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meditate, gente, meditate

Era lo slogan pubblicitario di una birra.
Capisco che possa sembrare strano sentir parlare di dieci giorni di meditazione.
Che avrò da meditare per tanto tempo? NON LO SO. Ma voglio scoprirlo.
Meditazione Vipassana , questo vado a fare, e “vipassana” significa una cosa bella, significa “vedere le cose in profondità, come realmente sono“.
Ecco è quello che vorrei provare a fare, anche se la cosa mi spaventa.
Non sono in fuga dal mondo, né da me stessa, non sono in crisi coniugale (le nostre non sono “vacanze separate” ma “vacanze diverse” su cui poi confronteremo, arricchendoci). Semplicemente sentivo l’esigenza di fare una esperienza forte e che questo era il momento per farla.
Ho prenotato il mio posto per questo corso addirittura a marzo, quando mi trovavo in un casino totale e il frastuono delle mie classi mi faceva vedere come desiderabile il silenzio assoluto. E c’era anche la necessità di avere tempo per pensare e pensarmi, e anche, perché no, di stare senza fare niente.
Avevo poi accantonato questo mio proposito, mi ero detta tanti “ma sì, ma dai”, tutto sommato ora avevo più tempo a disposizione e tante cose da fare…
Ecco, appunto,  ero sommersa di arretrati: lavoro, poesie da valutare, recensioni da fare, libri da leggere, scarabocchi che avrei voluto fare, roba da stirare, pulizie da fare, acquisti che continuavo a rimandare.
E poi sono andata in vacanza, finalmente. Una settimana di alta montagna, belle passeggiate, panorami mozzafiato, temperatura invidiabile, belle mangiate, il relax della sauna e dell’idromassaggio, la compagnia degli amici. Nessuna preoccupazione se non quella di segnalare con una crocetta quello che volevo per cena. Tutto bello, non tutto perfetto ma una bella vacanza con qualche imprevisto.
E poi si torna a casa.
Il giorno dopo, lunedì, ho ripreso a lavorare. A un certo punto guardandomi intorno mi sono resa conto che tutto il casino era ancora lì e che il mio livello di stress, dopo solo un giorno, era lo stesso di prima di partire. Anzi si sono aggiunte altre preoccupazioni e un ansia che non mi faceva dormire. Ho capito che non avrei mai trovato il tempo per mettere ordine a casa, per leggere tutti i libri che avrei voluto leggere, vedere tutti gli amici che avrei voluto vedere…insomma per togliermi gli arretrati di una vita. E di certo non avrei potuto farlo nelle mie due residue settimane di ferie. Avrei solo accumulato frustrazioni.
Così ho deciso, nel frattempo mi è arrivata la richiesta di conferma della mia partecipazione al corso. E ho risposto. Sventurata? No, penso di no.
Ho tanti dubbi e paure, e a un giorno dalla partenza anche la forte tentazione di tornare sui miei passi. Dieci giorni senza vedere le persone che amo, senza parlare con nessuno, senza poter leggere né scrivere… solo pensare a me e alla mia vita. Sì, mi  fa paura.
Ma qualcosa dentro di me mi dice che questa strana cosa mi farà bene. E voglio provarci.
So bene che quando tornerò ci saranno ad aspettarmi delle situazioni da risolvere, quelle che congelo per dieci giorni, insieme ai panni da stirare. Ma forse avrò l’energia necessaria per affrontarli.

per chi fosse incuriosito qua ci sono alcune informazioni di base sulla tecnica di VIPASSANA

Lettera ai miei alunni/6

Siamo arrivati alla fine del nostro percorso e non vi ho ancora detto in che cosa ho mancato e perché vi chiedo scusa.
Non ci rimane molto tempo, la scuola praticamente finisce dopodomani per me e come ben sapete, l’incubo di ogni compito in classe è la conclusione, soprattutto se deve essere “personale”.
E invece io ricorro alle parole di Carla Melazzini e al libro meraviglioso che mi ha fatto compagnia nei miei viaggi verso di voi. Un libro che dovrebbe essere reso obbligatorio per tutti gli insegnanti. Insegnare al principe di Danimarca (anche se il titolo un po’ allontana) è un libro bellissimo, poetico, autentico, ricco di spunti (la mia copia è tutta strasottolineata).

