meditate, gente, meditate

Era lo slogan pubblicitario di una birra.
Capisco che possa sembrare strano sentir parlare di dieci giorni di meditazione.
Che avrò da meditare per tanto tempo? NON LO SO. Ma voglio scoprirlo.
Meditazione Vipassana , questo vado a fare, e “vipassana” significa una cosa bella, significa “vedere le cose in profondità, come realmente sono“.
Ecco è quello che vorrei provare a fare, anche se la cosa mi spaventa.
Non sono in fuga dal mondo, né da me stessa, non sono in crisi coniugale (le nostre non sono “vacanze separate” ma “vacanze diverse” su cui poi confronteremo, arricchendoci). Semplicemente sentivo l’esigenza di fare una esperienza forte e che questo era il momento per farla.
Ho prenotato il mio posto per questo corso addirittura a marzo, quando mi trovavo in un casino totale e il frastuono delle mie classi mi faceva vedere come desiderabile il silenzio assoluto. E c’era anche la necessità di avere tempo per pensare e pensarmi, e anche, perché no, di stare senza fare niente.
Avevo poi accantonato questo mio proposito, mi ero detta tanti “ma sì, ma dai”, tutto sommato ora avevo più tempo a disposizione e tante cose da fare…
Ecco, appunto,  ero sommersa di arretrati: lavoro, poesie da valutare, recensioni da fare, libri da leggere, scarabocchi che avrei voluto fare, roba da stirare, pulizie da fare, acquisti che continuavo a rimandare.
E poi sono andata in vacanza, finalmente. Una settimana di alta montagna, belle passeggiate, panorami mozzafiato, temperatura invidiabile, belle mangiate, il relax della sauna e dell’idromassaggio, la compagnia degli amici. Nessuna preoccupazione se non quella di segnalare con una crocetta quello che volevo per cena. Tutto bello, non tutto perfetto ma una bella vacanza con qualche imprevisto.
E poi si torna a casa.
Il giorno dopo, lunedì, ho ripreso a lavorare. A un certo punto guardandomi intorno mi sono resa conto che tutto il casino era ancora lì e che il mio livello di stress, dopo solo un giorno, era lo stesso di prima di partire. Anzi si sono aggiunte altre preoccupazioni e un ansia che non mi faceva dormire. Ho capito che non avrei mai trovato il tempo per mettere ordine a casa, per leggere tutti i libri che avrei voluto leggere, vedere tutti gli amici che avrei voluto vedere…insomma per togliermi gli arretrati di una vita. E di certo non avrei potuto farlo nelle mie due residue settimane di ferie. Avrei solo accumulato frustrazioni.
Così ho deciso, nel frattempo mi è arrivata la richiesta di conferma della mia partecipazione al corso. E ho risposto. Sventurata? No, penso di no.
Ho tanti dubbi e paure, e a un giorno dalla partenza anche la forte tentazione di tornare sui miei passi. Dieci giorni senza vedere le persone che amo, senza parlare con nessuno, senza poter leggere né scrivere… solo pensare a me e alla mia vita. Sì, mi  fa paura.
Ma qualcosa dentro di me mi dice che questa strana cosa mi farà bene. E voglio provarci.
So bene che quando tornerò ci saranno ad aspettarmi delle situazioni da risolvere, quelle che congelo per dieci giorni, insieme ai panni da stirare. Ma forse avrò l’energia necessaria per affrontarli.

per chi fosse incuriosito qua ci sono alcune informazioni di base sulla tecnica di VIPASSANA

pensieriparoleopereeomissioni

Questo articolo di Concita de Gregorio dice tutto quello che avrei voluto dire io. Con lucidità e serenità fa i nomi, inchioda i responsabili, quelli che la Giustizia non ha contemplato. Certo potremmo accontentarci di una sentenza che, per la prima volta in Italia, condanna non solo gli esecutori materiali ma chi ha dato loro gli ordini. Ma non basta e non mi accontento perché quello che è successo a Genova non è solo “la più grave sospensione dei diritti umani in un paese occidentale dopo la Seconda Guerra Mondiale” come dichiarato da subito da Amnesty International, è stato anche il tentativo, in parte riuscito, di distruggere i sogni di una intera generazione. Chi pagherà per questo?

GIUSTIZIA E OMISSIONI
di Concita De Gregorio, “La Repubblica” del 7/07/2012

Troppo tardi e troppo poco. È per queste due ragioni che non si riesce a sentirsi davvero al sicuro, al riparo di una solida e limpida democrazia. È per questo che la sentenza della Cassazione sulla Diaz genera sollievo, sì, perché una pagina di verità è stata scritta e certo assai peggio sarebbe stata un’assoluzione generale. Ma non basta, non riesce a ripristinare quella forse ingenua ma formidabile e condivisa sensazione di libera cittadinanza, di fiducia nel rispetto delle regole fondamentali, di possibilità di esprimersi e di manifestare consenso o dissenso che c’era prima.

Prima di Genova, perché come le torri gemelle hanno segnato uno spartiacque per il mondo intero, il G8 ha scandito, in Europa, un prima e un dopo. Oggi la tenacia del sostituto procuratore Pietro Gaeta restituisce agli italiani una stilla di giustizia, ed è un’ottima notizia che qualcosa sia cambiato nel Paese e si possa ricominciare a farlo. Le pubbliche scuse e le pesanti meditate parole di Giorgio Manganelli, attuale capo della Polizia, fanno sperare negli uomini: perché le istituzioni sono gli uomini che le incarnano. Ciò non toglie che sia troppo tardi, e troppo poco. Undici anni sono il tempo che separa un bambino delle elementari dalla sua laurea, un esordio agonistico dal ritiro, sono il tempo di mezzo di una vita: troppi per aspettare i punti di sutura ad una ferita, quella che si vede sanguinare dalla testa di uno dei giovani della Diaz nella foto sui giornali che, identica di anno in anno, ferma il tempo da allora. Troppi per la ferita collettiva a un sentimento ormai in cancrena.

