Archive for the ‘Dintorni’ Category

meditate, gente, meditate

Era lo slogan pubblicitario di una birra.
Capisco che possa sembrare strano sentir parlare di dieci giorni di meditazione.
Che avrò da meditare per tanto tempo? NON LO SO. Ma voglio scoprirlo.
Meditazione Vipassana , questo vado a fare, e “vipassana” significa una cosa bella, significa “vedere le cose in profondità, come realmente sono“.
Ecco è quello che vorrei provare a fare, anche se la cosa mi spaventa.
Non sono in fuga dal mondo, né da me stessa, non sono in crisi coniugale (le nostre non sono “vacanze separate” ma “vacanze diverse” su cui poi confronteremo, arricchendoci). Semplicemente sentivo l’esigenza di fare una esperienza forte e che questo era il momento per farla.
Ho prenotato il mio posto per questo corso addirittura a marzo, quando mi trovavo in un casino totale e il frastuono delle mie classi mi faceva vedere come desiderabile il silenzio assoluto. E c’era anche la necessità di avere tempo per pensare e pensarmi, e anche, perché no, di stare senza fare niente.
Avevo poi accantonato questo mio proposito, mi ero detta tanti “ma sì, ma dai”, tutto sommato ora avevo più tempo a disposizione e tante cose da fare…
Ecco, appunto,  ero sommersa di arretrati: lavoro, poesie da valutare, recensioni da fare, libri da leggere, scarabocchi che avrei voluto fare, roba da stirare, pulizie da fare, acquisti che continuavo a rimandare.
E poi sono andata in vacanza, finalmente. Una settimana di alta montagna, belle passeggiate, panorami mozzafiato, temperatura invidiabile, belle mangiate, il relax della sauna e dell’idromassaggio, la compagnia degli amici. Nessuna preoccupazione se non quella di segnalare con una crocetta quello che volevo per cena. Tutto bello, non tutto perfetto ma una bella vacanza con qualche imprevisto.
E poi si torna a casa.
Il giorno dopo, lunedì, ho ripreso a lavorare. A un certo punto guardandomi intorno mi sono resa conto che tutto il casino era ancora lì e che il mio livello di stress, dopo solo un giorno, era lo stesso di prima di partire. Anzi si sono aggiunte altre preoccupazioni e un ansia che non mi faceva dormire. Ho capito che non avrei mai trovato il tempo per mettere ordine a casa, per leggere tutti i libri che avrei voluto leggere, vedere tutti gli amici che avrei voluto vedere…insomma per togliermi gli arretrati di una vita. E di certo non avrei potuto farlo nelle mie due residue settimane di ferie. Avrei solo accumulato frustrazioni.
Così ho deciso, nel frattempo mi è arrivata la richiesta di conferma della mia partecipazione al corso. E ho risposto. Sventurata? No, penso di no.
Ho tanti dubbi e paure, e a un giorno dalla partenza anche la forte tentazione di tornare sui miei passi. Dieci giorni senza vedere le persone che amo, senza parlare con nessuno, senza poter leggere né scrivere… solo pensare a me e alla mia vita. Sì, mi  fa paura.
Ma qualcosa dentro di me mi dice che questa strana cosa mi farà bene. E voglio provarci.
So bene che quando tornerò ci saranno ad aspettarmi delle situazioni da risolvere, quelle che congelo per dieci giorni, insieme ai panni da stirare. Ma forse avrò l’energia necessaria per affrontarli.

per chi fosse incuriosito qua ci sono alcune informazioni di base sulla tecnica di VIPASSANA

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Sopravvivere, Resistere, Dissentire

Ho sentito per la prima volta Serge Latouche nel 1995, già allora scriveva che le sopravvivenze precapitalistiche non vanno considerate “ostacoli al progresso”, bensì “il fulcro della rigenerazione sociale” perché costituiscono “le basi per una soluzione alternativa ai flagelli provocati dall’imperialismo”. Già allora poneva all’attenzione il problema di come decolonizzare il nostro immaginario: “Il nemico non è soltanto rappresentato dagli altri. Il nemico siamo noi stessi, il nemico è nella nostra testa. Abbiamo tutti l’immaginario colonizzato. Abbiamo tutti la necessità di una catarsi”.

