Posts Tagged ‘Peace & Love’

Il monologo della patata

Ieri sera teatro. Una delle tante dimensioni di cui sento la mancanza. Ma quanti portafogli ci vorrebbero per fare tutto quello che vorrei? Siamo andati a vedere I monologhi della vagina. Ho sempre desiderato vedere questo spettacolo ma l’allestimento fatto da un vecchissimo amico dell’husband trapiantato a Parigi e che ci ha fatto mettere da parte 2 biglietti me ne ha dato l’occasione. E così siamo andati a Lecce, mi mancava anche questa città con la sua atmosfera elegante. Non mi mancavano i suoi automobilisti.

Lo spettacolo è stato carino. Divertente ma non spensierato. Serio ma non serioso. Al centro di tutto lei, la vagina, interpretata da tre donne. Una parola, vagina, che fatichiamo tutti e tutte a pronunciare e che è invece importantissimo provare a pronunciare perché è nel momento in cui si ha il coraggio di dare il loro nome alle cose che queste cominciano a esistere. “Sono preoccupata per le vagine” dice Eve Ensler, l’autrice dei Monologhi, perché nessuno le chiama per nome, come se fosse una cosa di cui vergognarsi. Si inizia da piccole, quando le nostre mamme usano quei buffi diminutivi che però non crescono, rimangono bambini e in fondo nascondono il desiderio che anche noi rimaniamo sempre bambine per le nostre mamme. Così non ci abituiamo mai a chiamare il nostro organo sessuale con il suo vero nome: vagina. Diciamo la verità, è una parola imbarazzante. Non ce ne è motivo, dovremmo andare orgogliose delle nostre vagine, dovremmo prenderne consapevolezza perché avere consapevolezza di una parte così importante di noi significa prendere consapevolezza del nostro valore. Voglio dire che è una parte di noi che non può essere scissa da noi. Non è una parte a sé stante, non prescinde da noi.
Questo è un modo maschile di guardare alla donna che purtroppo anche noi donne abbiamo incorporato. Questo credo lo spirito dello spettacolo. Ma rimane una parola scomoda e non pensavo di parlarne se non fosse che proprio oggi ho scoperto una pubblicità, questa sì imbarazzante, tutta giocata sull’ambiguità del termine “patata” che come quasi tutti sanno è uno dei nomignoli attributi alla vagina. Uno dei più brutti secondo me, perché la patata, chissà perché, è anche sinonimo di stupidità. È un concorso per eleggere la Miss Patata. Non voglio fare pubblicità all’azienda, però ogni volta che credo si sia toccato il fondo nello svilimento del corpo femminile e della sua dignità mi rendo conto che non c’è limite al peggio. Non so se peggiore ma sicuramente se la giocano con lo schifoso slogan “Tu dove glielo metteresti” di cui si è già parlato in altro post. Qui c’è una ragazza bellona vestita con l’incarto trasparente delle buste delle patatine, c’è la bruttina ma simpatica che spera di vincere e c’è l’uomo che alla fine sceglierà la Miss Patata. Ah, l’uomo è Rocco Siffredi. Che per il solo fatto di avercelo più lungo di altri ha il potere di dare un giudizio sulla patata migliore. Un mix di doppi sensi e luoghi comuni come non se ne vedevano da tempo. Insomma una pubblicità rivoltante. E anche brutta da un punto di vista estetico. Vi invito a segnalarla allo IAP, l’istituto dell’Autodisciplina Pubblicitaria inviando l’apposito modulo

“Vagine di tutto il mondo unitevi!” era un po’ il grido di battaglia dello spettacolo. Che faccio mio in questa occasione.

N.B. in questo post la parola “vagina” viene scritta 8 volte (9 con questa). Potevo fare di più ma è un buon inizio.

Nave senza nocchiero

Non sono la prima né l’ultima a vedere nel tragico affondamento della nave Concordia una triste metafora del nostro Paese.
A me sono venuti subito in mente alcuni famosi versi danteschi (Canto VI del Purgatorio)

Ahi serva Italia, di dolore ostello,
nave sanza nocchiere in gran tempesta,
non donna di province, ma bordello!