Quelli che di noi erano alla Diaz, quella notte, sanno come sono andate le cose da quell’istante esatto. Dalle 23.30 del 21 luglio 2001. Sono andate come la sentenza assai tardivamente conferma, come ricostruisce per una piccola parte degli eventi da cui restano tuttavia esclusi i mandanti. Lo sanno con la precisione di un ricordo indelebile che chi ha potuto e voluto ha certificato fin dalle cronache del giorno dopo, nelle testimonianze ostinate e reiterate in tribunale, in ogni occasione pubblica e privata. Non ci volevano undici anni per dire che stavano tutti dormendo, nella scuola, che le luci erano spente quando sono arrivati i mezzi della Polizia e a centinaia i caschi blu. Che i vetri sono stati rotti dall’esterno verso l’interno, i cocci delle finestre erano tutti dentro, non uno in cortile. Che l’irruzione è stata comandata a freddo, che chi dormiva si è svegliato e ha cercato di salvarsi correndo su per le scale ma molti sono rimasti dov’erano, invece, perché non capivano e non sapevano cosa dovessero temere, e sui loro sacchi a pelo sono stati massacrati. Che non c’erano passamontagna di black bloc in quella scuola, nulla è stato portato via quella notte che non fossero persone in barella.

Lo sappiamo da quell’istante perché lo abbiamo visto accadere minuto per minuto, abbiamo visto le luci accendersi dopo l’irruzione e sentito le urla salire lungo i piani, perché siamo entrati nella scuola subito dopo e a terra c’erano libri, diari, documenti, mutande, una bibbia in corridoio, una scatola di tampax per le scale, una copia del Don Chisciotte strappata, sangue dappertutto. Sangue sui registri della scuola, sulle maniglie antipanico delle porte, sui banchi, tantissimo sangue nei bagni. E quella scritta, comparsa subito, pennarello su foglio bianco, in inglese: non lavate questo sangue.

Abbiamo visto in quel cortile, quella notte, il responsabile delle relazioni esterne della Polizia di Stato Roberto Sgalla, braccio destro di De Gennaro allora capo della Polizia, parlare al telefono cellulare fino ad operazioni concluse, per così dire. Fino a che il novantatreesimo corpo è stato portato via in barella. E abbiamo sentito il questore di Genova Colucci dire, poche ore dopo, che Sgalla era stato mandato alla Diaz da De Gennaro stesso, in quelle ore assente da Genova. Salvo ritrattare anni dopo, a processo, e modificare la versione: a convocare Sgalla, ha messo a verbale Colucci, sono stato io.

Da questa nuova versione è scaturita la sentenza che certifica l’estraneità di De Gennaro ai fatti. Non fu il capo della Polizia, dunque, a disporre “la macelleria messicana” della Diaz — dice quella sentenza — né furono gli esponenti politici del centrodestra al governo presenti in massa durante le operazioni, nessuno dei quali ha mai pronunciato una sola parola di autocritica, di giustificazione, di spiegazione. Se ne deduce che gli alti dirigenti di Polizia ora sospesi dalle pubbliche funzioni, molti dei quali nel frattempo promossi a più alti incarichi e infine, undici anni dopo, condannati, abbiano agito quella sera di loro iniziativa: che abbiano disposto a freddo la mattanza senza essere stati da alcuno autorizzati a farlo. Così, una loro idea.

Ricordiamo a chi avrebbero potuto chiedere un parere, proprio lì sul posto e sul momento, se ne avessero avvertita l’esigenza. A Gianfranco Fini, allora vicepresidente del Consiglio e in quei giorni prima in visita alla sala operativa della questura poi, il sabato della morte di Carlo Giuliani, chiuso nella caserma di San Giuliano. A Claudio Scajola, allora ministro dell’Interno ma fin da allora evidentemente inconsapevole. A Filippo Ascierto, ex carabiniere e responsabile Difesa di An, in quei giorni a capo di una delegazione di parlamentari costantemente presente negli uffici di pubblica sicurezza: tra la sala operativa e il comando provinciale dell’Arma alla vigilia dell’assalto alla Diaz transitarono con Ascierto Giorgio Bornacin, An, eletto a Genova, Federico Bricolo, Lega, Ciro Alfano, Biancofiore, e Giuseppe Cossiga, eletto con Forza Italia. Fu suo padre Francesco qualche settimana dopo a pronunciare al Senato il celebre discorso in favore di Scajola, alla vigilia del voto che rinnovava al ministro la fiducia del Parlamento.

In assenza dell’accertamento di una responsabilità politica e/o gerarchica le condanne di Gratteri, Luperi, Calderozzi e dei loro colleghi nulla dicono su quale sia stata la catena di comando che ha disposto il massacro della Diaz e qualche giorno dopo quello di Bolzaneto, carcere dove i reclusi venivano picchiati in cella al suono di Faccetta nera nei telefoni cellulari, suoneria del resto in voga ancora oggi negli uffici pubblici delle principali municipalizzate romane, chissà se è al corrente Alemanno. Giova infine ricordare, per quanto ovvio, che a Genova era naturalmente presente Silvio Berlusconi, allora e per molto tempo ancora presidente del Consiglio. Della morte di Carlo Giuliani disse, quel pomeriggio: “Un inconveniente”.

Bene dunque che il clima sia cambiato, che si possa oggi salutare una pagina di verità con una consapevolezza collettiva che certo ci arriva anche dalle tragedie di Cucchi e Aldrovandi, chè il pericolo del sopruso vestito da istituzione è sempre in agguato. Bene le scuse, peccato per le omissioni. Resta ancora da scrivere, imminente, la sentenza per dieci manifestanti accusati di “devastazione e saccheggio”, termini adatti ad una guerra benché di guerre tra eserciti non si sia vista traccia, a Genova. Le guerre si combattono tra schieramenti avversi e in armi, non le combattono i cittadini che manifestano contro coloro che sono chiamati a garantire la sicurezza di tutti, anche la loro.
Per quei dieci manifestanti sono stati chiesti 100 anni di carcere. Anche dall’esito di quella sentenza dipenderà la possibilità che la ferita del G8 possa cominciare, con così grave ritardo e tante amputazioni, a chiudersi.

Lettera ai miei alunni/6

Siamo arrivati alla fine del nostro percorso e non vi ho ancora detto in che cosa ho mancato e perché vi chiedo scusa.
Non ci rimane molto tempo, la scuola praticamente finisce dopodomani per me e come ben sapete, l’incubo di ogni compito in classe è la conclusione, soprattutto se deve essere “personale”.
E invece io ricorro alle parole di Carla Melazzini e al libro meraviglioso che mi ha fatto compagnia nei miei viaggi verso di voi. Un libro che dovrebbe essere reso obbligatorio per tutti gli insegnanti. Insegnare al principe di Danimarca (anche se il titolo un po’ allontana) è un libro bellissimo, poetico, autentico, ricco di spunti (la mia copia è tutta strasottolineata).