Risentirlo ieri a Locorotondo mi ha fatto una strana impressione, un po’ perché rispetto a 17 anni fa parla un bell’italiano arrotondato alla francese (all’epoca fu necessaria una traduttrice) un po’ perché quelli che erano concetti lontanissimi dal pensiero comune oggi fanno in un certo senso parte della nostra quotidianità.
Lo stesso Latouche era conosciuto solo dagli addetti ai lavori mentre oggi centinaia di persone si spostano per andarlo a sentire ogni volta che viene dalle nostre parti.
Concetti come “decrescita” o l’idea stessa della “crisi come possibilità per ripensarsi” nel 1995 non erano ipotizzabili. Venivamo fuori dagli anni Ottanta, Tangentopoli aveva spazzato via le balene bianche e i garofani rossi e il nuovo che avanza era già vecchio e aveva colonizzato il nostro immaginario in modo irrimediabile. Ma non lo sapevamo. È vero che Pasolini ci aveva ammonito che lo sviluppo senza progresso non ci avrebbe portato da nessuna parte. Ma lo abbiamo ammazzato e dimenticato. Un altro dei profeti sconfessati, per usare un titolo di un libro di Latouche che mi è caro.
Ieri Latouche ha detto che dobbiamo fare i conti con 3 dimensioni, tutte ugualmente importanti e da non sottovalutare (e ha fatto l’esempio dei lati di un triangolo): Sopravvivenza, Resistenza, Dissidenza. Ciascuna indispensabile e direi quasi propedeutica all’altra.
Ovviamente prima di tutto dobbiamo sopravvivere, altrimenti non sarebbe possibile nessuna resistenza o dissidenza.
Sopravvivere significa adattarsi al mondo, ma non significa che dobbiamo approvarlo né aiutarlo a funzionare, al di là del necessario. Si tratta di fare un compromesso con la realtà ma non una compromissione (l“etica del compromesso” di cui parlava Ricoeur). Dobbiamo accettare dei compromessi nel nostro vivere e agire quotidiano, ma senza accettare le compromissioni nel pensiero. E questa è la prima forma di resistenza. Resistere con tutte le forze al lavaggio del cervello che il pensiero unico fa attraverso i media.
Dobbiamo immaginare – dice sempre Latouche – di essere passeggeri di una magamacchina che corre ad altissima velocità e senza pilota. Resistere significa tentare di frenare, di cambiare la direzione. Oppure possiamo provare a saltare giù. E questa è la Dissidenza. Fermate il mondo, voglio scendere – mi verrebbe da dire…
Latouche precisa che: “il territorio e il senso del limite sono molto importanti perché il patrimonio locale è la base della sopravvivenza, della resistenza e della dissidenza, così come è la sorgente del senso del limite. […] Se a breve termine la strategia della sopravvivenza è la più importante, a termine medio, lo sarà la strategia della resistenza e, a lungo termine, quella della dissidenza.”

Dice ancora Latouche che dobbiamo sostituire all’ossimoro “sviluppo sostenibile” un altro binomio che sembra un ossimoro ma non lo è: “abbondanza frugale”. Bellissimo questo accostamento. Significa crescere ma crescere tutti, crescere in modo sano. Non significa affatto tornare indietro ma inventare un nuovo futuro. E fin qui ci siamo.
L’economista filosofo francese ha anche parlato di “riusabilità” e della necessità di tornare ad aggiustare gli oggetti che si rompono invece che correre ad acquistarne di nuovi e alimentare così la nostra “tossicodipendenza dai consumi”. E in quest’ottica invitava a recuperare le piccole tradizioni contadine e l’artigianato locale.