Una nave senza nocchiero o con un nocchiero pusillanime, che nega l’evidenza fino alla fine. Un nocchiero che non è capace di prendersi le responsabilità del proprio ruolo.
Quello che scrivevo nel post precedente si è rivelato in tutta la sua drammaticità. Ognuno nelle cose che fa, nel suo lavoro e nelle sue scelte di vita – auspicavo – deve metterci la coscienza.
Dal macchinista dei treni a chi ripara i marciapiedi, da chi costruisce le case a chi opera in ospedale, da chi pulisce le strade a chi guida una nave.
L’Italia e il mondo intero sono come quella nave che va avanti a oltranza, continuando a bere, mangiare e ballare fino a che uno scoglio interrompe, in modo tragico, la navigazione.
Sarebbe bastato invertire la rotta, fermarsi un attimo prima. Anche fuori di metafora il messaggio è lo stesso: invertire la rotta. Cambiare pagina e abitudini, smetterla di consumare le risorse prima che queste finiscano.

Ieri a Monopoli, la mia città adottiva (non so se io ho adottato lei o viceversa) si è svolta una manifestazione regionale per protestare contro le trivellazioni delle nostre coste alla ricerca di petrolio.
Un corteo colorato che al grido di NO PETROLIO vuole impedire alla Northern Petroleum di distruggere le nostre coste. La manifestazione, come tutte le manifestazioni popolari, ha avuti luci e ombre, però nessuno può più far finta di non saperne niente e anche a livello politico, vista anche la massiccia presenza di politici di ogni schieramento (ma dov’erano prima, quando quei permessi sono stati firmati?) ora dovranno perlomeno ascoltarci.
Vista dall’interno la manifestazione ha un sapore diverso, quello delle persone che ci hanno creduto e che si sono impegnate perché riuscisse.
Alla fine, di ogni cosa si può dire che “lascia il tempo che trova” ma se tutti ragionassimo così nulla mai cambierebbe.
Due riflessioni a margine del corteo. 1) passando davanti alle associazioni di pescatori mi ha colpito (ma non stupito) che proprio loro che avrebbero più da perdere, proprio loro che nel mare ci vivono e del mare vivono fossero sulla soglia a guardare il corteo, le facce impenetrabili di chi ha ben altri problemi e guarda a queste manifestazioni come a delle ragazzate. Davvero inquietante. 2) mi chiedo quante delle persone che hanno partecipato al corteo siano consapevoli di una cosa: NO PETROLIO significa anche lasciare la macchina a casa se puoi fare il tragitto a piedi. Significa prendere il treno, andare in bici, camminare… ma non solo. Significa cambiare il proprio stile di vita. Significa anche imparare ad apprezzare quello che abbiamo. Significa anche fare piccoli passi, ma farli. Possibilmente nella direzione giusta.
E qui ritorniamo alla nave senza nocchiero e alla necessità di cambiare comandante e invertire la rotta.

La linea d’ombra

polemiche di provincia

Il mio post precedente è diventato, quasi per caso, un articolo per lo stesso mensile. Un po’ modificato, naturalmente  perché una cosa è scrivere sul un blog che è come una forma di diario di cui rispondo in prima persona, altra cosa è scrivere su un mensile cartaceo e collettivo.
Ho scritto un articolo sotto forma di lettera, molto più equilibrato del post, rispettoso, non certo prendendomela con l’autrice ma prendendo la sua infelice frase come spunto per poter dire quello che penso in merito.
L’articolo è anche piaciuto, insomma, era senza pretese però tocca alcuni temi a cui tengo molto.
Scrivo per esempio: Noi donne oggi combattiamo da una parte con una vocina atavica (quanto somigliante a quella delle nostre mamme, zie, nonne…) che ci fa sentire inadeguate se il nido domestico non è perfettamente a posto e se la cena non è ancora pronta, dall’altra con una società che ci vuole premurose, disponibili e giovanili in ogni occasione.

