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Lettera ai miei alunni/2

Un capitolo a parte è quello delle ragazze. Una esigua minoranza all’interno dei gruppi classe che mi sono stati affidati. Potrei suddividerle in due categorie e sarebbe comunque riduttivo. Quelle che non hanno nessuna voglia di prendere il mano il proprio destino e vivono la scuola e la vita con atteggiamento passivo, senza aspettative, senza sogni. Future casalinghe di Voghera. Il massimo a cui aspirano è fare la parrucchiera, ma non aprirsi un salone in proprio, altrimenti capirebbero l’importanza del diploma. Sono future ragazze di bottega, esecutrici senza fantasia di ordini altrui. Tutte non riescono a immaginare un futuro diverso da quello delle loro madri.

Pasqua, Filomena, Angela, Oriana, Federica, Vita, Maria, Lucia, Vanessa. La maggior parte di voi si sono ritirate. Arrese prima del tempo, alla scuola e alla vita. Le altre saranno bocciate e sarà bocciata ogni eventuale segreta aspirazione a una vita diversa. Non è un bel risultato per un progetto pensato per ridurre il fenomeno della dispersione scolastica. E non è un bel risultato per me, come insegnante e come donna.

Io vedo ogni giorno il vostro passato e il vostro futuro.
Lo vedo nelle giovani donne sfiorite che incontro giornalmente alla stazione di Grumo. Poco più che ventenni. Due figli piccoli, un marito coglione accanto. Quelle bambine in braccio alle loro madri spente, come le sigarette tra le loro labbra, passeggino come palla al piede, forse siete state voi. E quelle donne sarete voi. Vorrei proprio che poteste vedervi nello stesso specchio deformato in cui vi vedo io. E ribellarvi a un futuro scritto da altri ma che voi state sottoscrivendo abbandonando la scuola, rifiutando ogni altro esempio di figura femminile che non sia quello previsto per voi. Siete tante piccole Gertrude dal destino segnato, anche se voi non sapete nemmeno chi è, essendo andate via da scuola prima che si arrivasse ai capitoli 9 e 10 e alla sua storia.

La seconda categoria è quella delle ragazze pesantemente condizionate da un destino infame ma con una voglia di resistere pari alla loro paura di vivere e capaci di ritagliarsi spazi inaccessibili agli altri. Gusci impenetrabili. Un fallimento per noi insegnanti, per la scuola tutta, per la società.

Mi ha colpito subito il vostro sguardo spaventato, terrorizzato in alcuni casi. Vero Francesca? La tua voce sottilissima, i tuoi sorrisi, i tuoi disegni… non dimostri più di 10 anni. In consiglio di classe qualcuno di quegli adulti che dovrebbero prendersi cura di te ha detto “è tutto passato”, qualcuno  altro che tu “non capisci niente”. Come possiamo pensare che con una storia come la tua alle spalle sia “tutto passato”? Mi sono vergognata per la loro superficialità. Anche un cieco vedrebbe la paura nei tuoi occhi, quella fiducia che non sei più disposta a dare. Quella regressione infantile che è un’accusa al mondo degli adulti di cui non vuoi entrare a far parte.
E tu Annalisa che appena puoi scappi fuori da quella classe troppo maschile e violenta e mi vieni a cercare? Tu che all’inizio mi guardavi come un’aliena e ora mi dici che ti annoi a non fare niente e mi chiedi di farti fare qualcosa. Vogliono bocciare anche te, sai? E se ti salveranno non è perché hanno visto in te le potenzialità da tirar fuori e le paure da consolare, ma solo perché in fondo non dai fastidio a nessuno. La scuola ama gli studenti moribondi, quelli che non rompono le scatole a nessuno. Basta non guardargli negli occhi.
Ho saputo dopo il dolore che ti segna. Non ci crederai ma quel dolore ha una forma che ci accomuna. Immagini che non ti lasciano mai, scelte che non possiamo comprendere, fantasmi che tornano sempre a cercarci. E tu sei così giovane. Anche tu sei una bambina che deve ancora sbocciare.
E che dire di te, Cecilia, della tua voglia di capire, di sapere, di vivere? Con il tuo desiderio di emergere, nonostante le sue “certificate” difficoltà. Tu ce la puoi fare.
E Vita, e Maddalena e Raffaella?
Siete tutte alunne inadatte alla scuola? O è la scuola che è inadatta a voi?
Oggi mi avete fatto tenerezza, con i vostri sorrisi sghembi e tutte la classe che vi ignora, eravate lì a confabulare tra di voi, a ricreare un vostro mondo personale fatto di complicità, giochi infantili e disegni. Voi siete le ultime tra gli ultimi, le più svantaggiate, quelle con cui nessuno vuole avere a che fare,  ma anche le più vive. Persino Maddalena che non parla mai ma segue tutto. Maddalena che ha tirato fuori una poesia di poche parole: Croci, proprio croci. Francesca mi ha detto, un sussurro, che si sposerà a 18 anni, come sua madre. E le altre a ridacchiare e ad ammettere: anche la mia, la mia a 19… però voi non condividete la smania imitativa della vostra compagna, e tu Vita me lo hai detto chiaramente con il tuo solito sguardo di sfida, che prima dei 25 anni di sposarti non se ne parla, hai ancora tanto da fare tu, prima di legarti mani e piedi al destino segnato per te.
Andate avanti ragazze, dimostrate a voi stesse che ce la potete fare, anche se nessuno crede in voi.