Potrei riportarne interi capitoli e mi piacerebbe commentarli con quelli di voi più maturi insieme a qualche insegnante. Utopia. Però c’è una parte che è utile al mio discorso e mi aiuta a scrivere la conclusione di questa lettera.
Scrive la Melazzini che per fare di una relazione una “buona relazione” occorrono almeno tre elementi: Tempo, Indipendenza, Reciprocità.
Per costruire buone relazioni ci vuole molto tempo
, anche perché bisogna riparare dei danni e si sa che se a distruggere ci vuole un secondo, a ricostruire e riparare ci vogliono anni. Pensiamo, per esempio, al terremoto di cui in questi giorni sperimentiamo la portata devastatrice.
Noi di tempo ne abbiamo avuto tanto sulla carta, 320 ore, eppure non è stato sufficiente. Ci vuole tanto tempo per conoscersi, per misurarsi e solo dopo si può cominciare a costruire. Ecco ora, a maggio, io vi conosco sufficientemente bene per poter cominciare a instaurare con voi una relazione proficua per me e per voi. Ma il nostro tempo è scaduto. Certo ne abbiamo sprecato tanto, anche questo è vero. Non è una questione di ore ma di qualità del tempo. Il tempo sprecato a verificare la disponibilità del laboratorio di informatica, dell’aula magna, il tempo sprecato a ripetere la stessa cosa 10 volte, il tempo sprecato ad arrabbiarmi, a sedare le liti non solo verbali, a difendere i più deboli dai soprusi, il tempo sprecato in viaggio. Il tempo sprecato dalle vostre protesi: quei telefonini a cui ricorrete quando non sapete cosa dire, cosa fare, dove guardare. Per sfida o per noia. Quanto tempo sprecato. Avrei potuto provare a raccontarvi chissà quali altre storie, avremmo potuto conoscerci meglio.Ma comunque anche questo spreco è fisiologico e va sempre messo in conto in ogni relazione. L’importante è usare bene quello che ci rimane. Io ci ho provato, ma ho la consapevolezza che avrei potuto dedicarvi di più del mio tempo mentale. Ma quando arrivavo a casa nel tardo pomeriggio, dopo una mattinata di combattimento e tre ore di viaggio, non avevo molta voglia di dedicarmi ancora a voi, a cercare nuovi modi per stimolarvi.
Non che non l’abbia fatto. Abbiamo riscritto la favola di Esopo in chiave moderna e poi nel vostro dialetto. Ve lo ricordate? L’abbiamo fatto all’inizio. Vi ho fatto scoprire Tommaso Fiore, questo emerito sconosciuto a cui è dedicata la vostra scuola, vi ho fatto scoprire Tim Burton e visto insieme i suoi film più belli, abbiamo letto Jimmy della collina, un romanzo per ragazzi e vi è pure piaciuto. Ne abbiamo parlato tanto, sviscerandolo in ogni aspetto. Dovreste conoscerlo a memoria. E lo so che vi avevo promesso che avremmo visto il film alla fine ma, ho cercato di spiegarlo a quelli di voi più maturi, dopo averlo visto a casa (di solito me li guardo i film prima di proporveli) ho capito che era impossibile farvelo vedere. Passi per le scene di sesso, ma il nudo integrale maschile proprio non potevo proporvelo. Mi è dispiaciuto perché sarebbe stato interessante portarvi a fare un confronto tra scrittura e visione, m anon potevo rischiare una denuncia.
Vi ho proposto brani e poesie che normalmente non entrano nei programmi scolastici. Abbiamo visto il film La scuola è finita e riflettuto insieme su cosa significa la scuola per noi. Abbiamo creato insieme gli haiku e poi abbiamo sperimentato il caviardage. E vi ricordate quando abbiamo messo in scena il matrimonio a sorpresa di Renzo e Lucia? Mi sono messa a disposizione per prepararvi ai compiti in classe e alle interrogazioni. Sì, di cose ne abbiamo fatte, vi ho fatto giocare e soprattutto mi sono messa in gioco, eppure ho la sensazione che avrei dovuto dedicarvi più tempo. Qualitativamente parlando.