E ho concluso consigliando di leggere il libro di Michela Murgia (Ave Mary) cogliendo l’occasione per parlare di un libro e di un tema che mi sta a cuore:
Avrei solo un ultimo suggerimento, se mi permette. Legga Ave Mary di Michela Murgia (Einaudi).Le rivelerà aspetti inediti della donna per eccellenza, Maria di Nazareth. Che il “sì” di Maria, per esempio, non era un sì di sottomissione (come la Chiesa degli uomini ci ha convinto a pensare) ma di ribellione.

Si ribella, infatti, a quello che la società dell’epoca riteneva fosse il suo “dovuto” (quale ragazza non avrebbe risposto “ne parlerò con mio padre”?) e invece decide liberamente di accettare la proposta “indecente” dell’angelo mandato dal Signore.
E meno male che lo ha fatto. Altrimenti non staremmo qui, io e lei, a parlarne.

Mi pare anche rispettoso, o no?
Beh non ci crederete ma quella che mi era stata descritta come una innocente ottantenne ha mandato una lettera di fuoco in redazione: inopportuna, insensata e offensiva. Per fortuna non la pubblicheranno, sarebbe una inutile polemica e non era quello lo spirito del mio articolo. Ma la signora  deve essere una di quelle matrone da salotto di provincia abituata a essere giudicata sempre brillante e arguta. Tra le altre cose mi ha definito una “femminista estrema” autodefinendosi “femminista autentica” e temo ne sia convinta. Una che dice che al marito non si può chiedere più del dovuto come aiuto in casa? Bah. E comunque io non sono femminista, né estrema, né autentica, né doc o quel che si vuole.

Riporto solo la risposta al mio suggerimento  di lettura (a quanto pare la cosa l’ha offesa molto, come se le avessi detto signora lei è un’ignorante):
A parte l’imperdonabile colpa di non conoscere questa grande opinionista (povera Michela Murgia ridotta al ruolo di opinonista), lei crede davvero logico appiccicare questa etichetta ad una donna umile, povera e ubbidiente che, pure spaventata dall’enormità della “proposta indecente” le si è tuttavia adeguata? Non è Lei che ha portato in seno il figlio di Dio per poi farlo nascere in un tugurio, respinta da tutti, e che poi il figlio ha seguito nel suo sublime cammino di sommo maestro sino all’atroce e ingiusta morte sulla croce? Lasciamo andare signora il suo femminismo è davvero irrispettoso oltre che capotico
(sic).

Insomma Maria di Nazareth non è una ribelle ant litteram. E pazienza, ognuno ha le sue idee. però capotica non me lo h amai detto nessuno. Onore al merito.
Sorpresa e amareggiata da questa sterile polemica, molto provinciale, ma non ci sto a farmi trascinare in queste logiche da cortiletto. Io dico quello che penso. Punto.
Però a dire il vero ora mi è stato chiesto di tenere una rubrica fissa per questo mensile. Una sorta di Diario di una casalinga (disperata?). A me piacerebbe, mi piace scrivere (anche se già mi chiedo dove troverò il tempo). Potrebbe diventare una sezione di questo blog che aggiorno così poco… Però sono  titubante. Non vorrei attirarmi addosso le ire di tutte le vecchiette del quartiere… HELP. Scherzi a parte… è che ogni volta che mi espongo, che dico davvero quello che penso succede qualche casino. Chi me lo fa fare?

“l’ira funesta delle cagnette a cui aveva rubato l’osso…”

Le famiglie felici si assomigliano?

“Tutte le famiglie felici si assomigliano fra loro, ogni famiglia infelice è infelice a suo modo.” Lev Nikolaevic Tolstoj in Anna Karenina.

Dalla mia vacanza a Lille, Nord della Francia, mi porto dentro ricordi e suggestioni intense. Potrei parlarne per ore, potrei raccontare di come mi sento più a mio agio in un paese civile, in un paese dove nessuno suona il clacson, dove le macchine si fermano alle strisce pedonali, dove la polizia ti ferma se non hai allacciato la cintura (è capitato a me e ho fatto la figura dell’italiana. Ma era il sedile posteriore e da noi non si usa!), dove nessuno getta carte per terra, dove persone di tutte le etnie e colori del mondo camminano tranquillamente senza essere trafitte da sguardi ostili o curiosi.
Più viaggio (poco) nel Nord Europa e più apprezzo quel modo di vivere.
Non vorrei vivere lì,  ma vorrei che si vivesse così qui. Certo, eravamo in vacanza e diversa, meno idilliaca, è la quotidianità. Però le differenze ci sono, eccome. Perché non possiamo prendere ciò che di buono hanno gli altri Paesi? In termini di leggi e comportamenti.
E invece importiamo solo coca cola, fast food e cattive abitudini.