Io che ho bisogno di dare forma concreta ai pensieri, ho bisogno di farmi degli esempi, di dare una pennellata di colore realistico alle foto color seppia ho pensato alla Stanza dello Scirocco, una piccolissima bottega artigianale su via Porto, nel centro storico di Monopoli, dove una giovane artista crea con il legno oggetti che sembrano venire dal passato e invece, direbbe Latouche, vanno verso il futuro.
Ogni volta che ci passo davanti vorrei avere qualche scusa per entrare nel negozietto e farmi incantare da angeli, pesci, gufi, passerotti, gabbiani che fanno capolino dai vetri appannati dal freddo di questi giorni e sembrano aspettare anche loro la maledetta primavera. Chissà, mi chiedo, se saremo di nuovo capaci di dare il giusto valore alle mani che creano.
Certo ha ragione Latouche a dire che bisognerebbe provare ad aggiustare le cose prima di buttarle via. Tra l’altro i computer e i telefonini che buttiamo vanno a inquinare le coste del Ghana e della Costa d’Avorio…
Però nessuno  aggiusta nulla, non conviene dicono, e non lo sanno più fare. Mi fa sorridere pensare a un elettricista cui mi sono rivolta, anni fa, perché riparasse uno dei fuochi del mio piano cottura. Mi ha detto che facevo prima a buttarlo e a comprarlo nuovo. Ma quello era nuovo. Garanzia appena scaduta ma nuovo. Io mi ero da pochissimo trasferita nel centro storico di Monopoli e non conoscevo nessuno, così mi sono tenuta il mio piano cottura e sono 9 anni che cucino tranquillamente con tre fuochi. Alla faccia della “obsolescenza programmata”.§
Qualche mese fa si è rotto l’interruttore della cappa e per combinazione mi sono rivolta allo stesso elettricista. Non ci potevo credere quando mi ha detto che sarebbe stato difficilissimo trovare il pezzo di ricambio e che dovevo cambiare la cappa.
È andata a finire che ho trovato il pezzo su internet e l’ho ordinato direttamente in azienda. Dopo 4 giorni il pezzo di ricambio era a casa: 10 euro + 15 euro la spedizione.
Decisamente l’elettricista in questione non ha mai letto Latouche e non sa che  “fare meglio con meno” è la parola d’ordine della decrescita (felice e serena).

Per chi voglia approfondire si legga il manifesto della decrescita.

La solita vita

La più bella vita è la “solita vita”
Questa massima – che rubo a una mia amica e che lei a sua volta ha rubato a suo padre – mi ha accompagnato come un mantra in questi primi due giorni della settimana.
Giorni di gelo, di ritardi, di coincidenze perdute, di nuovi riti a cui abbarbicarsi, di sconforto, di inutilità (plurale), di ottusità (sempre al plurale), di insonnie, di nostalgie (pantaloni di pile e tè caldo zavorrato di miele, biscotti da fare, coccole da rimandare…)