Ci sono, per fortuna, anche ragazze non comprese tra questi due estremi. In genere si muovono in simbiosi, sono coppie di fatto: Vanessa e Ilaria, Marta e Katia, Marianna e Giusy, Pasqua e Rosalba. In due vi fate forza tanto da arrivare all’assurdo che se manca una anche l’altra non viene a scuola perché non volete stare da sole con tutti quei maschi. E fate tenerezza. Ma anche rabbia quando vedo che per colpa di una anche l’altra sarà bocciata, vero Vanessa che eserciti il tuo potere e il tuo influsso negativo su Ilaria. Cos’è una specie di rivalsa perché lei è alta e bella e tu piccola e tracagnotta? Non lo so, ma so che per tutte arriverà il momento di staccarsi. Sarà doloroso ma anche un momento di crescita.

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Il monologo della patata

Ieri sera teatro. Una delle tante dimensioni di cui sento la mancanza. Ma quanti portafogli ci vorrebbero per fare tutto quello che vorrei? Siamo andati a vedere I monologhi della vagina. Ho sempre desiderato vedere questo spettacolo ma l’allestimento fatto da un vecchissimo amico dell’husband trapiantato a Parigi e che ci ha fatto mettere da parte 2 biglietti me ne ha dato l’occasione. E così siamo andati a Lecce, mi mancava anche questa città con la sua atmosfera elegante. Non mi mancavano i suoi automobilisti.