Sarà che questo tema mi sta molto a cuore… ma quello che  colpisce nei Paesi del Nord Europa è la maggiore serenità con cui si vive l’essere famiglia, che non diventa un mondo esclusivo ed escludente come spesso succede da noi. E si sente molto meno o non si sente affatto l’oppressione delle famiglie di origine.
Ho invidiato la nostra amica Beà (viva il Couchsurfing!) perché ha delle amiche meravigliose che sono rimaste tali negli anni, capaci di ritagliare spazi personali alla loro amicizia, nonostante mariti, bambini, distanze. Io non ne sono stata capace e me ne assumo tutta la responsabilità.

Abbiamo incontrato, una famiglia speciale ma così normale, così bella, così pulita.
Sabine e Laurence sono una coppia, insegnante lei e insegnante lei. Due donne solari ed energiche, l’una vegetariana e salutista, l’altra accanita fumatrice, sposate civilmente con i civilissimi PACS (Pacte civil de solidarité). Hanno adottato due bambine haitiane, splendide e problematiche come tutti i bambini che hanno vissuto un infanzia deprivata di affetti. In realtà è lei, Sabine, ad averle adottate ufficialmente perché in Francia le coppie omosessuali non possono adottare ma i single sì. E già questo è un bel passo avanti rispetto al nostro assurdo Paese.
Vivono in una bella casa, un po’ caotica, diciamo “vissuta”, con due cani (Olive e Orso), 4 gatti dai nomi impronunciabili e una tartaruga.
Ho trascorso una intera giornata con loro due, le bambine e i cani e per tutto il tempo mi sono chiesta “ma cosa ha che non va questa famiglia?”. La risposta a fine giornata è stata “niente”. È una famiglia bellissima. Punto.

Ma in Italia sarà difficile vederne, bigotti di comodo come sono i nostri governanti, con la Chiesa tarpa-ali sul collo, con i pregiudizi, col machismo e il maschilismo che ci distingue. Per non parlare del mammismo, altra sciagura tutta italiana.
Io credo che così facendo perdiamo una grande opportunità, di crescita, di confronto, di amore.
In tanti, troppi, pensano di sapere come è e come deve essere una vera famiglia; ma io mi chiedo da dove prendono tanta sicurezza e non li invidio affatto.
Mi sono sentita molto più a mio agio con loro che con tante famiglie nostrane, i rapporti mi sono sembrati più limpidi, meno vincolati da norme di comportamento ipocrite. Certo i problemi ci sono anche per loro come per tutti, non voglio farne un quadretto idilliaco da incorniciare. Sono una famiglia normale. Per quanto mi facciano orrore queste due parole messe insieme.
Non la vogliamo chiamare “famiglia”? mi sembra pretestuoso, ma in qualunque modo la si chiami ci troviamo di fronte a persone belle, che si vogliono bene e che sono in grado di tirar su due bambine difficili. Per me una famiglia è il luogo dove si costruiscono, a fatica, l’amore, il rispetto, l’armonia, l’allegria. Nulla di questo mancava a casa di Sabine e Laurence.
Condividere lo spazio e il tempo con loro mi ha allargato il cuore, mi ha nutrito la mente.
Dedico a loro questo post, anche se non lo leggeranno, perché a casa loro ho imparato almeno tre cose importanti.
Uno
: che in ognuno di noi albergano delle diffidenze, delle resistenze, dei retaggi e abbiamo bisogno di confrontarci con la concretezza e non con teorie per poter davvero comprendere.
Due
: che si può essere ferme e amorevoli allo stesso tempo (e avrò prestissimo modo di mettermi alla prova su questo).
Tre
(ed è una conferma): quel che si riesce a costruire in termini di affetti, complicità, condivisione di valori è più importante di quel che si eredita.
Per questo è importante viaggiare, per potersi confrontare, per guardare, per respirare e portarsi a casa un po’ di serenità in più.