Pensavo stamattina che in fondo quel “mezzo centimetro di felicità” che manca sempre e che a volte diventa un chilometro (L’uomo flessibile, Carlo Fava: da sentire) sta tutto nelle piccole cose che facciamo ogni giorno.
Sarà banale, e lo è, ma ce ne accorgiamo sempre tardi.
Ora che  passo un terzo della mia giornata a correre tra un treno e l’altro, tra un’aula e l’altra, tra laboratorio multimediale e sala docenti senza stare in uno stesso luogo per più di un’ora, a inseguire gli alunni perché firmino il registro attestando la loro e la mia presenza… penso a tutto il tempo che ho perso e a quello che sto perdendo per inseguire qualcosa che non voglio davvero. Ma bisogna fare i conti, letteralmente, con le necessità materiali.
Ho nostalgia persino delle paure, sono così di compagnia e mi rassicurano perché in fondo sono sempre quelle.
Mi ritrovo, io che ho sempre vissuto facendo progetti, ad avere la necessità di rimodulare i miei orizzonti, accorciarli e di parecchio. Non potrei farcela, mi dico, se pensassi che vivrò in questo modo fino a giugno. All’inizio ho provato a pensarmi mese per mese, poi settimana per settimana. Oggi non posso pensarmi fra 3 giorni, il mio orizzonte, il mio spazio progettuale si è ridotto a 2 giorni. Di più mi si apre un baratro di sconforto.
Apro parentesi – È soprattutto il gelo a spaventarmi, in questo che si sta rivelando l’inverno più freddo degli ultimi 27 anni in Puglia. Se non è sfiga questa come la vogliamo chiamare? E nei prossimi giorni e settimane ci aspetta la neve. – Chiudo parentesi.
Rimangono i miei sogni, potrei chiamarli “estivi”, e senza quelli forse non avrei la forza di alzarmi dal letto al mattino e men che mai di uscire di casa sapendo quello che mi aspetta fuori.
Cerco di concentrarmi su questi sogni nei momenti  di sconforto ma mi sembrano così lontani… Persino la primavera mi chiedo se esista davvero.

Sogno numero 1: tre giorni a Barcellona, prima possibile, giugno verosimilmente, a scuola finita. E ogni lunedì mattina mi incoraggio al grido di “Gaudì aspettami!”
Sogno numero 2: la Grande Braderie a Lille il 1 settembre. E, magari, un giretto in Borgogna tanto per gradire (e per accontentare l’husband perché io andrei nei Paesi Bassi).
Il Sogno numero 3 è in via di definizione perché si è materializzato recentissimamente. Per la prima volta ho preso in considerazione l’idea di fare un corso di meditazione vipassana. Finora non mi ha mai attirato: 10 giorni di silenzio, senza nemmeno un pezzetto di carta su cui annotare qualcosa o un libro da leggere non mi sembravano il massimo del godimento.
Ma in questo momento mi sembra una cosa non solo fattibile ma auspicabile. Forse necessaria per liberarmi della zavorra delle mie paure, dei miei sogni ricorrenti, e magari anche del prurito psicosomatico che si è ripresentato dopo anni di assenza.
Ho bisogno di ritrovare il punto di inizio. Capire perché ogni qualvolta il mio mondo viene terremotato, dalla terra vengono fuori zolle dell’era paleolitica.
Il punto dolente non può essere sempre e solo quello. Io lo conosco bene il mio nervo scoperto, quel momento di rottura che ha segnato la mia vita, come vivere al di là di una faglia: sotto solo roccia e dall’altra parte tutto il resto.
Né qui né altrove: un bel titolo per un libro inutile (letto negli ultimi 2 giorni). La conclusione di questo post.

Alla fine mi sono persa anche qui. Volevo solo dire con questo post che a volte è quello che abbiamo che dobbiamo valorizzare. Ma anche che a volte succede qualcosa che scombussola il nostro giardino zen, vero o presunto, è che quella è l’occasione da prendere al volo per cambiare forma al nostro giardino e renderlo più simile a noi.
E lo dedico a una amica che in questi giorni è un po’ turbata.

Lo so che dovrei raccontare della mia esperienza a scuola. Non è il momento. Non ancora.

Nave senza nocchiero

Non sono la prima né l’ultima a vedere nel tragico affondamento della nave Concordia una triste metafora del nostro Paese.
A me sono venuti subito in mente alcuni famosi versi danteschi (Canto VI del Purgatorio)

Ahi serva Italia, di dolore ostello,
nave sanza nocchiere in gran tempesta,
non donna di province, ma bordello!