Potrei riportarne interi capitoli e mi piacerebbe commentarli con quelli di voi più maturi insieme a qualche insegnante. Utopia. Però c’è una parte che è utile al mio discorso e mi aiuta a scrivere la conclusione di questa lettera.
Scrive la Melazzini che per fare di una relazione una “buona relazione” occorrono almeno tre elementi: Tempo, Indipendenza, Reciprocità.
Per costruire buone relazioni ci vuole molto tempo
, anche perché bisogna riparare dei danni e si sa che se a distruggere ci vuole un secondo, a ricostruire e riparare ci vogliono anni. Pensiamo, per esempio, al terremoto di cui in questi giorni sperimentiamo la portata devastatrice.
Noi di tempo ne abbiamo avuto tanto sulla carta, 320 ore, eppure non è stato sufficiente. Ci vuole tanto tempo per conoscersi, per misurarsi e solo dopo si può cominciare a costruire. Ecco ora, a maggio, io vi conosco sufficientemente bene per poter cominciare a instaurare con voi una relazione proficua per me e per voi. Ma il nostro tempo è scaduto. Certo ne abbiamo sprecato tanto, anche questo è vero. Non è una questione di ore ma di qualità del tempo. Il tempo sprecato a verificare la disponibilità del laboratorio di informatica, dell’aula magna, il tempo sprecato a ripetere la stessa cosa 10 volte, il tempo sprecato ad arrabbiarmi, a sedare le liti non solo verbali, a difendere i più deboli dai soprusi, il tempo sprecato in viaggio. Il tempo sprecato dalle vostre protesi: quei telefonini a cui ricorrete quando non sapete cosa dire, cosa fare, dove guardare. Per sfida o per noia. Quanto tempo sprecato. Avrei potuto provare a raccontarvi chissà quali altre storie, avremmo potuto conoscerci meglio.Ma comunque anche questo spreco è fisiologico e va sempre messo in conto in ogni relazione. L’importante è usare bene quello che ci rimane. Io ci ho provato, ma ho la consapevolezza che avrei potuto dedicarvi di più del mio tempo mentale. Ma quando arrivavo a casa nel tardo pomeriggio, dopo una mattinata di combattimento e tre ore di viaggio, non avevo molta voglia di dedicarmi ancora a voi, a cercare nuovi modi per stimolarvi.
Non che non l’abbia fatto. Abbiamo riscritto la favola di Esopo in chiave moderna e poi nel vostro dialetto. Ve lo ricordate? L’abbiamo fatto all’inizio. Vi ho fatto scoprire Tommaso Fiore, questo emerito sconosciuto a cui è dedicata la vostra scuola, vi ho fatto scoprire Tim Burton e visto insieme i suoi film più belli, abbiamo letto Jimmy della collina, un romanzo per ragazzi e vi è pure piaciuto. Ne abbiamo parlato tanto, sviscerandolo in ogni aspetto. Dovreste conoscerlo a memoria. E lo so che vi avevo promesso che avremmo visto il film alla fine ma, ho cercato di spiegarlo a quelli di voi più maturi, dopo averlo visto a casa (di solito me li guardo i film prima di proporveli) ho capito che era impossibile farvelo vedere. Passi per le scene di sesso, ma il nudo integrale maschile proprio non potevo proporvelo. Mi è dispiaciuto perché sarebbe stato interessante portarvi a fare un confronto tra scrittura e visione, m anon potevo rischiare una denuncia.
Vi ho proposto brani e poesie che normalmente non entrano nei programmi scolastici. Abbiamo visto il film La scuola è finita e riflettuto insieme su cosa significa la scuola per noi. Abbiamo creato insieme gli haiku e poi abbiamo sperimentato il caviardage. E vi ricordate quando abbiamo messo in scena il matrimonio a sorpresa di Renzo e Lucia? Mi sono messa a disposizione per prepararvi ai compiti in classe e alle interrogazioni. Sì, di cose ne abbiamo fatte, vi ho fatto giocare e soprattutto mi sono messa in gioco, eppure ho la sensazione che avrei dovuto dedicarvi più tempo. Qualitativamente parlando.

Una relazione che crea dipendenza non è una buona relazione – scrive ancora la Melazzini. Questo vale nei rapporti di coppia, nell’amicizia, vale con le cose (il cellulare, la sigaretta, gli spinelli). Vale a maggior ragione nella relazione docente-alunno, dove io docente insegno perché tu possa diventare consapevole e autonomo. C’è stato questo nella nostra relazione? Non lo so. Ho provato a farvi capire che studiare, imparare a stare con gli altri, imparare a gestire le difficoltà è nel vostro interesse, e che questo vale indipendentemente dal docente che vi trovate di fronte. Ho provato anche  a farvi capire che ci sono diversi contesti e diversi modi di comportarsi per cui a scuola ci si comporta in un modo e a casa e per strada in un altro. E questo non significa affatto essere falsi, ma essere consapevoli. Ai compagni ci si rivolge in un modo, ai docenti in un altro. Ma si rimane se stessi. Che quella su Facebook è una vicevita (parafrasando Magrelli) ed è invece la vostra vita vera che dovete riempire di relazioni autentiche. Ho provato a incoraggiarvi, a dirvi che ce la potete fare se lo volete. Ma credo di aver raccolto pochi risultati sotto questo aspetto. Non sono nemmeno riuscita a farvi capire l’importanza di firmare prima con il nome e poi con il cognome, primo segno di una indipendenza dalla propria famiglia per affermare se stessi. Eppure ve l’ho ripetuto ogni giorno!

Altra caratteristica irrinunciabile in una relazione è la reciprocità. Questa è ancora più difficile anche perché, dice la Melazzini, la reciprocità va esplicitata.
Se non è reciproca una relazione non è “buona”
e reciproco vuol dire che io cresco se tu cresci.
“Qualunque relazione insegnante-alunno in cui l’insegnante non sia disposto ad accettare che lui impara dall’alunno quanto e forse più di quanto l’alunno non impari da lui, non è una buona relazione. In una relazione buona si cresce anche in termini di arricchimento emotivo. E tutto questo va esplicitato perché l’altro contraente del patto deve essere consapevole di quanto lui ti sta dando in questa relazione”.

Questa reciprocità c’è stata, io sono consapevole di quello che ho imparato da voi, soprattutto in termini di “arricchimento emotivo”, non sono però sicura di averlo esplicitato. Di avervi incoraggiato sufficientemente, di avervi mostrato gratitudine pure per quel poco di attenzione che mi davate e che mi gratificava. Certo non stiamo parlando di un contesto dove esplicitare sia facile. Voi non avete consapevolezza delle vostre emozioni, siete, come tutti gli adolescenti del mondo, pura emozione, ma emozione scomposta e incosciente. Emozione labile, evanescente. Emozione senza attenzione. Mi sarebbe piaciuto insegnarvi a essere consapevoli delle vostre emozioni per imparare a gestirle e soprattutto a non farle colonizzare dal mondo adulto per il quale voi siete solo un target. Il più ambito. Proprio perché le emozioni possono essere trasformate in impulsi ad acquistare.
È stato davvero poco il tempo perché potessimo anche solo provare ad affrontare questo argomento e vi lascio quindi vulnerabili così come vi ho incontrato.
Per questo vi chiedo scusa, a nome mio e di tutta la società degli adulti.