Postilla:
Per quanto riguarda la frase di Tolstoj in apertura, mi chiedo se non sia piuttosto vero (anche) il contrario: tutte le famiglie sono infelici nello stesso modo ma ogni famiglia sa essere felice in modo diverso.

Resistere alla volgarità

Ancora una volta ho incontrato la bellezza. Dopo tanti anni, complice la presenza della nostra amica francese Beatrice, sono tornata a Castel del Monte. Sono cambiate diverse cose da quando il castello era la meta preferita del nostro gruppo di amici, il posto perfetto per smaltire la sbornia dopo aver passato la serata a cazzeggiare tra una portata e l’altra in uno degli agriturismi della zona.
Oggi, per esempio la macchina, bisogna necessariamente lasciarla nel parcheggio e prendere una navetta (4 euro il parcheggio, navetta compresa) per arrivare fino in cima. E il parcheggio è attrezzato con bar, toilette (50 centesimi!) e venditori di souvenir tra cui un improbabile castello imprigionato in una piramide di plastica similcristallo. E vabbè, è il prezzo della modernità.
Però il castello è rimasto quello di sempre e l’emozione che si prova quando lo si comincia a scorgere dalla strada è rimasta immutata. Da secoli si erge, solitario, sulla collina, da secoli ci si interroga sulla sua origine, sulla sua destinazione, sul suo significato e lui da secoli si fa beffe di tutto e tutti e continua a guardarci dall’alto. Maestoso. Purtroppo non tutti lo conoscono, molti pugliesi compresi, questa autentica  meraviglia dell’Umanità.


E poi, bellezza nella bellezza, la sorpresa di trovarci una bella mostra di De Chirico.
La chimica di un’opera d’arte vista dal vivo non ha paragoni, non c’è foto o riproduzione che possa trasmettere l’emozione del colore, i giochi di luce, le pennellate che rivelano la mano dell’artista.
Il Labirinto dell’anima è il titolo della mostra ed è davvero una meraviglia poter ammirare i quadri di De Chirico in una cornice così bella.
Naturalmente di questa mostra non sapevo nulla e credo che siano in pochi a saperlo dalle nostre parti. Sarà lì fino al 28 agosto per cui chi può ne approfitti. Non capita tutti giorni di poter cogliere due bellezze in una botta sola.

 È tanto, sai è tanto se abbiamo salvato gli occhi è Carmelo Bene a scriverlo in Nostra Signora dei Turchi.

La bellezza va condivisa, è la sola cosa che può ancora salvarci. Ma diventa sempre più difficile riconoscerla in mezzo a tanto ciarpame che ci viene spacciato per tale. Alla bellezza bisogna educarsi e bisogna educare. È una battaglia importantissima. Abbiamo bisogno della bellezza per resistere alla volgarità
Penso allo schifo di alcuni manifesti che hanno “impestato” Bari e provincia e di cui si è parlato qualche settimana fa.
Avrei voluto parlarne prima ma questo mese è andato un po’ così, per ritmi e pensieri suoi.
Ci ritorno ora, non certo per fare pubblicità a quell’azienda ma perché penso che debbano esserci dei limiti e quei limiti sono stati ampiamente superati.
In quei manifesti la bruttezza è il minimo comune denominatore e fa rima con indecenza e volgarità.
La cosa più brutta è indubbiamente lo slogan “Tu dove glielo metteresti?”, frutto del maschilismo-machismo più becero. Si sa che il pesce puzza dalla testa e in questo caso la testa è il nostro presidente del consiglio (minuscole non casuali, come non è forse un caso che la ragazza ritratta nel manifesto sia una delle sue amichette) ma non è questo il punto.
Il manifesto è brutto dal un punto di vista estetico oltre che etico. Non so chi grafico degno di questo nome abbia potuto dare l’ok si stampi a una porcheria simile.
Ma non è nemmeno questo il punto, il punto è forse che non ci ha scandalizzato come avrebbe dovuto, che sono insorte molte persone e associazioni ma non tante, non tutte. Sarà che ad agosto nemmeno la manovra finanziaria che ci toglierà quel poco che abbiamo (che angoscia) è capace di farci scendere in piazza, figuriamoci il manifesto di una donna seminuda. È che vuoi che sia! questo il commento di molti uomini su Fb e sui blog che ne hanno parlato.
E invece ci sarebbe stato da indignarci tutte e tutti perché ancora una volta il corpo delle donne è usato per “vendere”.
Certo non l’unico caso, qui a Monopoli accanto al manifesto che poi è stato censurato (hanno semplicemente coperto le scritte) faceva bella mostra di sé il manifesto di una nota marca di intimo che pubblicizza la sua linea uomo facendo indossare slip maschili a una bella ragazza, ovviamente seminuda. Qui nessuno insorge.
Perché ormai siamo abituati a tutto. Soprattutto siamo disabituati alla bellezza, quella vera.

