruire e riparare ci vogliono anni. Pensiamo, per esempio, al terremoto di cui in questi giorni sperimentiamo la portata devastatrice.
Noi di tempo ne abbiamo avuto tanto sulla carta, 320 ore, eppure non è stato sufficiente. Ci vuole tanto tempo per conoscersi, per misurarsi e solo dopo si può cominciare a costruire. Ecco ora, a maggio, io vi conosco sufficientemente bene per poter cominciare a instaurare con voi una relazione proficua per me e per voi. Ma il nostro tempo è scaduto. Certo ne abbiamo sprecato tanto, anche questo è vero. Non è una questione di ore ma di qualità del tempo. Il tempo sprecato a verificare la disponibilità del laboratorio di informatica, dell’aula magna, il tempo sprecato a ripetere la stessa cosa 10 volte, il tempo sprecato ad arrabbiarmi, a sedare le liti non solo verbali, a difendere i più deboli dai soprusi, il tempo sprecato in viaggio. Il tempo sprecato dalle vostre protesi: quei telefonini a cui ricorrete quando non sapete cosa dire, cosa fare, dove guardare. Per sfida o per noia. Quanto tempo sprecato. Avrei potuto provare a raccontarvi chissà quali altre storie, avremmo potuto conoscerci meglio.Ma comunque anche questo spreco è fisiologico e va sempre messo in conto in ogni relazione. L’importante è usare bene quello che ci rimane. Io ci ho provato, ma ho la consapevolezza che avrei potuto dedicarvi di più del mio tempo mentale. Ma quando arrivavo a casa nel tardo pomeriggio, dopo una mattinata di combattimento e tre ore di viaggio, non avevo molta voglia di dedicarmi ancora a voi, a cercare nuovi modi per stimolarvi.
Non che non l’abbia fatto. Abbiamo riscritto la favola di Esopo in chiave moderna e poi nel vostro dialetto. Ve lo ricordate? L’abbiamo fatto all’inizio. Vi ho fatto scoprire Tommaso Fiore, questo emerito sconosciuto a cui è dedicata la vostra scuola, vi ho fatto scoprire Tim Burton e visto insieme i suoi film più belli, abbiamo letto Jimmy della collina, un romanzo per ragazzi e vi è pure piaciuto. Ne abbiamo parlato tanto, sviscerandolo in ogni aspetto. Dovreste conoscerlo a memoria. E lo so che vi avevo promesso che avremmo visto il film alla fine ma, ho cercato di spiegarlo a quelli di voi più maturi, dopo averlo visto a casa (di solito me li guardo i film prima di proporveli) ho capito che era impossibile farvelo vedere. Passi per le scene di sesso, ma il nudo integrale maschile proprio non potevo proporvelo. Mi è dispiaciuto perché sarebbe stato interessante portarvi a fare un confronto tra scrittura e visione, m anon potevo rischiare una denuncia.
Vi ho proposto brani e poesie che normalmente non entrano nei programmi scolastici. Abbiamo visto il film La scuola è finita e riflettuto insieme su cosa significa la scuola per noi. Abbiamo creato insieme gli haiku e poi abbiamo sperimentato il caviardage. E vi ricordate quando abbiamo messo in scena il matrimonio a sorpresa di Renzo e Lucia? Mi sono messa a disposizione per prepararvi ai compiti in classe e alle interrogazioni. Sì, di cose ne abbiamo fatte, vi ho fatto giocare e soprattutto mi sono messa in gioco, eppure ho la sensazione che avrei dovuto dedicarvi più tempo. Qualitativamente parlando.