Una relazione che crea dipendenza non è una buona relazione – scrive ancora la Melazzini. Questo vale nei rapporti di coppia, nell’amicizia, vale con le cose (il cellulare, la sigaretta, gli spinelli). Vale a maggior ragione nella relazione docente-alunno, dove io docente insegno perché tu possa diventare consapevole e autonomo. C’è stato questo nella nostra relazione? Non lo so. Ho provato a farvi capire che studiare, imparare a stare con gli altri, imparare a gestire le difficoltà è nel vostro interesse, e che questo vale indipendentemente dal docente che vi trovate di fronte. Ho provato anche  a farvi capire che ci sono diversi contesti e diversi modi di comportarsi per cui a scuola ci si comporta in un modo e a casa e per strada in un altro. E questo non significa affatto essere falsi, ma essere consapevoli. Ai compagni ci si rivolge in un modo, ai docenti in un altro. Ma si rimane se stessi. Che quella su Facebook è una vicevita (parafrasando Magrelli) ed è invece la vostra vita vera che dovete riempire di relazioni autentiche. Ho provato a incoraggiarvi, a dirvi che ce la potete fare se lo volete. Ma credo di aver raccolto pochi risultati sotto questo aspetto. Non sono nemmeno riuscita a farvi capire l’importanza di firmare prima con il nome e poi con il cognome, primo segno di una indipendenza dalla propria famiglia per affermare se stessi. Eppure ve l’ho ripetuto ogni giorno!

Altra caratteristica irrinunciabile in una relazione è la reciprocità. Questa è ancora più difficile anche perché, dice la Melazzini, la reciprocità va esplicitata.
Se non è reciproca una relazione non è “buona”
e reciproco vuol dire che io cresco se tu cresci.
“Qualunque relazione insegnante-alunno in cui l’insegnante non sia disposto ad accettare che lui impara dall’alunno quanto e forse più di quanto l’alunno non impari da lui, non è una buona relazione. In una relazione buona si cresce anche in termini di arricchimento emotivo. E tutto questo va esplicitato perché l’altro contraente del patto deve essere consapevole di quanto lui ti sta dando in questa relazione”.

Questa reciprocità c’è stata, io sono consapevole di quello che ho imparato da voi, soprattutto in termini di “arricchimento emotivo”, non sono però sicura di averlo esplicitato. Di avervi incoraggiato sufficientemente, di avervi mostrato gratitudine pure per quel poco di attenzione che mi davate e che mi gratificava. Certo non stiamo parlando di un contesto dove esplicitare sia facile. Voi non avete consapevolezza delle vostre emozioni, siete, come tutti gli adolescenti del mondo, pura emozione, ma emozione scomposta e incosciente. Emozione labile, evanescente. Emozione senza attenzione. Mi sarebbe piaciuto insegnarvi a essere consapevoli delle vostre emozioni per imparare a gestirle e soprattutto a non farle colonizzare dal mondo adulto per il quale voi siete solo un target. Il più ambito. Proprio perché le emozioni possono essere trasformate in impulsi ad acquistare.
È stato davvero poco il tempo perché potessimo anche solo provare ad affrontare questo argomento e vi lascio quindi vulnerabili così come vi ho incontrato.
Per questo vi chiedo scusa, a nome mio e di tutta la società degli adulti.

Lettera ai miei alunni/5

Nelle ultime settimane di scuola abbiamo sto vissuto insieme l’esperienza del caviardage. E vi ringrazio perché avete voluto provarci.
Inizialmente era solo una minoranza del gruppo a partecipare attivamente ma man mano che si spargeva la voce e il vostro entusiasmo si diffondeva siete diventati più numerosi.
E chissà se lo avete capito che trovare la poesia nascosta in una pagina di giornale o di libro scelto a caso è anche trovare la poesia nascosta dentro di voi.
Chissà se avvertite il senso liberatorio del cancellare tutte le parole che non servono. Voglio crederlo. Quante parole inutili intorno a noi, ma noi possiamo scegliercele, scegliere le più belle, quelle che parlano di noi e annerire tutte le altre. Ridurle come caviale, cavialeggiare, caviardage.
Eravate stupiti voi stessi del risultato finale. Avete esordito quasi tutti con “io non sono capace” ma era una difesa preventiva la vostra. Vi ho visto fare foto ai vostri capolavori, vi ho visto ricopiare sul telefonino le parole della vostra poesia, magari la manderete alla vostra ragazza prima ancora di pubblicarla in quello che è il vostro tempio: facebook.
Sono soddisfatta e orgogliosa quanto voi dei risultati ottenuti e ho cercato di incoraggiare ogni vostro piccolo passo verso la libertà di espressione. Chissà se lo avete colto questo incoraggiamento. Me la pongo sempre questa domanda “sono stata abbastanza incoraggiante?”, che non significa incoraggiare ogni vostro atteggiamento, ma quando fate quello sforzo in più, beh quello va incoraggiato perché possiate farne un altro e un altro ancora. Troppo facili siete ad arrendervi.
Non si è smentita quella classe che assomiglia sempre più al proprio docente. Chi si somiglia si piglia, si dice, e non è sempre vero. Ma nel vostro caso questa regola vale. Siete stati sempre fannulloni, ma ora siete diventati apatici, privi di stimoli e di orgoglio. Siete gli unici che non si sono fatti coinvolgere. Voi e solo voi, invece di restituirmi la poesia trovata, mi avete restituito l’ennesimo aeroplanino fatto con la carta dell’ennesima fotocopia sprecata. Che spreco la vostra adolescenza.
Nonostante le apparenze, io non sono persona da mollare l’osso facilmente, però con voi devo dire che mi sono arresa. Non avevo più le forze per combattere anche per voi. Ho ottenuto una “poesia” autenticamente sua da Giacomo, che ha un palmare al posto della mano e guarda tutti con aria di sufficienza, e me lo faccio bastare. Bisogna sapersi accontentare. Almeno noi adulti. Voi no, non dovreste accontentarvi mai.