Per sempre ragazzo

Se devo pensare a un momento in cui ho smesso di essere giovane, in cui cioè ho smesso di credere che ci fossero, distinti, il Bene e il Male, che ci fosse, nascosta da qualche parte, la Giustizia, è stato un giorno preciso: il 20 luglio 2001. Dieci anni fa.

Me lo ricordo come se fosse ieri.
Io a Genova ci volevo andare. Per me era normale dopo tante marce per la pace, andare lì a dire come la pensavo, che mondo volevo. L’husband sapeva che qualcosa di brutto sarebbe successo. È andata a finire che ci siamo fermati un giorno di più in Svizzera e da lì abbiamo saputo subito quello che in Italia ancora non si sapeva.
Le immagini di quel ragazzo morto, lo schifo per quello che in Italia si diceva, la percezione che qualcosa si era rotto per sempre. Il senso di ingiustizia e di impotenza. Rabbia e dolore.
Quel ragazzo, Carlo Giuliani, per me è stato fin da subito il simbolo della giovinezza perduta. La sua soprattutto: 21 anni sono davvero troppo pochi per morire. Ma anche la mia, e quella di chi finora aveva pensato che si potesse cambiare il mondo.
Gli hanno dedicato libri e film in questi dieci anni. Ma soprattutto avrebbero dovuto dedicargli quella piazza. Piazza Alimonda doveva diventare “Piazza Carlo Giuliani, ragazzo”. Saremmo ancora in tempo, ma ho la sensazione che il Potere non lo permetterà.


È da poco uscito il libro Per sempre ragazzo (Marco Tropea Editore), con poesie e racconti a lui dedicati.
Per sempre ragazzo, già. Lui sì. Noi no.
Era solo un ragazzo di ventuno anni. Oggi è un simbolo, ma io avrei preferito che fosse diventato uomo. E anche sua madre Haidi, piccola grande donna.
Scrive Erri de Luca:

Lui non voleva un nome, quel mattino di luglio voleva andare al mare.

E così conclude:

Pensò al respiro di sua madre, il mare.
Poi scivolò sul fondo, senza peso di vita.
Dice il proverbio persiano: «Se vuoi farti un nome,viaggia o muori».
Dieci anni più tardi il suo nome viaggia
insieme alle onde che sono la maggioranza del mondo.

Un “ritratto” poetico. Ma la verità è, anche, un’altra. Molto meno poetica. Lo scrive Massimo Carlotto, nello stesso libro

Non ti possono cancellare dalla memoria di questo Paese ma sono convinti di modificarla, di addomesticarla. Si sbagliano, ma che fatica! Dieci anni a rintuzzare parola per parola.
Chi ti ha assassinato è una figura tragica. Una delle tante usa e getta di questa società che divora tutto e tutti. Ma quello che oggi faccio fatica a raccontarti è che i pretoriani e i loro capi hanno fatto carriera. Che le foto che li ritraggono vittoriosi, nelle loro buffe divise da guerrieri dei fumetti, resteranno appese alle pareti dei luoghi infami dove la memoria è solo vergogna.
Il fatto è che i politici che tramarono, ordinarono e depistarono sono sempre gli stessi e che l’uomo forte del governo, che agiva da generale dalla caserma dei carabinieri, oggi è diventato un indispensabile difensore della democrazia. Uno statista. No, Carlo caro, non sto scherzando. Siamo stati traditi da tutti coloro che hanno finto sdegno ma si sono ben guardati dall’imporre la commissione d’inchiesta su quanto accadde a Genova in quei giorni di luglio.