Una relazione che crea dipendenza non è una buona relazione – scrive ancora la Melazzini. Questo vale nei rapporti di coppia, nell’amicizia, vale con le cose (il cellulare, la sigaretta, gli spinelli). Vale a maggior ragione nella relazione docente-alunno, dove io docente insegno perché tu possa diventare consapevole e autonomo. C’è stato questo nella nostra relazione? Non lo so. Ho provato a farvi capire che studiare, imparare a stare con gli altri, imparare a gestire le difficoltà è nel vostro interesse, e che questo vale indipendentemente dal docente che vi trovate di fronte. Ho provato anche  a farvi capire che ci sono diversi contesti e diversi modi di comportarsi per cui a scuola ci si comporta in un modo e a casa e per strada in un altro. E questo non significa affatto essere falsi, ma essere consapevoli. Ai compagni ci si rivolge in un modo, ai docenti in un altro. Ma si rimane se stessi. Che quella su Facebook è una vicevita (parafrasando Magrelli) ed è invece la vostra vita vera che dovete riempire di relazioni autentiche. Ho provato a incoraggiarvi, a dirvi che ce la potete fare se lo volete. Ma credo di aver raccolto pochi risultati sotto questo aspetto. Non sono nemmeno riuscita a farvi capire l’importanza di firmare prima con il nome e poi con il cognome, primo segno di una indipendenza dalla propria famiglia per affermare se stessi. Eppure ve l’ho ripetuto ogni giorno!

Altra caratteristica irrinunciabile in una relazione è la reciprocità. Questa è ancora più difficile anche perché, dice la Melazzini, la reciprocità va esplicitata.
Se non è reciproca una relazione non è “buona”
e reciproco vuol dire che io cresco se tu cresci.
“Qualunque relazione insegnante-alunno in cui l’insegnante non sia disposto ad accettare che lui impara dall’alunno quanto e forse più di quanto l’alunno non impari da lui, non è una buona relazione. In una relazione buona si cresce anche in termini di arricchimento emotivo. E tutto questo va esplicitato perché l’altro contraente del patto deve essere consapevole di quanto lui ti sta dando in questa relazione”.

Questa reciprocità c’è stata, io sono consapevole di quello che ho imparato da voi, soprattutto in termini di “arricchimento emotivo”, non sono però sicura di averlo esplicitato. Di avervi incoraggiato sufficientemente, di avervi mostrato gratitudine pure per quel poco di attenzione che mi davate e che mi gratificava. Certo non stiamo parlando di un contesto dove esplicitare sia facile. Voi non avete consapevolezza delle vostre emozioni, siete, come tutti gli adolescenti del mondo, pura emozione, ma emozione scomposta e incosciente. Emozione labile, evanescente. Emozione senza attenzione. Mi sarebbe piaciuto insegnarvi a essere consapevoli delle vostre emozioni per imparare a gestirle e soprattutto a non farle colonizzare dal mondo adulto per il quale voi siete solo un target. Il più ambito. Proprio perché le emozioni possono essere trasformate in impulsi ad acquistare.
È stato davvero poco il tempo perché potessimo anche solo provare ad affrontare questo argomento e vi lascio quindi vulnerabili così come vi ho incontrato.
Per questo vi chiedo scusa, a nome mio e di tutta la società degli adulti.