Lettera ai miei alunni/5

Nelle ultime settimane di scuola abbiamo sto vissuto insieme l’esperienza del caviardage. E vi ringrazio perché avete voluto provarci.
Inizialmente era solo una minoranza del gruppo a partecipare attivamente ma man mano che si spargeva la voce e il vostro entusiasmo si diffondeva siete diventati più numerosi.
E chissà se lo avete capito che trovare la poesia nascosta in una pagina di giornale o di libro scelto a caso è anche trovare la poesia nascosta dentro di voi.
Chissà se avvertite il senso liberatorio del cancellare tutte le parole che non servono. Voglio crederlo. Quante parole inutili intorno a noi, ma noi possiamo scegliercele, scegliere le più belle, quelle che parlano di noi e annerire tutte le altre. Ridurle come caviale, cavialeggiare, caviardage.
Eravate stupiti voi stessi del risultato finale. Avete esordito quasi tutti con “io non sono capace” ma era una difesa preventiva la vostra. Vi ho visto fare foto ai vostri capolavori, vi ho visto ricopiare sul telefonino le parole della vostra poesia, magari la manderete alla vostra ragazza prima ancora di pubblicarla in quello che è il vostro tempio: facebook.
Sono soddisfatta e orgogliosa quanto voi dei risultati ottenuti e ho cercato di incoraggiare ogni vostro piccolo passo verso la libertà di espressione. Chissà se lo avete colto questo incoraggiamento. Me la pongo sempre questa domanda “sono stata abbastanza incoraggiante?”, che non significa incoraggiare ogni vostro atteggiamento, ma quando fate quello sforzo in più, beh quello va incoraggiato perché possiate farne un altro e un altro ancora. Troppo facili siete ad arrendervi.
Non si è smentita quella classe che assomiglia sempre più al proprio docente. Chi si somiglia si piglia, si dice, e non è sempre vero. Ma nel vostro caso questa regola vale. Siete stati sempre fannulloni, ma ora siete diventati apatici, privi di stimoli e di orgoglio. Siete gli unici che non si sono fatti coinvolgere. Voi e solo voi, invece di restituirmi la poesia trovata, mi avete restituito l’ennesimo aeroplanino fatto con la carta dell’ennesima fotocopia sprecata. Che spreco la vostra adolescenza.
Nonostante le apparenze, io non sono persona da mollare l’osso facilmente, però con voi devo dire che mi sono arresa. Non avevo più le forze per combattere anche per voi. Ho ottenuto una “poesia” autenticamente sua da Giacomo, che ha un palmare al posto della mano e guarda tutti con aria di sufficienza, e me lo faccio bastare. Bisogna sapersi accontentare. Almeno noi adulti. Voi no, non dovreste accontentarvi mai.

 

Lettera aimiei alunni/4

Tutto questo porta alla ribalta il problema di cosa soprattutto dovrebbe insegnare la scuola, e dopo la tanta, troppa retorica sulla tragedia di Brindisi (di cui temo non si saprà mai la verità, ennesimo depistaggio mediatico) vorrei dire la verità, cioè che la scuola a parole predica legalità e giustizia ma nei fatti razzola il contrario. E per voi ragazzi i fatti contano. Se le parole per quanto belle non sono sostenute da comportamenti coerenti voi non le bevete. E cosa vedete, cosa respirate a scuola? A parte le ingiustizie, vere o presunte, che si svolgono ogni giorno in classe e dietro cui molto spesso nascondete la vostra svogliatezza, il vostro vittimismo, la mancanza di fiducia in voi stessi, l’incapacità di reagire costruttivamente alle piccole difficoltà. A parte questo, mi chiedo se anche voi vedete quello che vedo io. Che c’è un docente che passeggia per i corridoi o è intento placidamente al computer in sala professori quando dovrebbe essere in classe. Lo vedono tutti, colleghi e dirigenti, ma mai che abbia sentito una parola in proposito. Però se siete voi a passeggiare nei corridoi invece di essere a fare il vostro dovere in classe venite ripresi. Giustamente. Ciascuno deve fare il proprio dovere. Per fortuna non vedete che quello stesso docente, io lo chiamo l’Intoccabile, qualche volta fa chiacchierate in sala docenti con persone che non sono della scuola. Amici? Parenti? Clienti? Sostenitori? (è uno che le mani in pasta dappertutto, politica compresa) È uno di quelli, dei tanti, troppi che hanno il doppio lavoro e che vengono a scuola per arrotondare. Avvocati, ingegneri… quanti ce ne sono! Io sono sempre stata convinta che il lavoro serio a scuola non sia conciliabile con un’altra attività lavorativa. Lo dico con molta onestà, autoaccusandomi, perché in questi mesi ho portato avanti anche un altro lavoro. L’ho fatto per necessità perché poi a giugno, finita la supplenza, non posso permettermi di ritrovarmi con il sedere per terra. Me la firmate questa giustifica?
Ma quando (se) entrerò di ruolo dovrò fare una scelta, perché non si può essere bravi insegnanti se non ci si dedica a questo lavoro al 100%. Anima e corpo. Purtroppo, invece, per molti la scuola è un passatempo. Insegnanti e alunni. E chissà se la percepite come ingiustizia l’assenza fissa settimanale del vostro docente, sempre negli stessi giorni. Strano virus deve aver preso. Sempre di mercoledì quando ha 5 ore, o di sabato. Chissà se ve lo chiedete come sia possibile. Ve lo spiego io. Basta un medico di base che non si fa troppi problemi e una scuola che, come tutte le scuole, non dispone di molti fondi per cui non manda la visita fiscale per non doverne sostenere il costo. Certe volte sono stata tentata di dire “ve li do io i soldi!”.
Ma probabilmente voi siete talmente felici che il vostro docente non venga a fare non-lezione che il problema non ve lo ponete proprio. E in questo siete simili a tutti gli alunni d’Italia, anzi il vostro è l’atteggiamento tipico dell’italiano medio che vive pensando “finché mi conviene” “finché non mi tocca da vicino” salvo poi rendervi conto che la fregatura l’avete presa proprio voi. Ma sarà troppo tardi per ribellarsi. Sono altrettanto sicura che voi, spugne come siete, assorbite tutto, incamerate una sfiducia negli aduli e nelle istituzioni di cui forse non vi rendete conto consapevolmente. Forse nel vostro tapparvi le orecchie con le cuffie, nel vostro isolarvi dal mondo aggrappati, come l’ostrica a uno scoglio, al vostro telefonino c’è il rifiuto di questa ipocrisia che attribuite al mondo degli adulti tout court. Eppure non siamo tutti così, ve lo assicuro. Ci sono insegnanti straordinari, ci sono adulti giusti. Sì, anche nella vostra scuola. Sappiate cercarli e sosteneteli sempre.
Eppure vorrei dirvi anche che la legalità può, deve, partire da voi. Ammettere qualche volta le vostre responsabilità, almeno quando venite colti in flagrante. Per esempio. Avere rispetto per gli ambienti che vi ospitano e per i collaboratori che devono pulire i vostri macelli. Per esempio. Impedire che quel bidone dei rifiuti, quello lì davanti alla scuola venisse distrutto giorno dopo giorno fino a essere ridotto in cenere. Per esempio. E invece fate come le famose tre scimmie nonvedo-nonsento-nonparlo. Ma se non coltivate il senso della giustizia alla vostra età, cosa coltiverete dopo, da adulti?