Una nave senza nocchiero o con un nocchiero pusillanime, che nega l’evidenza fino alla fine. Un nocchiero che non è capace di prendersi le responsabilità del proprio ruolo.
Quello che scrivevo nel post precedente si è rivelato in tutta la sua drammaticità. Ognuno nelle cose che fa, nel suo lavoro e nelle sue scelte di vita – auspicavo – deve metterci la coscienza.
Dal macchinista dei treni a chi ripara i marciapiedi, da chi costruisce le case a chi opera in ospedale, da chi pulisce le strade a chi guida una nave.
L’Italia e il mondo intero sono come quella nave che va avanti a oltranza, continuando a bere, mangiare e ballare fino a che uno scoglio interrompe, in modo tragico, la navigazione.
Sarebbe bastato invertire la rotta, fermarsi un attimo prima. Anche fuori di metafora il messaggio è lo stesso: invertire la rotta. Cambiare pagina e abitudini, smetterla di consumare le risorse prima che queste finiscano.

Ieri a Monopoli, la mia città adottiva (non so se io ho adottato lei o viceversa) si è svolta una manifestazione regionale per protestare contro le trivellazioni delle nostre coste alla ricerca di petrolio.
Un corteo colorato che al grido di NO PETROLIO vuole impedire alla Northern Petroleum di distruggere le nostre coste. La manifestazione, come tutte le manifestazioni popolari, ha avuti luci e ombre, però nessuno può più far finta di non saperne niente e anche a livello politico, vista anche la massiccia presenza di politici di ogni schieramento (ma dov’erano prima, quando quei permessi sono stati firmati?) ora dovranno perlomeno ascoltarci.
Vista dall’interno la manifestazione ha un sapore diverso, quello delle persone che ci hanno creduto e che si sono impegnate perché riuscisse.
Alla fine, di ogni cosa si può dire che “lascia il tempo che trova” ma se tutti ragionassimo così nulla mai cambierebbe.
Due riflessioni a margine del corteo. 1) passando davanti alle associazioni di pescatori mi ha colpito (ma non stupito) che proprio loro che avrebbero più da perdere, proprio loro che nel mare ci vivono e del mare vivono fossero sulla soglia a guardare il corteo, le facce impenetrabili di chi ha ben altri problemi e guarda a queste manifestazioni come a delle ragazzate. Davvero inquietante. 2) mi chiedo quante delle persone che hanno partecipato al corteo siano consapevoli di una cosa: NO PETROLIO significa anche lasciare la macchina a casa se puoi fare il tragitto a piedi. Significa prendere il treno, andare in bici, camminare… ma non solo. Significa cambiare il proprio stile di vita. Significa anche imparare ad apprezzare quello che abbiamo. Significa anche fare piccoli passi, ma farli. Possibilmente nella direzione giusta.
E qui ritorniamo alla nave senza nocchiero e alla necessità di cambiare comandante e invertire la rotta.

La linea d’ombra

Nemmeno un temporale

È l’augurio che mi faccio per il 2012.
Perché di temporali nel 2011 ce ne sono stati parecchi. Certo il diluvio a Genova, a Messina, sulle Cinque terre, a dirci la pochezza umana davanti alla Natura, ma anche a dirci che ognuno nelle cose che fa, nel suo lavoro e nelle sue scelte di vita, deve metterci la coscienza. Altrimenti è il disastro. E poi i temporali delle rivoluzioni che hanno cambiato le coordinate di una parte di mondo.
Ma ci sono anche quei temporali passeggeri, quei lampietuoni che squarciano il cielo e che sembrano non dover finire mai. E poi finiscono. Quelle pioggerelline sottili e fastidiose, quel vento che piega gli ombrelli e si insinua nel bavero delle nostre certezze.
Insomma quelle piccole e grandi tempeste che attraversano la vita dei singoli.
L’ho visto così il mio 2011, burrascoso ma in sordina, con momenti di staticità e guizzi di follia, a guardare le gocce d’acqua riparata dai vetri.
È stato un anno in cui la paura per il futuro ha spesso avuto il sopravvento sulla consapevolezza del presente e ha preso la forma della paura di uscire di casa. Non voglio permettere che accada di nuovo.