Lettera aimiei alunni/4

Tutto questo porta alla ribalta il problema di cosa soprattutto dovrebbe insegnare la scuola, e dopo la tanta, troppa retorica sulla tragedia di Brindisi (di cui temo non si saprà mai la verità, ennesimo depistaggio mediatico) vorrei dire la verità, cioè che la scuola a parole predica legalità e giustizia ma nei fatti razzola il contrario. E per voi ragazzi i fatti contano. Se le parole per quanto belle non sono sostenute da comportamenti coerenti voi non le bevete. E cosa vedete, cosa respirate a scuola? A parte le ingiustizie, vere o presunte, che si svolgono ogni giorno in classe e dietro cui molto spesso nascondete la vostra svogliatezza, il vostro vittimismo, la mancanza di fiducia in voi stessi, l’incapacità di reagire costruttivamente alle piccole difficoltà. A parte questo, mi chiedo se anche voi vedete quello che vedo io. Che c’è un docente che passeggia per i corridoi o è intento placidamente al computer in sala professori quando dovrebbe essere in classe. Lo vedono tutti, colleghi e dirigenti, ma mai che abbia sentito una parola in proposito. Però se siete voi a passeggiare nei corridoi invece di essere a fare il vostro dovere in classe venite ripresi. Giustamente. Ciascuno deve fare il proprio dovere. Per fortuna non vedete che quello stesso docente, io lo chiamo l’Intoccabile, qualche volta fa chiacchierate in sala docenti con persone che non sono della scuola. Amici? Parenti? Clienti? Sostenitori? (è uno che le mani in pasta dappertutto, politica compresa) È uno di quelli, dei tanti, troppi che hanno il doppio lavoro e che vengono a scuola per arrotondare. Avvocati, ingegneri… quanti ce ne sono! Io sono sempre stata convinta che il lavoro serio a scuola non sia conciliabile con un’altra attività lavorativa. Lo dico con molta onestà, autoaccusandomi, perché in questi mesi ho portato avanti anche un altro lavoro. L’ho fatto per necessità perché poi a giugno, finita la supplenza, non posso permettermi di ritrovarmi con il sedere per terra. Me la firmate questa giustifica?
Ma quando (se) entrerò di ruolo dovrò fare una scelta, perché non si può essere bravi insegnanti se non ci si dedica a questo lavoro al 100%. Anima e corpo. Purtroppo, invece, per molti la scuola è un passatempo. Insegnanti e alunni. E chissà se la percepite come ingiustizia l’assenza fissa settimanale del vostro docente, sempre negli stessi giorni. Strano virus deve aver preso. Sempre di mercoledì quando ha 5 ore, o di sabato. Chissà se ve lo chiedete come sia possibile. Ve lo spiego io. Basta un medico di base che non si fa troppi problemi e una scuola che, come tutte le scuole, non dispone di molti fondi per cui non manda la visita fiscale per non doverne sostenere il costo. Certe volte sono stata tentata di dire “ve li do io i soldi!”.
Ma probabilmente voi siete talmente felici che il vostro docente non venga a fare non-lezione che il problema non ve lo ponete proprio. E in questo siete simili a tutti gli alunni d’Italia, anzi il vostro è l’atteggiamento tipico dell’italiano medio che vive pensando “finché mi conviene” “finché non mi tocca da vicino” salvo poi rendervi conto che la fregatura l’avete presa proprio voi. Ma sarà troppo tardi per ribellarsi. Sono altrettanto sicura che voi, spugne come siete, assorbite tutto, incamerate una sfiducia negli aduli e nelle istituzioni di cui forse non vi rendete conto consapevolmente. Forse nel vostro tapparvi le orecchie con le cuffie, nel vostro isolarvi dal mondo aggrappati, come l’ostrica a uno scoglio, al vostro telefonino c’è il rifiuto di questa ipocrisia che attribuite al mondo degli adulti tout court. Eppure non siamo tutti così, ve lo assicuro. Ci sono insegnanti straordinari, ci sono adulti giusti. Sì, anche nella vostra scuola. Sappiate cercarli e sosteneteli sempre.
Eppure vorrei dirvi anche che la legalità può, deve, partire da voi. Ammettere qualche volta le vostre responsabilità, almeno quando venite colti in flagrante. Per esempio. Avere rispetto per gli ambienti che vi ospitano e per i collaboratori che devono pulire i vostri macelli. Per esempio. Impedire che quel bidone dei rifiuti, quello lì davanti alla scuola venisse distrutto giorno dopo giorno fino a essere ridotto in cenere. Per esempio. E invece fate come le famose tre scimmie nonvedo-nonsento-nonparlo. Ma se non coltivate il senso della giustizia alla vostra età, cosa coltiverete dopo, da adulti?

Lettera ai miei alunni/2

Un capitolo a parte è quello delle ragazze. Una esigua minoranza all’interno dei gruppi classe che mi sono stati affidati. Potrei suddividerle in due categorie e sarebbe comunque riduttivo. Quelle che non hanno nessuna voglia di prendere il mano il proprio destino e vivono la scuola e la vita con atteggiamento passivo, senza aspettative, senza sogni. Future casalinghe di Voghera. Il massimo a cui aspirano è fare la parrucchiera, ma non aprirsi un salone in proprio, altrimenti capirebbero l’importanza del diploma. Sono future ragazze di bottega, esecutrici senza fantasia di ordini altrui. Tutte non riescono a immaginare un futuro diverso da quello delle loro madri.