Lo spettacolo è stato carino. Divertente ma non spensierato. Serio ma non serioso. Al centro di tutto lei, la vagina, interpretata da tre donne. Una parola, vagina, che fatichiamo tutti e tutte a pronunciare e che è invece importantissimo provare a pronunciare perché è nel momento in cui si ha il coraggio di dare il loro nome alle cose che queste cominciano a esistere. “Sono preoccupata per le vagine” dice Eve Ensler, l’autrice dei Monologhi, perché nessuno le chiama per nome, come se fosse una cosa di cui vergognarsi. Si inizia da piccole, quando le nostre mamme usano quei buffi diminutivi che però non crescono, rimangono bambini e in fondo nascondono il desiderio che anche noi rimaniamo sempre bambine per le nostre mamme. Così non ci abituiamo mai a chiamare il nostro organo sessuale con il suo vero nome: vagina. Diciamo la verità, è una parola imbarazzante. Non ce ne è motivo, dovremmo andare orgogliose delle nostre vagine, dovremmo prenderne consapevolezza perché avere consapevolezza di una parte così importante di noi significa prendere consapevolezza del nostro valore. Voglio dire che è una parte di noi che non può essere scissa da noi. Non è una parte a sé stante, non prescinde da noi.
Questo è un modo maschile di guardare alla donna che purtroppo anche noi donne abbiamo incorporato. Questo credo lo spirito dello spettacolo. Ma rimane una parola scomoda e non pensavo di parlarne se non fosse che proprio oggi ho scoperto una pubblicità, questa sì imbarazzante, tutta giocata sull’ambiguità del termine “patata” che come quasi tutti sanno è uno dei nomignoli attributi alla vagina. Uno dei più brutti secondo me, perché la patata, chissà perché, è anche sinonimo di stupidità. È un concorso per eleggere la Miss Patata. Non voglio fare pubblicità all’azienda, però ogni volta che credo si sia toccato il fondo nello svilimento del corpo femminile e della sua dignità mi rendo conto che non c’è limite al peggio. Non so se peggiore ma sicuramente se la giocano con lo schifoso slogan “Tu dove glielo metteresti” di cui si è già parlato in altro post. Qui c’è una ragazza bellona vestita con l’incarto trasparente delle buste delle patatine, c’è la bruttina ma simpatica che spera di vincere e c’è l’uomo che alla fine sceglierà la Miss Patata. Ah, l’uomo è Rocco Siffredi. Che per il solo fatto di avercelo più lungo di altri ha il potere di dare un giudizio sulla patata migliore. Un mix di doppi sensi e luoghi comuni come non se ne vedevano da tempo. Insomma una pubblicità rivoltante. E anche brutta da un punto di vista estetico. Vi invito a segnalarla allo IAP, l’istituto dell’Autodisciplina Pubblicitaria inviando l’apposito modulo

“Vagine di tutto il mondo unitevi!” era un po’ il grido di battaglia dello spettacolo. Che faccio mio in questa occasione.

N.B. in questo post la parola “vagina” viene scritta 8 volte (9 con questa). Potevo fare di più ma è un buon inizio.

La solita vita

La più bella vita è la “solita vita”
Questa massima – che rubo a una mia amica e che lei a sua volta ha rubato a suo padre – mi ha accompagnato come un mantra in questi primi due giorni della settimana.
Giorni di gelo, di ritardi, di coincidenze perdute, di nuovi riti a cui abbarbicarsi, di sconforto, di inutilità (plurale), di ottusità (sempre al plurale), di insonnie, di nostalgie (pantaloni di pile e tè caldo zavorrato di miele, biscotti da fare, coccole da rimandare…)

Pensavo stamattina che in fondo quel “mezzo centimetro di felicità” che manca sempre e che a volte diventa un chilometro (L’uomo flessibile, Carlo Fava: da sentire) sta tutto nelle piccole cose che facciamo ogni giorno.
Sarà banale, e lo è, ma ce ne accorgiamo sempre tardi.
Ora che  passo un terzo della mia giornata a correre tra un treno e l’altro, tra un’aula e l’altra, tra laboratorio multimediale e sala docenti senza stare in uno stesso luogo per più di un’ora, a inseguire gli alunni perché firmino il registro attestando la loro e la mia presenza… penso a tutto il tempo che ho perso e a quello che sto perdendo per inseguire qualcosa che non voglio davvero. Ma bisogna fare i conti, letteralmente, con le necessità materiali.
Ho nostalgia persino delle paure, sono così di compagnia e mi rassicurano perché in fondo sono sempre quelle.
Mi ritrovo, io che ho sempre vissuto facendo progetti, ad avere la necessità di rimodulare i miei orizzonti, accorciarli e di parecchio. Non potrei farcela, mi dico, se pensassi che vivrò in questo modo fino a giugno. All’inizio ho provato a pensarmi mese per mese, poi settimana per settimana. Oggi non posso pensarmi fra 3 giorni, il mio orizzonte, il mio spazio progettuale si è ridotto a 2 giorni. Di più mi si apre un baratro di sconforto.
Apro parentesi – È soprattutto il gelo a spaventarmi, in questo che si sta rivelando l’inverno più freddo degli ultimi 27 anni in Puglia. Se non è sfiga questa come la vogliamo chiamare? E nei prossimi giorni e settimane ci aspetta la neve. – Chiudo parentesi.
Rimangono i miei sogni, potrei chiamarli “estivi”, e senza quelli forse non avrei la forza di alzarmi dal letto al mattino e men che mai di uscire di casa sapendo quello che mi aspetta fuori.
Cerco di concentrarmi su questi sogni nei momenti  di sconforto ma mi sembrano così lontani… Persino la primavera mi chiedo se esista davvero.