 

il paese delle donne

Sto leggendo due libri che si incastrano alla perfezione, e che mi porto appresso come un totem da un piano all’altro della casa.
Uno è  Nel paese delle donne di Gioconda Belli, un’autrice che ho amato moltissimo, il suo La donna abitata è uno di quei libri che mi ha cresciuto, come dico io. Rimpiango ancora di averlo perso durante uno dei traslochi. Me lo ricomprerò prima o poi ma non è la stessa cosa, lì c’erano le mie sottolineature e le mie glosse…
Che bello ritrovare questa autrice in un libro così pieno di poesia ma anche concreto e sovversivo. Un regalo dell’husband…
La cosa intrigante è che le vicende di Faguas – fantasioso paese dell’America Latina in cui le donne, stanche dei soprusi, della corruzione, del degrado morale e della sporcizia di un governo di uomini, prendono il potere e con la complicità di un vulcano che abbassa il livello di testosterone capovolgono la situazione, allontanando tutti gli uomini dagli incarichi pubblici per non subirne le pressioni e imparare a credere in se stesse – sono lo specchio di quello che avviene nella occidentale Italia, e penso non solo qui.

Era necessario smontare rimontare il puzzle dell’educazione dei figli, e cioè il problema più grosso per una donna emancipata che voglia essere madre ma anche professionista di successo. Farsi carico della casa e dell’ufficio è un peso gravoso. Quelle che se lo possono permettere spesso decidono di chiudere il diploma in un cassetto e fare le mamme a tempo pieno, ossessive e perfette. Era necessario mettere un punto fermo, pensare a qualcosa che ponesse fine allo spreco di talento legato alla casualità di nascere donna.

Non l’ho ancora finito perché, come succede per i libri che mi piacciono troppo, arrivata a metà ho cominciato a rallentarne la lettura per ritardarne le fine e quel senso di vuoto che ti lascia.
Anche per questo, per non finirlo troppo presto, ho cominciato a leggere un altro libro, da cui non mi aspettavo molto e che invece mi ha conquistata: 10 grandi donne dietro 10 grandi uomini. Dico subito che il titolo non è invitante e la copertina ancora meno. Però questa piccola casa editrice, Laurana, pubblica cose serie e questo libro lo è. Ti prende, in realtà sono 10 racconti che hanno protagoniste donne vere, viventi. E che sono grandi di per sé, non solo perché compagne di grandi uomini.
In questo mi riallaccio al libro di Gioconda Belli dove le donne per poter dimostrare, a se stesse prima di tutto, il proprio valore, devono mettere da parte gli uomini per un po’, provare a governare da sole, senza lo sguardo critico di chi il mestiere del potere lo esercita da sempre.
Le storie di Mina Welby, Anna Vespia, Rita Borsellino, Antonietta Vendola, Michelle Obama, Hilary Clinton, Harper Lee, Yoko Ono, Tahereh Saaedi Panahi, Pilar del Rio…  sono raccontate dal di dentro, a volte in prima persona. Toccano il cuore, stimolano il cervello. Isabella Marchiolo è brava, sa scrivere.  E mi ha fatto scoprire storie e donne che non conoscevo.

Entrambi i libri sono disseminati di perle di saggezza (e sono da me strasottolineati!) e mi sembrano che vadano nella stessa direzione. Le donne, il loro valore non è riconosciuto nella società in cui viviamo e “se non ora quando” non è solo uno slogan, è un grido di battaglia che deve coinvolgere tutti, uomini e donne.
Perché ritrovare l’equilibrio tra maschile e femminile per un mondo più giusto deve essere l’obiettivo di tutti. Forse sarebbe più facile se gli uomini si mettessero nei panni delle donne per 6 mesi, come accade nel paese delle donne immaginato da Gioconda Belli.
O forse basterebbe leggere insieme questi due libri. Chissà.