Pasqua, Filomena, Angela, Oriana, Federica, Vita, Maria, Lucia, Vanessa. La maggior parte di voi si sono ritirate. Arrese prima del tempo, alla scuola e alla vita. Le altre saranno bocciate e sarà bocciata ogni eventuale segreta aspirazione a una vita diversa. Non è un bel risultato per un progetto pensato per ridurre il fenomeno della dispersione scolastica. E non è un bel risultato per me, come insegnante e come donna.

Io vedo ogni giorno il vostro passato e il vostro futuro.
Lo vedo nelle giovani donne sfiorite che incontro giornalmente alla stazione di Grumo. Poco più che ventenni. Due figli piccoli, un marito coglione accanto. Quelle bambine in braccio alle loro madri spente, come le sigarette tra le loro labbra, passeggino come palla al piede, forse siete state voi. E quelle donne sarete voi. Vorrei proprio che poteste vedervi nello stesso specchio deformato in cui vi vedo io. E ribellarvi a un futuro scritto da altri ma che voi state sottoscrivendo abbandonando la scuola, rifiutando ogni altro esempio di figura femminile che non sia quello previsto per voi. Siete tante piccole Gertrude dal destino segnato, anche se voi non sapete nemmeno chi è, essendo andate via da scuola prima che si arrivasse ai capitoli 9 e 10 e alla sua storia.

La seconda categoria è quella delle ragazze pesantemente condizionate da un destino infame ma con una voglia di resistere pari alla loro paura di vivere e capaci di ritagliarsi spazi inaccessibili agli altri. Gusci impenetrabili. Un fallimento per noi insegnanti, per la scuola tutta, per la società.

Mi ha colpito subito il vostro sguardo spaventato, terrorizzato in alcuni casi. Vero Francesca? La tua voce sottilissima, i tuoi sorrisi, i tuoi disegni… non dimostri più di 10 anni. In consiglio di classe qualcuno di quegli adulti che dovrebbero prendersi cura di te ha detto “è tutto passato”, qualcuno  altro che tu “non capisci niente”. Come possiamo pensare che con una storia come la tua alle spalle sia “tutto passato”? Mi sono vergognata per la loro superficialità. Anche un cieco vedrebbe la paura nei tuoi occhi, quella fiducia che non sei più disposta a dare. Quella regressione infantile che è un’accusa al mondo degli adulti di cui non vuoi entrare a far parte.
E tu Annalisa che appena puoi scappi fuori da quella classe troppo maschile e violenta e mi vieni a cercare? Tu che all’inizio mi guardavi come un’aliena e ora mi dici che ti annoi a non fare niente e mi chiedi di farti fare qualcosa. Vogliono bocciare anche te, sai? E se ti salveranno non è perché hanno visto in te le potenzialità da tirar fuori e le paure da consolare, ma solo perché in fondo non dai fastidio a nessuno. La scuola ama gli studenti moribondi, quelli che non rompono le scatole a nessuno. Basta non guardargli negli occhi.
Ho saputo dopo il dolore che ti segna. Non ci crederai ma quel dolore ha una forma che ci accomuna. Immagini che non ti lasciano mai, scelte che non possiamo comprendere, fantasmi che tornano sempre a cercarci. E tu sei così giovane. Anche tu sei una bambina che deve ancora sbocciare.
E che dire di te, Cecilia, della tua voglia di capire, di sapere, di vivere? Con il tuo desiderio di emergere, nonostante le sue “certificate” difficoltà. Tu ce la puoi fare.
E Vita, e Maddalena e Raffaella?
Siete tutte alunne inadatte alla scuola? O è la scuola che è inadatta a voi?
Oggi mi avete fatto tenerezza, con i vostri sorrisi sghembi e tutte la classe che vi ignora, eravate lì a confabulare tra di voi, a ricreare un vostro mondo personale fatto di complicità, giochi infantili e disegni. Voi siete le ultime tra gli ultimi, le più svantaggiate, quelle con cui nessuno vuole avere a che fare,  ma anche le più vive. Persino Maddalena che non parla mai ma segue tutto. Maddalena che ha tirato fuori una poesia di poche parole: Croci, proprio croci. Francesca mi ha detto, un sussurro, che si sposerà a 18 anni, come sua madre. E le altre a ridacchiare e ad ammettere: anche la mia, la mia a 19… però voi non condividete la smania imitativa della vostra compagna, e tu Vita me lo hai detto chiaramente con il tuo solito sguardo di sfida, che prima dei 25 anni di sposarti non se ne parla, hai ancora tanto da fare tu, prima di legarti mani e piedi al destino segnato per te.
Andate avanti ragazze, dimostrate a voi stesse che ce la potete fare, anche se nessuno crede in voi.