Sogno numero 1: tre giorni a Barcellona, prima possibile, giugno verosimilmente, a scuola finita. E ogni lunedì mattina mi incoraggio al grido di “Gaudì aspettami!”
Sogno numero 2: la Grande Braderie a Lille il 1 settembre. E, magari, un giretto in Borgogna tanto per gradire (e per accontentare l’husband perché io andrei nei Paesi Bassi).
Il Sogno numero 3 è in via di definizione perché si è materializzato recentissimamente. Per la prima volta ho preso in considerazione l’idea di fare un corso di meditazione vipassana. Finora non mi ha mai attirato: 10 giorni di silenzio, senza nemmeno un pezzetto di carta su cui annotare qualcosa o un libro da leggere non mi sembravano il massimo del godimento.
Ma in questo momento mi sembra una cosa non solo fattibile ma auspicabile. Forse necessaria per liberarmi della zavorra delle mie paure, dei miei sogni ricorrenti, e magari anche del prurito psicosomatico che si è ripresentato dopo anni di assenza.
Ho bisogno di ritrovare il punto di inizio. Capire perché ogni qualvolta il mio mondo viene terremotato, dalla terra vengono fuori zolle dell’era paleolitica.
Il punto dolente non può essere sempre e solo quello. Io lo conosco bene il mio nervo scoperto, quel momento di rottura che ha segnato la mia vita, come vivere al di là di una faglia: sotto solo roccia e dall’altra parte tutto il resto.
Né qui né altrove: un bel titolo per un libro inutile (letto negli ultimi 2 giorni). La conclusione di questo post.

Alla fine mi sono persa anche qui. Volevo solo dire con questo post che a volte è quello che abbiamo che dobbiamo valorizzare. Ma anche che a volte succede qualcosa che scombussola il nostro giardino zen, vero o presunto, è che quella è l’occasione da prendere al volo per cambiare forma al nostro giardino e renderlo più simile a noi.
E lo dedico a una amica che in questi giorni è un po’ turbata.

Lo so che dovrei raccontare della mia esperienza a scuola. Non è il momento. Non ancora.

Nemmeno un temporale

È l’augurio che mi faccio per il 2012.
Perché di temporali nel 2011 ce ne sono stati parecchi. Certo il diluvio a Genova, a Messina, sulle Cinque terre, a dirci la pochezza umana davanti alla Natura, ma anche a dirci che ognuno nelle cose che fa, nel suo lavoro e nelle sue scelte di vita, deve metterci la coscienza. Altrimenti è il disastro. E poi i temporali delle rivoluzioni che hanno cambiato le coordinate di una parte di mondo.
Ma ci sono anche quei temporali passeggeri, quei lampietuoni che squarciano il cielo e che sembrano non dover finire mai. E poi finiscono. Quelle pioggerelline sottili e fastidiose, quel vento che piega gli ombrelli e si insinua nel bavero delle nostre certezze.
Insomma quelle piccole e grandi tempeste che attraversano la vita dei singoli.
L’ho visto così il mio 2011, burrascoso ma in sordina, con momenti di staticità e guizzi di follia, a guardare le gocce d’acqua riparata dai vetri.
È stato un anno in cui la paura per il futuro ha spesso avuto il sopravvento sulla consapevolezza del presente e ha preso la forma della paura di uscire di casa. Non voglio permettere che accada di nuovo.