 

La vicevita

Oggi ho iniziato e finito in treno un libro di Valerio Magrelli (e ringrazio la mia amica-collega Angela per avermelo prestato) dal titolo intrigante LA VICEVITA. Sottotitolo quanto mai esplicito: TRENI E VIAGGI IN TRENO.
In effetti Magrelli riesce a tracciare affreschi poetici raccontandoci aspetti del viaggio in treno che un po’ tutti noi pendolari abbiamo condiviso.
Ne propongo, senza altro aggiungere, alcuni stralci, liberamente scelti tra quelli che più mi sono piaciuti, tra le sensazioni in cui più mi sono identificata, tra le riflessioni che più mi hanno fatto pensare.

Chi sta in treno, è segno che vuole andare da qualche parte, e lo fa sempre e solo in vista di qualcos’altro. Il suo scopo, cioè risiede altrove […]
La nostra vita pullula di queste attività strumentali e vicarie, nel corso delle quali, più che vivere, aspettiamo di vivere, o per meglio dire, viviamo in attesa di altro. […] Sono i momenti in cui facciamo da veicolo a noi stessi. È ciò che chiamerei: la vicevita.

 ***

A quest’ora l’occhio
rientra in se stesso.
Il corpo vorrebbe chiudersi nel cervello
per dormire.
Tutte le membra rincasano:
è tardi. E queste ragazze
sul sedile del treno
reclinano col sono nella testa
stordite dal riposo.
Sono animali al pascolo.

***

Giocano a carte in treno (ragazzi e vecchi) o guardano fuori. Ma io in treno leggo, e leggo per narcotizzarmi, narcotizzando il viaggio: lettura come antidoto. Metto in stand-by le pulsioni, le paure, i desideri, conservando soltanto il funzionamento della mente. Si chiama paradiso: “Sono qui seduto e leggo un poeta. Nella sala ci sono molte persone ma non si fanno sentire. Sono dentro i libri. Qualche volta si muovono fra un foglio e l’altro, come uomini che si rivoltano nel sonno, fra un sogno e l’altro come si sta bene in mezzo agli uomini quando leggono. Perché non sono sempre così?”

 ***

Sbucano poco prima della partenza, rapidi e operosi. Sono il popolo dei Muti, svelti svelti, che appare d’improvviso, e semina nel treno spille o santini. Dura un istante, è un soffio, e mi ritrovo fra le mani questi poveri ninnoli, accompagnati da una spiegazione scritta. Ripasseranno fra poco, ma senza chiedere nulla. Se non hai accettato i loro doni, li riprendono quieti e se ne vanno, questi elfi ferroviari, invisibili come sono venuti.

***

A volte i suicidi bloccano un treno. […] così stiamo fermi da ore, immobilizzati, esposti a quell’intollerabile carico di pena che ha spinto qualcuno sotto le nostre ruote.
Io odio l’uomo che ha fermato il treno, e odio il treno che lo ha smembrato vivo, e odio il mio odio, e provo un’atroce vergogna per questi sentimenti. Eppure sento d’aver subìto un’aggressione. Qui non c’è il tronco gettato dai banditi di traverso, a sbarrare i binari; adesso, di traverso, sta solo un’immensa sofferenza, che appena i vagoni si fermano, ci dà l’assalto e ci svaligia tutti.
No, c’è una differenza tra i predoni e il suicida. Quelli ti attaccavano per portarti via i bagagli; questo, al contrario, ti obbliga ad accettarne un altro. Nulla si crea, e nulla si distrugge: il suo dolore non è affatto scomparso, ma è stato distribuito fra i presenti, benché in parti diseguali.
E quando si riparte, si pesa un po’ di più.