TLettera ai miei alunni/3

Vi dicevo all’inizio che volevo chiedervi scusa per quello che non vi ho dato. Questa supplenza, questo progetto, per me è stato soprattutto fonte di disagio. Disagevole il viaggio per arrivare da voi, disagevoli gli orari di lezione che equivalevano a tornare a casa mai prima delle 16,30. Disagevole il non avere una classe mia, una lavagna, dover elemosinare sempre permessi. Disagevole trovarmi di fronte un gruppo di alunni così disomogeneo e non avere basi comuni da cui partire. Disagevole dover collaborare con alcuni docenti. E apro una parentesi sull’argomento perché penso che anche questo possa essere importante per voi.  Semplificando classifico i tre docenti che ho affiancato in questo modo:
A – docente motivato e competente
B – docente depresso e fannullone
C – docente inconcludente e prevenuto.

Per fortuna ho avuto modo di rapportarmi il docente A, perché in caso contrario sarei stata tentata di mollare tutto, non solo il progetto ma proprio la mia “carriera” di insegnate per il terrore di diventare come gli altri 2. Invece dal docente A ho imparato molto. Ho imparato che si può essere fermi e severi ma allo stesso tempo giusti e comprensivi. Ho imparato che I Promessi Sposi hanno ancora tanto da dire e che si può dare molto ma pretendere dagli alunni solo quello che possono dare. Grazie.

Paradossalmente però, se ci attenessimo solo ai numeri, con gli alunni del docente A ho avuto i risultati peggiori. Eppure il progetto con voi ha avuto un senso. Ha avuto un senso innanzitutto perché sono stati segnalati quali destinatari del progetto solo gli alunni che effettivamente avevano bisogno di aiuto. Di stimoli soprattutto. In una classe avevo solo 3 alunni ed è stato giocoforza lavorare con la classe intera. Inutile dire che tutti e tre saranno bocciati. Ma forse, Marco, ce la facciamo a salvarti. Non che tu cerchi di facilitarci il compito con il tuo atteggiamento e sarà una dura lotta agli scrutini perché gli altri docenti non ne vogliono proprio sapere di te. E non sono sicura che t elo meriti. E Vanessa e Ilaria? Perché non hanno mai voluto fare niente? Se avessero altri interessi fuori della scuola potrei capirle, potrei giustificare le tante assenze, ma quando mi rispondete all’unisono che a voi ingolla solo mangiare e dormire e fumare… mi cadono le braccia. Qui non è solo che non avete voglia di studiare, non avete voglia di vivere, di decidere, di combattere.
Ed evidentemente non sono stata capace di coinvolgervi nelle cose nuove che proponevo. Peccato perché il laboratorio poetico che avevamo pensato per voi credo che vi sarebbe piaciuto. Vi avrebbe fatto scoprire cose di voi stesse. O è proprio di questo che avete paura?

Nell’altra classe non è andata meglio. Su 8, 2 non li ho mai visti: erano dispersi già prima che il progetto contro la dispersione scolastica iniziasse. Dei 6 rimanenti, le 4 ragazze si sono di fatto ritirate, sono rimasti in 2 ma alla fine promosso, e qualche debito non te lo toglie nessuno, sarai solo tu Domenico. Invece, a bocciarti, Nicola, i professori sono unanimi. Proverò a difenderti, te lo prometto. Anche se tu di argomenti non me ne fornisci molti. Non studi, e vabbè, non sei certo l’unico. Però le cose le sai, a furia di ripeterle qualcosa nella testa ti è entrato. Hai diciotto anni ed è la quarta volta che ripeti il primo anno. L’anno prossimo per te qui non ci sarà più posto. E allora che farai? Prenderai finalmente coscienza del tempo che hai sprecato? Ti iscriverai al serale o prenderai una qualche brutta strada? Tutti sospettano che tu faccia uso di sostanze e temono forse che tu possa avere una cattiva influenza sugli altri. Io non credo, anzi sono convinta che gli altri hanno avuto una cattiva influenza su di te. Tu sei di pasta buona e su qualche spinello si può chiudere un occhio e mi ha giurato che a scuola mai. E io ti credo. Del resto quell’odore di mandorle amare, così ben riconoscibile, non l’ho sentito mai dalle tue parti. Io ci proverò, te lo prometto, perché sono convinta che passare finalmente al secondo anno ti farebbe bene. Ma tu mettici del tuo.

In questa classe ho dovuto prendere atto del fallimento con te, Filomena. Abbiamo cercato in tutti i modi di aiutarti, di salvarti. Ci siamo preparate insieme e ci siamo fatte interrogare, io con te, ma hanno prevalso la pigrizia e i cattivi esempi delle tue compagne. Ma anche una maleducazione di fondo e una famiglia debole. Certo che mandare a quel paese il vicepreside non è stata una idea brillante. Anche perché avevi torto.
Però quando ti ho incontrato, un mese dopo il tuo “allontanamento coatto”, eri convinta di aver subìto un ingiustizia e ti ho visto battaglierà, come se ti fosse stato tolto un diritto. Spero che questa consapevolezza ti rimarrà fino all’anno prossimo.
E tu Federica? Che peccato, avresti potuto farcela. C’era in te, insieme alla dolcezza, la volontà di provarci ma anche tante, troppe lacune. E quando ho parlato con tua sorella ho capito che non avevi chance perché ti mancava il terreno su cui far crescere la fiducia in te stessa. Ti sei arresa alla fine allo sguardo degli altri su di te, e a scuola non ti ho visto più.