Questi ultimi mesi sono stati particolarmente ricchi di stimoli e spunti, che sono diventati appunti sparuti e sparsi  ma non sono mai diventati post. Per mancanza di tempo, per pigrizia e forse per paura. Il mondo intorno  è cambiato velocemente: politica, economia, democrazia sono temi che mi interrogano e mi inquietano. Un turbine di domande e non ho risposte da mettere nero su bianco.
E poi la scoperta di blog molto più intelligenti come quello di Michela Murgia che in genere scrive dando corpo ai miei pensieri  e lo fa decisamente molto meglio di come potrei farlo io; e quello di un’amica ritrovata, Paola Natalicchio, che scrive il suo toccante resoconto dal regno di OP (Ospedale pediatrico) in cui è finita insieme al suo piccolo Angelo.
I miei appunti sparsi non sono diventati nemmeno nuove poesie, anche se quest’anno ha segnato la mia rinascita in poesia, non solo perché è stato ristampato Canto e disincanto con alcuni inediti che aggiungono tasselli di me a un libro che già mi rappresenta molto, ma perché grazie al confronto con altri e con altro sono uscita allo scoperto come persona poetica.
Un anno segnato dai ragazzi impossibili dell’IPSIAM, una supplenza che mi ha fortificato e mi ha anche liberato dal giogo della vita in ufficio, facendomi vivere una dimensione casalinga che forse non avevo mai sperimentato e “regalandomi” qualche chilo in più.
Un anno di rinunce (che vanno a braccetto con le paure) e di stareaguardare.
Un anno di ricuciture che il filo si vede sempre.
Un anno di presa di distanza e di confidenze.
Un anno di scritture: post (pochi), articoli locali, recensioni e interviste… tutto per compensare le stronzate che scrivo a pagamento e per evitare che mi inaridiscano.
Un anno di spazi ritagliati per l’arte e la bellezza.
Un anno di letture intense ma di poco cinema e poca musica (parola d’ordine: recuperare).
Un anno di solitudini, di piccole fughe, di condivisioni minime. Di sorellanze ritrovate e smarrite. Di amiche lontane più vicine di quelle vicine.
Un anno che ha segnato il ritorno nel mondo dell’editoria per farmi ricordare cosa significa avere a che fare con autori ed editori, tutti chiacchiereedistintivo.
Un anno segnato dalla carenza di ferro e da un nuovo rapporto col cibo che ha rafforzato la consapevolezza che è da qui che bisogna cominciare la rivoluzione.

Comunque sia un anno passato. E quello che verrà comincia col botto.
Una nuova supplenza e questa volta gioco fuori casa, sconvolgo la mia vita, le mie abitudini, i miei ritmi, provo a non mollare nulla ma a riconsiderare tutto. Niente più centrifugati di frutta, niente più tè delle cinque, niente più coccole ai gatti, niente più tempo. Ma colgo questa come una occasione, che nasce da un necessità, quella di non morire seduta su una sedia confrontandomi solo con lo schermo, quella di imparare (forse) finalmente un mestiere che pur non volendo sarà il mio, ma anche quella più prosaica di mettere qualche soldo da parte per affrontare meglio il futuro.
Sta la crisi, si sa. Oppure no? Che tipo di crisi è? non è una cosa da prendere alla leggera, certo, ma non riguarda solo l’economia, domestica o mondiale che sia. Riguarda il nostro stile di vita, il nostro rapporto col futuro. Ma sono scettica sulla possibilità di invertire la rotta, siamo troppo attaccati alle nostre ottuse certezze, ai nostri privilegi per cogliere le opportunità insite nel concetto stesso di “crisi”: cesura ma anche e soprattutto discernimento… Che bella parola.
Quello che auguro a tutti.

2012: nemmeno un temporale!

polemiche di provincia

Il mio post precedente è diventato, quasi per caso, un articolo per lo stesso mensile. Un po’ modificato, naturalmente  perché una cosa è scrivere sul un blog che è come una forma di diario di cui rispondo in prima persona, altra cosa è scrivere su un mensile cartaceo e collettivo.
Ho scritto un articolo sotto forma di lettera, molto più equilibrato del post, rispettoso, non certo prendendomela con l’autrice ma prendendo la sua infelice frase come spunto per poter dire quello che penso in merito.
L’articolo è anche piaciuto, insomma, era senza pretese però tocca alcuni temi a cui tengo molto.
Scrivo per esempio: Noi donne oggi combattiamo da una parte con una vocina atavica (quanto somigliante a quella delle nostre mamme, zie, nonne…) che ci fa sentire inadeguate se il nido domestico non è perfettamente a posto e se la cena non è ancora pronta, dall’altra con una società che ci vuole premurose, disponibili e giovanili in ogni occasione.