Questi ultimi mesi sono stati particolarmente ricchi di stimoli e spunti, che sono diventati appunti sparuti e sparsi  ma non sono mai diventati post. Per mancanza di tempo, per pigrizia e forse per paura. Il mondo intorno  è cambiato velocemente: politica, economia, democrazia sono temi che mi interrogano e mi inquietano. Un turbine di domande e non ho risposte da mettere nero su bianco.
E poi la scoperta di blog molto più intelligenti come quello di Michela Murgia che in genere scrive dando corpo ai miei pensieri  e lo fa decisamente molto meglio di come potrei farlo io; e quello di un’amica ritrovata, Paola Natalicchio, che scrive il suo toccante resoconto dal regno di OP (Ospedale pediatrico) in cui è finita insieme al suo piccolo Angelo.
I miei appunti sparsi non sono diventati nemmeno nuove poesie, anche se quest’anno ha segnato la mia rinascita in poesia, non solo perché è stato ristampato Canto e disincanto con alcuni inediti che aggiungono tasselli di me a un libro che già mi rappresenta molto, ma perché grazie al confronto con altri e con altro sono uscita allo scoperto come persona poetica.
Un anno segnato dai ragazzi impossibili dell’IPSIAM, una supplenza che mi ha fortificato e mi ha anche liberato dal giogo della vita in ufficio, facendomi vivere una dimensione casalinga che forse non avevo mai sperimentato e “regalandomi” qualche chilo in più.
Un anno di rinunce (che vanno a braccetto con le paure) e di stareaguardare.
Un anno di ricuciture che il filo si vede sempre.
Un anno di presa di distanza e di confidenze.
Un anno di scritture: post (pochi), articoli locali, recensioni e interviste… tutto per compensare le stronzate che scrivo a pagamento e per evitare che mi inaridiscano.
Un anno di spazi ritagliati per l’arte e la bellezza.
Un anno di letture intense ma di poco cinema e poca musica (parola d’ordine: recuperare).
Un anno di solitudini, di piccole fughe, di condivisioni minime. Di sorellanze ritrovate e smarrite. Di amiche lontane più vicine di quelle vicine.
Un anno che ha segnato il ritorno nel mondo dell’editoria per farmi ricordare cosa significa avere a che fare con autori ed editori, tutti chiacchiereedistintivo.
Un anno segnato dalla carenza di ferro e da un nuovo rapporto col cibo che ha rafforzato la consapevolezza che è da qui che bisogna cominciare la rivoluzione.

Comunque sia un anno passato. E quello che verrà comincia col botto.
Una nuova supplenza e questa volta gioco fuori casa, sconvolgo la mia vita, le mie abitudini, i miei ritmi, provo a non mollare nulla ma a riconsiderare tutto. Niente più centrifugati di frutta, niente più tè delle cinque, niente più coccole ai gatti, niente più tempo. Ma colgo questa come una occasione, che nasce da un necessità, quella di non morire seduta su una sedia confrontandomi solo con lo schermo, quella di imparare (forse) finalmente un mestiere che pur non volendo sarà il mio, ma anche quella più prosaica di mettere qualche soldo da parte per affrontare meglio il futuro.
Sta la crisi, si sa. Oppure no? Che tipo di crisi è? non è una cosa da prendere alla leggera, certo, ma non riguarda solo l’economia, domestica o mondiale che sia. Riguarda il nostro stile di vita, il nostro rapporto col futuro. Ma sono scettica sulla possibilità di invertire la rotta, siamo troppo attaccati alle nostre ottuse certezze, ai nostri privilegi per cogliere le opportunità insite nel concetto stesso di “crisi”: cesura ma anche e soprattutto discernimento… Che bella parola.
Quello che auguro a tutti.

2012: nemmeno un temporale!