Ci sono, per fortuna, anche ragazze non comprese tra questi due estremi. In genere si muovono in simbiosi, sono coppie di fatto: Vanessa e Ilaria, Marta e Katia, Marianna e Giusy, Pasqua e Rosalba. In due vi fate forza tanto da arrivare all’assurdo che se manca una anche l’altra non viene a scuola perché non volete stare da sole con tutti quei maschi. E fate tenerezza. Ma anche rabbia quando vedo che per colpa di una anche l’altra sarà bocciata, vero Vanessa che eserciti il tuo potere e il tuo influsso negativo su Ilaria. Cos’è una specie di rivalsa perché lei è alta e bella e tu piccola e tracagnotta? Non lo so, ma so che per tutte arriverà il momento di staccarsi. Sarà doloroso ma anche un momento di crescita.

Il monologo della patata

Ieri sera teatro. Una delle tante dimensioni di cui sento la mancanza. Ma quanti portafogli ci vorrebbero per fare tutto quello che vorrei? Siamo andati a vedere I monologhi della vagina. Ho sempre desiderato vedere questo spettacolo ma l’allestimento fatto da un vecchissimo amico dell’husband trapiantato a Parigi e che ci ha fatto mettere da parte 2 biglietti me ne ha dato l’occasione. E così siamo andati a Lecce, mi mancava anche questa città con la sua atmosfera elegante. Non mi mancavano i suoi automobilisti.

Lo spettacolo è stato carino. Divertente ma non spensierato. Serio ma non serioso. Al centro di tutto lei, la vagina, interpretata da tre donne. Una parola, vagina, che fatichiamo tutti e tutte a pronunciare e che è invece importantissimo provare a pronunciare perché è nel momento in cui si ha il coraggio di dare il loro nome alle cose che queste cominciano a esistere. “Sono preoccupata per le vagine” dice Eve Ensler, l’autrice dei Monologhi, perché nessuno le chiama per nome, come se fosse una cosa di cui vergognarsi. Si inizia da piccole, quando le nostre mamme usano quei buffi diminutivi che però non crescono, rimangono bambini e in fondo nascondono il desiderio che anche noi rimaniamo sempre bambine per le nostre mamme. Così non ci abituiamo mai a chiamare il nostro organo sessuale con il suo vero nome: vagina. Diciamo la verità, è una parola imbarazzante. Non ce ne è motivo, dovremmo andare orgogliose delle nostre vagine, dovremmo prenderne consapevolezza perché avere consapevolezza di una parte così importante di noi significa prendere consapevolezza del nostro valore. Voglio dire che è una parte di noi che non può essere scissa da noi. Non è una parte a sé stante, non prescinde da noi.
Questo è un modo maschile di guardare alla donna che purtroppo anche noi donne abbiamo incorporato. Questo credo lo spirito dello spettacolo. Ma rimane una parola scomoda e non pensavo di parlarne se non fosse che proprio oggi ho scoperto una pubblicità, questa sì imbarazzante, tutta giocata sull’ambiguità del termine “patata” che come quasi tutti sanno è uno dei nomignoli attributi alla vagina. Uno dei più brutti secondo me, perché la patata, chissà perché, è anche sinonimo di stupidità. È un concorso per eleggere la Miss Patata. Non voglio fare pubblicità all’azienda, però ogni volta che credo si sia toccato il fondo nello svilimento del corpo femminile e della sua dignità mi rendo conto che non c’è limite al peggio. Non so se peggiore ma sicuramente se la giocano con lo schifoso slogan “Tu dove glielo metteresti” di cui si è già parlato in altro post. Qui c’è una ragazza bellona vestita con l’incarto trasparente delle buste delle patatine, c’è la bruttina ma simpatica che spera di vincere e c’è l’uomo che alla fine sceglierà la Miss Patata. Ah, l’uomo è Rocco Siffredi. Che per il solo fatto di avercelo più lungo di altri ha il potere di dare un giudizio sulla patata migliore. Un mix di doppi sensi e luoghi comuni come non se ne vedevano da tempo. Insomma una pubblicità rivoltante. E anche brutta da un punto di vista estetico. Vi invito a segnalarla allo IAP, l’istituto dell’Autodisciplina Pubblicitaria inviando l’apposito modulo