E ho concluso consigliando di leggere il libro di Michela Murgia (Ave Mary) cogliendo l’occasione per parlare di un libro e di un tema che mi sta a cuore:
Avrei solo un ultimo suggerimento, se mi permette. Legga Ave Mary di Michela Murgia (Einaudi).Le rivelerà aspetti inediti della donna per eccellenza, Maria di Nazareth. Che il “sì” di Maria, per esempio, non era un sì di sottomissione (come la Chiesa degli uomini ci ha convinto a pensare) ma di ribellione.

Si ribella, infatti, a quello che la società dell’epoca riteneva fosse il suo “dovuto” (quale ragazza non avrebbe risposto “ne parlerò con mio padre”?) e invece decide liberamente di accettare la proposta “indecente” dell’angelo mandato dal Signore.
E meno male che lo ha fatto. Altrimenti non staremmo qui, io e lei, a parlarne.

Mi pare anche rispettoso, o no?
Beh non ci crederete ma quella che mi era stata descritta come una innocente ottantenne ha mandato una lettera di fuoco in redazione: inopportuna, insensata e offensiva. Per fortuna non la pubblicheranno, sarebbe una inutile polemica e non era quello lo spirito del mio articolo. Ma la signora  deve essere una di quelle matrone da salotto di provincia abituata a essere giudicata sempre brillante e arguta. Tra le altre cose mi ha definito una “femminista estrema” autodefinendosi “femminista autentica” e temo ne sia convinta. Una che dice che al marito non si può chiedere più del dovuto come aiuto in casa? Bah. E comunque io non sono femminista, né estrema, né autentica, né doc o quel che si vuole.

Riporto solo la risposta al mio suggerimento  di lettura (a quanto pare la cosa l’ha offesa molto, come se le avessi detto signora lei è un’ignorante):
A parte l’imperdonabile colpa di non conoscere questa grande opinionista (povera Michela Murgia ridotta al ruolo di opinonista), lei crede davvero logico appiccicare questa etichetta ad una donna umile, povera e ubbidiente che, pure spaventata dall’enormità della “proposta indecente” le si è tuttavia adeguata? Non è Lei che ha portato in seno il figlio di Dio per poi farlo nascere in un tugurio, respinta da tutti, e che poi il figlio ha seguito nel suo sublime cammino di sommo maestro sino all’atroce e ingiusta morte sulla croce? Lasciamo andare signora il suo femminismo è davvero irrispettoso oltre che capotico
(sic).

Insomma Maria di Nazareth non è una ribelle ant litteram. E pazienza, ognuno ha le sue idee. però capotica non me lo h amai detto nessuno. Onore al merito.
Sorpresa e amareggiata da questa sterile polemica, molto provinciale, ma non ci sto a farmi trascinare in queste logiche da cortiletto. Io dico quello che penso. Punto.
Però a dire il vero ora mi è stato chiesto di tenere una rubrica fissa per questo mensile. Una sorta di Diario di una casalinga (disperata?). A me piacerebbe, mi piace scrivere (anche se già mi chiedo dove troverò il tempo). Potrebbe diventare una sezione di questo blog che aggiorno così poco… Però sono  titubante. Non vorrei attirarmi addosso le ire di tutte le vecchiette del quartiere… HELP. Scherzi a parte… è che ogni volta che mi espongo, che dico davvero quello che penso succede qualche casino. Chi me lo fa fare?

“l’ira funesta delle cagnette a cui aveva rubato l’osso…”

Dovuto o non dovuto?