***

Pendolari, la mattina d’inverno. Alle otto arriva un treno strapieno di sospiri. Scendono, e lasciano uno scompartimento caldo, nutrito di fiato. Sembra l’interno di un materassino da spiaggia, gonfio d’alito umano. Loro si avviano, noi li sostituiamo, in un mesto commercio di respiri.

Nemmeno un temporale

È l’augurio che mi faccio per il 2012.
Perché di temporali nel 2011 ce ne sono stati parecchi. Certo il diluvio a Genova, a Messina, sulle Cinque terre, a dirci la pochezza umana davanti alla Natura, ma anche a dirci che ognuno nelle cose che fa, nel suo lavoro e nelle sue scelte di vita, deve metterci la coscienza. Altrimenti è il disastro. E poi i temporali delle rivoluzioni che hanno cambiato le coordinate di una parte di mondo.
Ma ci sono anche quei temporali passeggeri, quei lampietuoni che squarciano il cielo e che sembrano non dover finire mai. E poi finiscono. Quelle pioggerelline sottili e fastidiose, quel vento che piega gli ombrelli e si insinua nel bavero delle nostre certezze.
Insomma quelle piccole e grandi tempeste che attraversano la vita dei singoli.
L’ho visto così il mio 2011, burrascoso ma in sordina, con momenti di staticità e guizzi di follia, a guardare le gocce d’acqua riparata dai vetri.
È stato un anno in cui la paura per il futuro ha spesso avuto il sopravvento sulla consapevolezza del presente e ha preso la forma della paura di uscire di casa. Non voglio permettere che accada di nuovo.

Questi ultimi mesi sono stati particolarmente ricchi di stimoli e spunti, che sono diventati appunti sparuti e sparsi  ma non sono mai diventati post. Per mancanza di tempo, per pigrizia e forse per paura. Il mondo intorno  è cambiato velocemente: politica, economia, democrazia sono temi che mi interrogano e mi inquietano. Un turbine di domande e non ho risposte da mettere nero su bianco.
E poi la scoperta di blog molto più intelligenti come quello di Michela Murgia che in genere scrive dando corpo ai miei pensieri  e lo fa decisamente molto meglio di come potrei farlo io; e quello di un’amica ritrovata, Paola Natalicchio, che scrive il suo toccante resoconto dal regno di OP (Ospedale pediatrico) in cui è finita insieme al suo piccolo Angelo.
I miei appunti sparsi non sono diventati nemmeno nuove poesie, anche se quest’anno ha segnato la mia rinascita in poesia, non solo perché è stato ristampato Canto e disincanto con alcuni inediti che aggiungono tasselli di me a un libro che già mi rappresenta molto, ma perché grazie al confronto con altri e con altro sono uscita allo scoperto come persona poetica.
Un anno segnato dai ragazzi impossibili dell’IPSIAM, una supplenza che mi ha fortificato e mi ha anche liberato dal giogo della vita in ufficio, facendomi vivere una dimensione casalinga che forse non avevo mai sperimentato e “regalandomi” qualche chilo in più.
Un anno di rinunce (che vanno a braccetto con le paure) e di stareaguardare.
Un anno di ricuciture che il filo si vede sempre.
Un anno di presa di distanza e di confidenze.
Un anno di scritture: post (pochi), articoli locali, recensioni e interviste… tutto per compensare le stronzate che scrivo a pagamento e per evitare che mi inaridiscano.
Un anno di spazi ritagliati per l’arte e la bellezza.
Un anno di letture intense ma di poco cinema e poca musica (parola d’ordine: recuperare).
Un anno di solitudini, di piccole fughe, di condivisioni minime. Di sorellanze ritrovate e smarrite. Di amiche lontane più vicine di quelle vicine.
Un anno che ha segnato il ritorno nel mondo dell’editoria per farmi ricordare cosa significa avere a che fare con autori ed editori, tutti chiacchiereedistintivo.
Un anno segnato dalla carenza di ferro e da un nuovo rapporto col cibo che ha rafforzato la consapevolezza che è da qui che bisogna cominciare la rivoluzione.