Con la docente C avrò invece, numeri alla carta, risultati migliori. A essere stata segnalata per il progetto è più di metà della classe e la maggior parte di voi non aveva alcun bisogno di aiuto. Marianna, Giusy, Giuseppe, Leonardo, Andrea, Ivan…no voi non avevate bisogno di me. O forse sì perché state comunque sprecando la vostra intelligenza per la paura di emergere e di apparire, così, diversi dagli altri, dalla massa.
Siete stati segnalati con criteri che tuttora mi risultano oscuri, certo c’era da raggiungere un certo numero, certo siete una classe numerosa, certo avete dei bei caratterini e più di una volta avete risposto male a qualche docente. Ma mi ha sempre fatto impressione le volte che vi portavo fuori notare che in classe rimanevano 6-7 persone, che poi si riducevano ulteriormente perché dopo un po’ ci raggiungeva anche qualcuno che non faceva parte del gruppo. Improvvisa voglia di approfondimento? Noia?
A voi rimprovero una cosa: vi accontentate del minimo, non fate niente di più di quel che vi viene chiesto e vi nascondete dietro il dito di una docente che non amate (e che non vi ama, questo è il punto) per difendere la vostra poca buona volontà. Certo capisco anche che vedere ogni vostro sforzo reso vano possa essere frustrante, che fare delle interrogazioni mentre il docente legge il giornale non è gratificante, che avere sempre gli stessi voti indipendentemente dalle vostre prestazioni non è incoraggiante… ma voi dovete studiare per voi stessi non per il docente. Quello purtroppo non potete sceglierlo, ma quando si dice che la scuola è palestra di vita si intende proprio questo. Sapete quanti datori di lavoro incontrerete a cui non sarete simpatici, sapete in quante situazioni vi troverete in cui non vi verrà riconosciuto quello che fate? Imparate fin da ora a reagire e non a mettere semplicemente il muso. Sarete uomini e donne più forti davanti alle intemperie.

Vale anche per voi Micki, Giovanni, Carlo, Grazia, Maria che fate parte di quell’altra seconda, la classe che forse più si avvicina alla classe ideale destinataria del progetto e sto avendo i risultati migliori in senso relativo. All’inizio è stata durissima, anche solo entrare in classe, figuriamoci farmi ascoltare tra urli, lanci di palle di carte, banchi che diventano strumenti musicali e tutto il casino che sapete fare bene. Ma poi qualcosa è scattato, non ho capito quando non ho capito come, ma è successo. All’inizio una tregua, poi un qualcosa che assomigliava al rispetto.
Qualcuno di voi sarà bocciato, questo non posso impedirlo. Alessio, per esempio. Sinceramente nel tuo caso sono convinta che la bocciatura ti farebbe bene, sarebbe un bello scossone che forse l’anno prossimo ti farà cambiare atteggiamento. Hai perseguito scientemente un piano di boicottaggio verso ogni tentativo di coinvolgerti, non hai mai studiato, non ha permesso di instaurare alcuna relazione e ti sei preoccupato solo di dare fastidio facendo ogni rumore possibile. Quando ho assistito alla tua interrogazione di fine maggio avrei voluto prenderti a schiaffi. Sei stato l’unico a dire la lezione bene e a quaderno chiuso (e pazienza per i Merovingi che sono diventati Marovingi in tutte le interrogazioni. Come se uno solo di voi avesse preso gli appunti e gli altri avessero copiato da lui. O è lo stesso quaderno che vi siete passati, manco la briga di copiare vi siete presi? E quando tutti avete scritto, e ripetuto convinti all’interrogazione,  Mellina invece di Medina? che ridere… e Maometto che da un certo punto in poi, chissà perché, si fa chiamare Egira? senza nemmeno passare per Casablanca…)
Vale anche per te Ezio, spero che la bocciatura ti scuota dal torpore. Possibile che non ci sia nulla che ti interessi?
A te Maria, invece, la bocciatura non farà bene. Ti confermerà  l’idea che tutti ce l’abbiano con te. Certo capisco che essere stigmatizzata fin dall’inizio come “tanto sarai bocciata” (così mi sei stata presentata, a gennaio) non sia proprio incoraggiante. Ma anche tu ci hai messo del tuo. Perché non hai reagito dimostrandole che si sbagliava, invece di chiuderti nel risentimento e di cercare di evitarla il più possibile? Quando c’è quella prof alla prima ora tu entri sempre alla seconda. Credi che non l’abbia capito? Eppure dietro i tuoi modi sguaiati leggo, nascoste molto bene, dolcezza e tanta fragilità.  E sulla grazia che devi puntare, non sulla volgarità! fidati. E lascia perdere quel che pensa la tua insegnante, lei è senza speranza con le sue convinzioni piccolo borghese. Tu di speranze ne hai ancora tante.
Se ho insistito tanto, in particolare con voi, nella lettura di Jimmy della collina è stato per mostrarvi un modello di ragazzo della vostra età che ha le idee chiare sul suo futuro. Sono idee sbagliate, questo lo sappiamo noi e lo saprà Jimmy alla fine del suo percorso. Ma lui ha un progetto di vita e ha la capacità di fare delle scelte accettandone di volta in volta le conseguenze. Sarà questa esperienza a far sì che Jimmy alla fine sia in grado di fare la scelta giusta e di cambiare la direzione della sua vita. Per questo è un modello positivo. Anche se è un giovane rapinatore… Spero l’abbiate capito e non lo abbiate preso come modello per il “mestiere”… ma siete ragazzi intelligenti.