Sto leggendo in questi giorni  AVE MARY di Michela Murgia (sottotitolo “e la Chiesa inventò la donna”). Un saggio appassionante e ben scritto che dovrebbe essere letto nelle scuole, a catechismo, tra gruppi di amiche. Che le mamme dovrebbero leggere alle loro bambine (magari quando tornano dal catechismo per riequilibrare le parti).
Ho sottolineato molti passi che vorrei proporre in un prossimo post per una riflessione comune.
Ma prima un piccolo sfogo.

Stamattina leggendo un innocuo articolo su un mensile della mia città (l’ho detto? Monopoli mia città? Posso avere 2 città?) mi è salita una tale rabbia che avrei volentieri strappato il giornale.
Sono bastate tre righe scritte con leggerezza per buttare al vento tutte le mie riflessioni e le emozioni positive che questo libro mi sta dando. A che serve leggere libri quando giornali, riviste, manifesti, programmi tv ci dicono tutto l’opposto?
Quando persino una donna qualunque su un giornale di provincia qualunque (sia detto “qualunque”, in entrambi i casi in senso non dispregiativo) si permette di scrivere:

“vorrei ricordarlo alle (donne) contemporanee che, lavorando extra moenia, si sentono autorizzate a seguire superficialmente i figli e a coinvolgere più del dovuto in casa il partner!”

Più del dovuto! E con tanto di punto esclamativo.
E chi lo stabilisce cosa è il “dovuto” di un uomo in casa? E il “dovuto” della donna qual è? E se ci sono dei figli grandicelli il loro “dovuto” qual è?
E il dovuto dei cani, dei gatti, dei canarini di casa?
E poi cosa si intende per “dovuto”? Dovuto a chi, poi? A volte usiamo le parole dimenticandoci il loro autentico significato.

Secoli di battaglie (quotidiane, non ideologiche!) e poi mi trovo una frase del genere, lanciata stupidamente nel mezzo di un articolo che parla di una dolce e rispettabilissima vecchietta che, riporta l’articolo, “era piccola e ricurva per via del quotidiano lavoro in casa e per l’assoluta ignoranza di come le ossa e le colonna vertebrale vadano tutelate”.
Ecco, perché non torniamo all’epoca dell’ignoranza, ai tempi in cui le donne si spezzavano la schiena per lavare i panni sulla stricatora?

Non ho niente di personale contro l’autrice di questo articolo (sì una donna ahimè, una donna e non poteva essere diversamente perché gli uomini queste cose le pensano ma non le dicono, sanno che è politically incorrect), ma contro quello che ha scritto e il messaggio che veicola sì.
Il mio consiglio? perché non aprire una scuola per insegnare ai nostri mariti a fare solo il dovuto in casa, magari meno ma mai di più. A quello ci pensano le donne, da secoli.

Le famiglie felici si assomigliano?

“Tutte le famiglie felici si assomigliano fra loro, ogni famiglia infelice è infelice a suo modo.” Lev Nikolaevic Tolstoj in Anna Karenina.

Dalla mia vacanza a Lille, Nord della Francia, mi porto dentro ricordi e suggestioni intense. Potrei parlarne per ore, potrei raccontare di come mi sento più a mio agio in un paese civile, in un paese dove nessuno suona il clacson, dove le macchine si fermano alle strisce pedonali, dove la polizia ti ferma se non hai allacciato la cintura (è capitato a me e ho fatto la figura dell’italiana. Ma era il sedile posteriore e da noi non si usa!), dove nessuno getta carte per terra, dove persone di tutte le etnie e colori del mondo camminano tranquillamente senza essere trafitte da sguardi ostili o curiosi.
Più viaggio (poco) nel Nord Europa e più apprezzo quel modo di vivere.
Non vorrei vivere lì,  ma vorrei che si vivesse così qui. Certo, eravamo in vacanza e diversa, meno idilliaca, è la quotidianità. Però le differenze ci sono, eccome. Perché non possiamo prendere ciò che di buono hanno gli altri Paesi? In termini di leggi e comportamenti.
E invece importiamo solo coca cola, fast food e cattive abitudini.