Comunque sia un anno passato. E quello che verrà comincia col botto.
Una nuova supplenza e questa volta gioco fuori casa, sconvolgo la mia vita, le mie abitudini, i miei ritmi, provo a non mollare nulla ma a riconsiderare tutto. Niente più centrifugati di frutta, niente più tè delle cinque, niente più coccole ai gatti, niente più tempo. Ma colgo questa come una occasione, che nasce da un necessità, quella di non morire seduta su una sedia confrontandomi solo con lo schermo, quella di imparare (forse) finalmente un mestiere che pur non volendo sarà il mio, ma anche quella più prosaica di mettere qualche soldo da parte per affrontare meglio il futuro.
Sta la crisi, si sa. Oppure no? Che tipo di crisi è? non è una cosa da prendere alla leggera, certo, ma non riguarda solo l’economia, domestica o mondiale che sia. Riguarda il nostro stile di vita, il nostro rapporto col futuro. Ma sono scettica sulla possibilità di invertire la rotta, siamo troppo attaccati alle nostre ottuse certezze, ai nostri privilegi per cogliere le opportunità insite nel concetto stesso di “crisi”: cesura ma anche e soprattutto discernimento… Che bella parola.
Quello che auguro a tutti.

2012: nemmeno un temporale!

Per sempre ragazzo

Se devo pensare a un momento in cui ho smesso di essere giovane, in cui cioè ho smesso di credere che ci fossero, distinti, il Bene e il Male, che ci fosse, nascosta da qualche parte, la Giustizia, è stato un giorno preciso: il 20 luglio 2001. Dieci anni fa.

Me lo ricordo come se fosse ieri.
Io a Genova ci volevo andare. Per me era normale dopo tante marce per la pace, andare lì a dire come la pensavo, che mondo volevo. L’husband sapeva che qualcosa di brutto sarebbe successo. È andata a finire che ci siamo fermati un giorno di più in Svizzera e da lì abbiamo saputo subito quello che in Italia ancora non si sapeva.
Le immagini di quel ragazzo morto, lo schifo per quello che in Italia si diceva, la percezione che qualcosa si era rotto per sempre. Il senso di ingiustizia e di impotenza. Rabbia e dolore.
Quel ragazzo, Carlo Giuliani, per me è stato fin da subito il simbolo della giovinezza perduta. La sua soprattutto: 21 anni sono davvero troppo pochi per morire. Ma anche la mia, e quella di chi finora aveva pensato che si potesse cambiare il mondo.
Gli hanno dedicato libri e film in questi dieci anni. Ma soprattutto avrebbero dovuto dedicargli quella piazza. Piazza Alimonda doveva diventare “Piazza Carlo Giuliani, ragazzo”. Saremmo ancora in tempo, ma ho la sensazione che il Potere non lo permetterà.


È da poco uscito il libro Per sempre ragazzo (Marco Tropea Editore), con poesie e racconti a lui dedicati.
Per sempre ragazzo, già. Lui sì. Noi no.
Era solo un ragazzo di ventuno anni. Oggi è un simbolo, ma io avrei preferito che fosse diventato uomo. E anche sua madre Haidi, piccola grande donna.
Scrive Erri de Luca:

Lui non voleva un nome, quel mattino di luglio voleva andare al mare.

E così conclude:

Pensò al respiro di sua madre, il mare.
Poi scivolò sul fondo, senza peso di vita.
Dice il proverbio persiano: «Se vuoi farti un nome,viaggia o muori».
Dieci anni più tardi il suo nome viaggia
insieme alle onde che sono la maggioranza del mondo.

Un “ritratto” poetico. Ma la verità è, anche, un’altra. Molto meno poetica. Lo scrive Massimo Carlotto, nello stesso libro

Non ti possono cancellare dalla memoria di questo Paese ma sono convinti di modificarla, di addomesticarla. Si sbagliano, ma che fatica! Dieci anni a rintuzzare parola per parola.
Chi ti ha assassinato è una figura tragica. Una delle tante usa e getta di questa società che divora tutto e tutti. Ma quello che oggi faccio fatica a raccontarti è che i pretoriani e i loro capi hanno fatto carriera. Che le foto che li ritraggono vittoriosi, nelle loro buffe divise da guerrieri dei fumetti, resteranno appese alle pareti dei luoghi infami dove la memoria è solo vergogna.
Il fatto è che i politici che tramarono, ordinarono e depistarono sono sempre gli stessi e che l’uomo forte del governo, che agiva da generale dalla caserma dei carabinieri, oggi è diventato un indispensabile difensore della democrazia. Uno statista. No, Carlo caro, non sto scherzando. Siamo stati traditi da tutti coloro che hanno finto sdegno ma si sono ben guardati dall’imporre la commissione d’inchiesta su quanto accadde a Genova in quei giorni di luglio.