“Vagine di tutto il mondo unitevi!” era un po’ il grido di battaglia dello spettacolo. Che faccio mio in questa occasione.

N.B. in questo post la parola “vagina” viene scritta 8 volte (9 con questa). Potevo fare di più ma è un buon inizio.

Sopravvivere, Resistere, Dissentire

Ho sentito per la prima volta Serge Latouche nel 1995, già allora scriveva che le sopravvivenze precapitalistiche non vanno considerate “ostacoli al progresso”, bensì “il fulcro della rigenerazione sociale” perché costituiscono “le basi per una soluzione alternativa ai flagelli provocati dall’imperialismo”. Già allora poneva all’attenzione il problema di come decolonizzare il nostro immaginario: “Il nemico non è soltanto rappresentato dagli altri. Il nemico siamo noi stessi, il nemico è nella nostra testa. Abbiamo tutti l’immaginario colonizzato. Abbiamo tutti la necessità di una catarsi”.

Risentirlo ieri a Locorotondo mi ha fatto una strana impressione, un po’ perché rispetto a 17 anni fa parla un bell’italiano arrotondato alla francese (all’epoca fu necessaria una traduttrice) un po’ perché quelli che erano concetti lontanissimi dal pensiero comune oggi fanno in un certo senso parte della nostra quotidianità.
Lo stesso Latouche era conosciuto solo dagli addetti ai lavori mentre oggi centinaia di persone si spostano per andarlo a sentire ogni volta che viene dalle nostre parti.
Concetti come “decrescita” o l’idea stessa della “crisi come possibilità per ripensarsi” nel 1995 non erano ipotizzabili. Venivamo fuori dagli anni Ottanta, Tangentopoli aveva spazzato via le balene bianche e i garofani rossi e il nuovo che avanza era già vecchio e aveva colonizzato il nostro immaginario in modo irrimediabile. Ma non lo sapevamo. È vero che Pasolini ci aveva ammonito che lo sviluppo senza progresso non ci avrebbe portato da nessuna parte. Ma lo abbiamo ammazzato e dimenticato. Un altro dei profeti sconfessati, per usare un titolo di un libro di Latouche che mi è caro.
Ieri Latouche ha detto che dobbiamo fare i conti con 3 dimensioni, tutte ugualmente importanti e da non sottovalutare (e ha fatto l’esempio dei lati di un triangolo): Sopravvivenza, Resistenza, Dissidenza. Ciascuna indispensabile e direi quasi propedeutica all’altra.
Ovviamente prima di tutto dobbiamo sopravvivere, altrimenti non sarebbe possibile nessuna resistenza o dissidenza.
Sopravvivere significa adattarsi al mondo, ma non significa che dobbiamo approvarlo né aiutarlo a funzionare, al di là del necessario. Si tratta di fare un compromesso con la realtà ma non una compromissione (l“etica del compromesso” di cui parlava Ricoeur). Dobbiamo accettare dei compromessi nel nostro vivere e agire quotidiano, ma senza accettare le compromissioni nel pensiero. E questa è la prima forma di resistenza. Resistere con tutte le forze al lavaggio del cervello che il pensiero unico fa attraverso i media.
Dobbiamo immaginare – dice sempre Latouche – di essere passeggeri di una magamacchina che corre ad altissima velocità e senza pilota. Resistere significa tentare di frenare, di cambiare la direzione. Oppure possiamo provare a saltare giù. E questa è la Dissidenza. Fermate il mondo, voglio scendere – mi verrebbe da dire…
Latouche precisa che: “il territorio e il senso del limite sono molto importanti perché il patrimonio locale è la base della sopravvivenza, della resistenza e della dissidenza, così come è la sorgente del senso del limite. […] Se a breve termine la strategia della sopravvivenza è la più importante, a termine medio, lo sarà la strategia della resistenza e, a lungo termine, quella della dissidenza.”