E che dire dei ragazzi a cui è toccato in sorte il docente B: depresso e fannullone. Però voi di seconda su questo ci marciate e alla grande. Siete  intelligenti… ma se quella intelligenza che avete non la usate per prendere in mano la vostra vita a cosa vi serve? Tanto vale essere stupidi. Da voi sono stata accolta con aperta ostilità, poi ho capito il motivo. Mi vedevate come quella che veniva a rompere il vostro comodo equilibrio: il professore non ci fa fare niente–noi ci lamentiamo ma non vogliamo fare niente. “Nullafacenti e Nullavolentifare”. E infatti all’inizio vi siete lamentati che non facevate niente ma quando vi ho proposto di fare qualcosa insieme, di recuperare il tempo e le nozioni perdute avete alzato un muro. Anche con voi sulla carta otterrò buoni anzi ottimi risultati, pochi saranno i bocciati  perché il livello della classe è talmente basso che bisognerebbe azzerarla. Ricominciare da capo. E nessuno di voi, ci scommetto, sarà rimandato in Italiano perché c’è un tacito patto tra voi e il vostro docente. Ma io e voi sappiamo che non è così. Non vi siete quasi mai fermati all’ultima ora, pochi di voi sono venuti il pomeriggio ma se arrivavo in ritardo in classe vi lamentavate che vi trascuravo. Strano modo di intendere un rapporto di reciprocità quale è quello tra docente e studente.
Del resto con voi le mie lezioni di supporto aveva poca presa. Non potevo puntare sul “dai che ci prepariamo all’interrogazione” perché nessuno di voi è mai stato interrogato (almeno in mia presenza). Né potevo invogliarvi a studiare per il compito in classe, giacché quei pochi a cui ho assistito sono stati un copia-copia generale. E nemmeno potevo dirvi “vi rispiego la lezione”… perché di spiegazioni da parte del vostro docente non ce ne sono mai state.
Ho in mente i vostri volti, le vostre espressioni, i vostri silenzi, gli sguardi sfuggenti di chi sa che la sta facendo grossa ma intanto finché dura la pacchia… Santa, Francesco, Giovanni, Daniele, Giacomo, Marianna, Raffaella…
E poi ci sei tu, Cristian. E allora diventa impossibile qualsiasi attività: la tua è una incessante operazione di disturbo perché vuoi tutte le attenzioni. Per te tutto è un gioco e vuoi qualcuno che giochi con te tutto il tempo. Per questo ci sei sempre: mattina e pomeriggio non sei mancato mai. Confesso che sono stata tentata qualche volta di dirti di rimanere a casa il pomeriggio, ma non te l’ho detto mai perché io sono qui proprio per te, non lo devo dimenticare. Nelle ultime settimane non ti ho visto molto. Dici che ti ho deluso perché non vi ho fatto vedere qual film a cui tenevi tanto. Ma ci sono delle regole, Cristian, e quella che ho cercato di farti comprendere io era semplice: il film me lo devi portare qualche giorno prima perché io non vi faccio vedere nulla a scatola chiusa. Ma tu hai continuato a sfidarmi portandomelo sempre il giorno in cui volevi vederlo. E io ho tenuto duro. Sarà servito a farti capire che anche tu sei come gli altri? Non lo so.
Ricordo bene la prima volta che ti ho visto. Eri seduto sulla finestra, pronto a lanciarti. Ok, era il piano terra ma mi ha impressionato ugualmente. Era quello che volevi? La seconda volta che sono entrata nella tua classe tu eri sdraiato lungo lungo su due banchi. Un esordio col botto, non c’è che dire. Intorno una caotica indifferenza. Sarai bocciato? Forse sì, e forse ti farà bene. Tu stesso lo dici, con orgoglio, che l’anno scorso ti comportavi meglio e qualcosa studiavi. Quest’anno niente, e in qualche modo bisogna mettere un freno a questa escalation verso il basso. E l’unico strumento che la scuola ha per farvi capire che state sbagliando è la bocciatura. Triste, no?

Che dire del docente B? Sapete, in fondo mi è simpatico perché non finge di essere quello che non è ed è convinto che basti non fare del male a nessuno per stare tranquilli. Pensate che me lo diceva in anticipo, una forma di correttezza secondo lui, che il giorno dopo non sarebbe venuto a scuola. E mi diceva pure “poverina che rimani da sola con quelli là”. Intendendo quelli della prima. Già. Ma mi fa anche rabbia che lui possa assentarsi puntualmente ogni settimana e io debba recuperare le ore perse per malattia vera. Che lui sia di ruolo e potrebbe dare la sua impronta alla classe e io debba accontentarmi di ritagli didattici. Che lui abbia (al contrario mio) il fisico, la voce, l’autorità per imporsi e abbia deciso di non farlo. Mi fa rabbia non la sua incapacità di affrontare una classe difficile sì, ma non impossibile se solo accettasse almeno di provarci. Invece ogni volta che gli ho proposto di affrontarla insieme, quella maledetta prima, si è rifugiato in un più facile “dividiamoceli”. Sono anche arrabbiata con me stessa perché gliel’ho permesso. Alla fine io mi porto via tre quarti della classe e lui rimane con i migliori, con cui comunque non fa nulla.
In quella classe ho molte difficoltà anche io. C’è un concentrato di situazioni problematiche e di studenti border line. Alcuni avrebbero bisogno di un sostegno serio e solo genitori ciechi ed egoisti possono non rendersene conto. Non so come possa una classe del genere essere lasciata lì in fondo a quel corridoio, dove non c’è alcun controllo. La prima volta che sono entrata ho pensato di essere capitata per sbaglio in una classe differenziata. Di quelle che, per fortuna, non esistono più. Volavano cartelle e astucci, uno che giocava alla guerra trascinandosi per terra, altri buttavano palle di carta, e in fondo un gruppetto di bellocci che si faceva i fatti propri con le cuffie alle orecchie, rilanciando ogni tanto con indifferenza le bottigliette d’acqua. Per terra un immondezzaio. Una volta sono entrata prima del docente e mi sono beccata una bottiglia di acqua addosso; un’altra volta nel cercare di dividere due che se la stavano dando di santa ragione, con pugni e calci, mi sono presa un pugno. Da allora in poi non entro più da sola nella vostra classe. L’unica cosa che ha funzionato con voi è stato vedere dei film insieme, per voi era un modo di sfuggire alla noia del farniente, ma poi quando si è trattato di tirare le conclusioni e di mettere su carta le considerazioni non c’è stata storia.
Mi sto rivolgendo anche a voi ma a dire la verità non sono riuscita a instaurare nessun dialogo, se non con le due ragazzine che appena possono scappano da quel clima violento per venirmi a cercare.
Però le classi non possiamo scegliercele e anche con quelle che ci stanno antipatiche dobbiamo provarci. Certo non è un bell’esempio per una docente alle prime armi come me avere affianco un insegnante che come motto ha “sopravvivere” e me lo ripete come un mantra ogni giorno. Non è incoraggiante. Ma il mio motto è “resistere resistere resistere” e sto resistendo. Anche se sono allo stremo e conto le settimane.
Il docente B andrebbe aiutato seriamente e, se non si fa aiutare, allontanato. Però per voi cari ragazzi è l’alibi per non fare niente e alla fine della giostra quelli che ci perdono siete voi. Perché a scuola non si viene solo per i voti, per i professori, per gli amici, per i genitori. Si viene per imparare qualcosa e avere qualche chance in più.