Sarà che questo tema mi sta molto a cuore… ma quello che  colpisce nei Paesi del Nord Europa è la maggiore serenità con cui si vive l’essere famiglia, che non diventa un mondo esclusivo ed escludente come spesso succede da noi. E si sente molto meno o non si sente affatto l’oppressione delle famiglie di origine.
Ho invidiato la nostra amica Beà (viva il Couchsurfing!) perché ha delle amiche meravigliose che sono rimaste tali negli anni, capaci di ritagliare spazi personali alla loro amicizia, nonostante mariti, bambini, distanze. Io non ne sono stata capace e me ne assumo tutta la responsabilità.

Abbiamo incontrato, una famiglia speciale ma così normale, così bella, così pulita.
Sabine e Laurence sono una coppia, insegnante lei e insegnante lei. Due donne solari ed energiche, l’una vegetariana e salutista, l’altra accanita fumatrice, sposate civilmente con i civilissimi PACS (Pacte civil de solidarité). Hanno adottato due bambine haitiane, splendide e problematiche come tutti i bambini che hanno vissuto un infanzia deprivata di affetti. In realtà è lei, Sabine, ad averle adottate ufficialmente perché in Francia le coppie omosessuali non possono adottare ma i single sì. E già questo è un bel passo avanti rispetto al nostro assurdo Paese.
Vivono in una bella casa, un po’ caotica, diciamo “vissuta”, con due cani (Olive e Orso), 4 gatti dai nomi impronunciabili e una tartaruga.
Ho trascorso una intera giornata con loro due, le bambine e i cani e per tutto il tempo mi sono chiesta “ma cosa ha che non va questa famiglia?”. La risposta a fine giornata è stata “niente”. È una famiglia bellissima. Punto.

Ma in Italia sarà difficile vederne, bigotti di comodo come sono i nostri governanti, con la Chiesa tarpa-ali sul collo, con i pregiudizi, col machismo e il maschilismo che ci distingue. Per non parlare del mammismo, altra sciagura tutta italiana.
Io credo che così facendo perdiamo una grande opportunità, di crescita, di confronto, di amore.
In tanti, troppi, pensano di sapere come è e come deve essere una vera famiglia; ma io mi chiedo da dove prendono tanta sicurezza e non li invidio affatto.
Mi sono sentita molto più a mio agio con loro che con tante famiglie nostrane, i rapporti mi sono sembrati più limpidi, meno vincolati da norme di comportamento ipocrite. Certo i problemi ci sono anche per loro come per tutti, non voglio farne un quadretto idilliaco da incorniciare. Sono una famiglia normale. Per quanto mi facciano orrore queste due parole messe insieme.
Non la vogliamo chiamare “famiglia”? mi sembra pretestuoso, ma in qualunque modo la si chiami ci troviamo di fronte a persone belle, che si vogliono bene e che sono in grado di tirar su due bambine difficili. Per me una famiglia è il luogo dove si costruiscono, a fatica, l’amore, il rispetto, l’armonia, l’allegria. Nulla di questo mancava a casa di Sabine e Laurence.
Condividere lo spazio e il tempo con loro mi ha allargato il cuore, mi ha nutrito la mente.
Dedico a loro questo post, anche se non lo leggeranno, perché a casa loro ho imparato almeno tre cose importanti.
Uno
: che in ognuno di noi albergano delle diffidenze, delle resistenze, dei retaggi e abbiamo bisogno di confrontarci con la concretezza e non con teorie per poter davvero comprendere.
Due
: che si può essere ferme e amorevoli allo stesso tempo (e avrò prestissimo modo di mettermi alla prova su questo).
Tre
(ed è una conferma): quel che si riesce a costruire in termini di affetti, complicità, condivisione di valori è più importante di quel che si eredita.
Per questo è importante viaggiare, per potersi confrontare, per guardare, per respirare e portarsi a casa un po’ di serenità in più.

Postilla:
Per quanto riguarda la frase di Tolstoj in apertura, mi chiedo se non sia piuttosto vero (anche) il contrario: tutte le famiglie sono infelici nello stesso modo ma ogni famiglia sa essere felice in modo diverso.