Dice ancora Latouche che dobbiamo sostituire all’ossimoro “sviluppo sostenibile” un altro binomio che sembra un ossimoro ma non lo è: “abbondanza frugale”. Bellissimo questo accostamento. Significa crescere ma crescere tutti, crescere in modo sano. Non significa affatto tornare indietro ma inventare un nuovo futuro. E fin qui ci siamo.
L’economista filosofo francese ha anche parlato di “riusabilità” e della necessità di tornare ad aggiustare gli oggetti che si rompono invece che correre ad acquistarne di nuovi e alimentare così la nostra “tossicodipendenza dai consumi”. E in quest’ottica invitava a recuperare le piccole tradizioni contadine e l’artigianato locale.

Io che ho bisogno di dare forma concreta ai pensieri, ho bisogno di farmi degli esempi, di dare una pennellata di colore realistico alle foto color seppia ho pensato alla Stanza dello Scirocco, una piccolissima bottega artigianale su via Porto, nel centro storico di Monopoli, dove una giovane artista crea con il legno oggetti che sembrano venire dal passato e invece, direbbe Latouche, vanno verso il futuro.
Ogni volta che ci passo davanti vorrei avere qualche scusa per entrare nel negozietto e farmi incantare da angeli, pesci, gufi, passerotti, gabbiani che fanno capolino dai vetri appannati dal freddo di questi giorni e sembrano aspettare anche loro la maledetta primavera. Chissà, mi chiedo, se saremo di nuovo capaci di dare il giusto valore alle mani che creano.
Certo ha ragione Latouche a dire che bisognerebbe provare ad aggiustare le cose prima di buttarle via. Tra l’altro i computer e i telefonini che buttiamo vanno a inquinare le coste del Ghana e della Costa d’Avorio…
Però nessuno  aggiusta nulla, non conviene dicono, e non lo sanno più fare. Mi fa sorridere pensare a un elettricista cui mi sono rivolta, anni fa, perché riparasse uno dei fuochi del mio piano cottura. Mi ha detto che facevo prima a buttarlo e a comprarlo nuovo. Ma quello era nuovo. Garanzia appena scaduta ma nuovo. Io mi ero da pochissimo trasferita nel centro storico di Monopoli e non conoscevo nessuno, così mi sono tenuta il mio piano cottura e sono 9 anni che cucino tranquillamente con tre fuochi. Alla faccia della “obsolescenza programmata”.§
Qualche mese fa si è rotto l’interruttore della cappa e per combinazione mi sono rivolta allo stesso elettricista. Non ci potevo credere quando mi ha detto che sarebbe stato difficilissimo trovare il pezzo di ricambio e che dovevo cambiare la cappa.
È andata a finire che ho trovato il pezzo su internet e l’ho ordinato direttamente in azienda. Dopo 4 giorni il pezzo di ricambio era a casa: 10 euro + 15 euro la spedizione.
Decisamente l’elettricista in questione non ha mai letto Latouche e non sa che  “fare meglio con meno” è la parola d’ordine della decrescita (felice e serena).

Per chi voglia approfondire si legga il manifesto della decrescita.