Ogni tanto mi scappa di farvi la “predica”, è una pessima abitudine di noi adulti, quella di metterci su un piano di superiorità rispetto a voi. Scusate.

Lettera ai miei alunni/2

Un capitolo a parte è quello delle ragazze. Una esigua minoranza all’interno dei gruppi classe che mi sono stati affidati. Potrei suddividerle in due categorie e sarebbe comunque riduttivo. Quelle che non hanno nessuna voglia di prendere il mano il proprio destino e vivono la scuola e la vita con atteggiamento passivo, senza aspettative, senza sogni. Future casalinghe di Voghera. Il massimo a cui aspirano è fare la parrucchiera, ma non aprirsi un salone in proprio, altrimenti capirebbero l’importanza del diploma. Sono future ragazze di bottega, esecutrici senza fantasia di ordini altrui. Tutte non riescono a immaginare un futuro diverso da quello delle loro madri.

Pasqua, Filomena, Angela, Oriana, Federica, Vita, Maria, Lucia, Vanessa. La maggior parte di voi si sono ritirate. Arrese prima del tempo, alla scuola e alla vita. Le altre saranno bocciate e sarà bocciata ogni eventuale segreta aspirazione a una vita diversa. Non è un bel risultato per un progetto pensato per ridurre il fenomeno della dispersione scolastica. E non è un bel risultato per me, come insegnante e come donna.

Io vedo ogni giorno il vostro passato e il vostro futuro.
Lo vedo nelle giovani donne sfiorite che incontro giornalmente alla stazione di Grumo. Poco più che ventenni. Due figli piccoli, un marito coglione accanto. Quelle bambine in braccio alle loro madri spente, come le sigarette tra le loro labbra, passeggino come palla al piede, forse siete state voi. E quelle donne sarete voi. Vorrei proprio che poteste vedervi nello stesso specchio deformato in cui vi vedo io. E ribellarvi a un futuro scritto da altri ma che voi state sottoscrivendo abbandonando la scuola, rifiutando ogni altro esempio di figura femminile che non sia quello previsto per voi. Siete tante piccole Gertrude dal destino segnato, anche se voi non sapete nemmeno chi è, essendo andate via da scuola prima che si arrivasse ai capitoli 9 e 10 e alla sua storia.

La seconda categoria è quella delle ragazze pesantemente condizionate da un destino infame ma con una voglia di resistere pari alla loro paura di vivere e capaci di ritagliarsi spazi inaccessibili agli altri. Gusci impenetrabili. Un fallimento per noi insegnanti, per la scuola tutta, per la società.

Mi ha colpito subito il vostro sguardo spaventato, terrorizzato in alcuni casi. Vero Francesca? La tua voce sottilissima, i tuoi sorrisi, i tuoi disegni… non dimostri più di 10 anni. In consiglio di classe qualcuno di quegli adulti che dovrebbero prendersi cura di te ha detto “è tutto passato”, qualcuno  altro che tu “non capisci niente”. Come possiamo pensare che con una storia come la tua alle spalle sia “tutto passato”? Mi sono vergognata per la loro superficialità. Anche un cieco vedrebbe la paura nei tuoi occhi, quella fiducia che non sei più disposta a dare. Quella regressione infantile che è un’accusa al mondo degli adulti di cui non vuoi entrare a far parte.
E tu Annalisa che appena puoi scappi fuori da quella classe troppo maschile e violenta e mi vieni a cercare? Tu che all’inizio mi guardavi come un’aliena e ora mi dici che ti annoi a non fare niente e mi chiedi di farti fare qualcosa. Vogliono bocciare anche te, sai? E se ti salveranno non è perché hanno visto in te le potenzialità da tirar fuori e le paure da consolare, ma solo perché in fondo non dai fastidio a nessuno. La scuola ama gli studenti moribondi, quelli che non rompono le scatole a nessuno. Basta non guardargli negli occhi.
Ho saputo dopo il dolore che ti segna. Non ci crederai ma quel dolore ha una forma che ci accomuna. Immagini che non ti lasciano mai, scelte che non possiamo comprendere, fantasmi che tornano sempre a cercarci. E tu sei così giovane. Anche tu sei una bambina che deve ancora sbocciare.
E che dire di te, Cecilia, della tua voglia di capire, di sapere, di vivere? Con il tuo desiderio di emergere, nonostante le sue “certificate” difficoltà. Tu ce la puoi fare.
E Vita, e Maddalena e Raffaella?
Siete tutte alunne inadatte alla scuola? O è la scuola che è inadatta a voi?
Oggi mi avete fatto tenerezza, con i vostri sorrisi sghembi e tutte la classe che vi ignora, eravate lì a confabulare tra di voi, a ricreare un vostro mondo personale fatto di complicità, giochi infantili e disegni. Voi siete le ultime tra gli ultimi, le più svantaggiate, quelle con cui nessuno vuole avere a che fare,  ma anche le più vive. Persino Maddalena che non parla mai ma segue tutto. Maddalena che ha tirato fuori una poesia di poche parole: Croci, proprio croci. Francesca mi ha detto, un sussurro, che si sposerà a 18 anni, come sua madre. E le altre a ridacchiare e ad ammettere: anche la mia, la mia a 19… però voi non condividete la smania imitativa della vostra compagna, e tu Vita me lo hai detto chiaramente con il tuo solito sguardo di sfida, che prima dei 25 anni di sposarti non se ne parla, hai ancora tanto da fare tu, prima di legarti mani e piedi al destino segnato per te.
Andate avanti ragazze, dimostrate a voi stesse che ce la potete fare, anche se nessuno crede in voi.

Ci sono, per fortuna, anche ragazze non comprese tra questi due estremi. In genere si muovono in simbiosi, sono coppie di fatto: Vanessa e Ilaria, Marta e Katia, Marianna e Giusy, Pasqua e Rosalba. In due vi fate forza tanto da arrivare all’assurdo che se manca una anche l’altra non viene a scuola perché non volete stare da sole con tutti quei maschi. E fate tenerezza. Ma anche rabbia quando vedo che per colpa di una anche l’altra sarà bocciata, vero Vanessa che eserciti il tuo potere e il tuo influsso negativo su Ilaria. Cos’è una specie di rivalsa perché lei è alta e bella e tu piccola e tracagnotta? Non lo so, ma so che per tutte arriverà il momento di staccarsi. Sarà doloroso ma anche un momento di crescita.

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