 

il paese delle donne

Sto leggendo due libri che si incastrano alla perfezione, e che mi porto appresso come un totem da un piano all’altro della casa.
Uno è  Nel paese delle donne di Gioconda Belli, un’autrice che ho amato moltissimo, il suo La donna abitata è uno di quei libri che mi ha cresciuto, come dico io. Rimpiango ancora di averlo perso durante uno dei traslochi. Me lo ricomprerò prima o poi ma non è la stessa cosa, lì c’erano le mie sottolineature e le mie glosse…
Che bello ritrovare questa autrice in un libro così pieno di poesia ma anche concreto e sovversivo. Un regalo dell’husband…
La cosa intrigante è che le vicende di Faguas – fantasioso paese dell’America Latina in cui le donne, stanche dei soprusi, della corruzione, del degrado morale e della sporcizia di un governo di uomini, prendono il potere e con la complicità di un vulcano che abbassa il livello di testosterone capovolgono la situazione, allontanando tutti gli uomini dagli incarichi pubblici per non subirne le pressioni e imparare a credere in se stesse – sono lo specchio di quello che avviene nella occidentale Italia, e penso non solo qui.

Era necessario smontare rimontare il puzzle dell’educazione dei figli, e cioè il problema più grosso per una donna emancipata che voglia essere madre ma anche professionista di successo. Farsi carico della casa e dell’ufficio è un peso gravoso. Quelle che se lo possono permettere spesso decidono di chiudere il diploma in un cassetto e fare le mamme a tempo pieno, ossessive e perfette. Era necessario mettere un punto fermo, pensare a qualcosa che ponesse fine allo spreco di talento legato alla casualità di nascere donna.

Non l’ho ancora finito perché, come succede per i libri che mi piacciono troppo, arrivata a metà ho cominciato a rallentarne la lettura per ritardarne le fine e quel senso di vuoto che ti lascia.
Anche per questo, per non finirlo troppo presto, ho cominciato a leggere un altro libro, da cui non mi aspettavo molto e che invece mi ha conquistata: 10 grandi donne dietro 10 grandi uomini. Dico subito che il titolo non è invitante e la copertina ancora meno. Però questa piccola casa editrice, Laurana, pubblica cose serie e questo libro lo è. Ti prende, in realtà sono 10 racconti che hanno protagoniste donne vere, viventi. E che sono grandi di per sé, non solo perché compagne di grandi uomini.
In questo mi riallaccio al libro di Gioconda Belli dove le donne per poter dimostrare, a se stesse prima di tutto, il proprio valore, devono mettere da parte gli uomini per un po’, provare a governare da sole, senza lo sguardo critico di chi il mestiere del potere lo esercita da sempre.
Le storie di Mina Welby, Anna Vespia, Rita Borsellino, Antonietta Vendola, Michelle Obama, Hilary Clinton, Harper Lee, Yoko Ono, Tahereh Saaedi Panahi, Pilar del Rio…  sono raccontate dal di dentro, a volte in prima persona. Toccano il cuore, stimolano il cervello. Isabella Marchiolo è brava, sa scrivere.  E mi ha fatto scoprire storie e donne che non conoscevo.

Entrambi i libri sono disseminati di perle di saggezza (e sono da me strasottolineati!) e mi sembrano che vadano nella stessa direzione. Le donne, il loro valore non è riconosciuto nella società in cui viviamo e “se non ora quando” non è solo uno slogan, è un grido di battaglia che deve coinvolgere tutti, uomini e donne.
Perché ritrovare l’equilibrio tra maschile e femminile per un mondo più giusto deve essere l’obiettivo di tutti. Forse sarebbe più facile se gli uomini si mettessero nei panni delle donne per 6 mesi, come accade nel paese delle donne immaginato da Gioconda Belli.
O forse basterebbe leggere insieme questi due libri. Chissà.