Asinità

Per Giordano Bruno l’asinità è la santa ignoranza, una condizione cui l’uomo deve aspirare.
La santa ignoranza è l’innocenza dei bambini, degli animali, degli stranieri, di chi si trova nella condizione di nudità, di chi sa di non sapere e per questo è più umile, forse più autentico.
Tutto questo per introdurre una mia recente esperienza di “asinità”.
Nel fine settimana ho partecipato a una specie di stage curato dall’ASINITAS, una onlus che si occupa di educazione e intervento sociale rivolto a minori e adulti, italiani e stranieri.
A ottobre io e l’husband siamo stati a trovarli a Roma e abbiamo preso parte a una lezione. Ci siamo così resi conto concretamente di cosa vuol dire insegnare l’italiano ad adulti stranieri, partendo dalle intuizioni della Montessori.

Prima di allora li conoscevo solo di nome e per aver realizzato un bellissimo film che forse non tutti hanno visto e che consiglio assolutamente di vedere: Come un uomo sulla terra.

Questa volta sono venuti loro qui, per provare a far capire a un gruppo di volontari come si può insegnare, rivoluzionando tutto e mettendo in discussione tutto. A partire da noi stessi.
È stata una esperienza forte di condivisione, di coinvolgimento, di messa in discussione e di messa in gioco… come non ne facevo da tempo.
Ho scoperto nuove cose su di me, ma anche sull’husband, perché vedersi in un contesto diverso fa scoprire l’altro sotto una luce nuova.
Mi sono accorta che è passato troppo tempo dall’ultima volta che mi sono messa in gioco veramente e che comunque non sono più abituata a tirar fuori parti di me.
Quasi non mi rendo più conto di come non sono più me stessa perché è più il tempo in cui fingo (meglio nascondo) di quello in cui sono io. Non mi riconosco. Non mi ritrovo autentica.
E quando mi è stato chiesto di scrivere quello che io so di me, non ho tirato fuori quasi niente… Non perché non avessi niente da dire ma perché non ho ritenuto importante tirar fuori la parte più vera di me, lasciando trapelare solo la superficie, l’ involucro, la buccia. E così faccio sempre. Ecco io ho sperimentato, in questo senso personalissimo, l’asinità, l’ignoranza di me, il non sapere chi sono. O meglio il non sapere/volere comunicarlo. Che poi è la stessa cosa. E questa dicotomia che mi ha sempre caratterizzato, a partire dalla bambina timidissima che ero, è accentuata nel contesto in cui vivo da quasi dieci anni, non solo in ufficio per intenderci, perché per far capire chi sono dovrei partire da troppo lontano e allora spesso ci rinuncio, è meno faticoso. Chi ha conosciuto i miei nonni e la villa delle mie estati, chi ha conosciuto le mie zie, don tonino, gianni e tutto quello che hanno significato per me; chi conosce le mie sorelle, le cugine e i cugini con cui sono cresciuta, la campagna vicino al passaggio a livello, le torte di terra e le lumache da far scappare, chi conosce la mia storia con michele aldilà del suo tragico epilogo, le mie amiche del cuore, i miei amici di comitiva, tutti i volti che ho incontrato nei pellegrinaggi, tutti i sogni e le delusioni, tutte le esperienze che mi hanno fatto diventare quella che sono; chi sa com’ero prima di approdare qui…
Chi sa non c’è e chi c’è non sa.
Troppo faticoso, più facile ricominciare daccapo, lasciarsi tutto alle spalle.

La vita che conta è quella che non puoi raccontare.
I buchi neri che siamo.
Tutto quello che sto dichiarando qui,
che stiamo scrivendo,
chissà cos’è e chissà a chi appartiene.
Lasciamo sempre delle tracce residuali.

…leggo sul bel sito dell’asinitas (una citazione da Carmelo Bene) ed è l’attacco del loro manifesto. Mi ci ritrovo.

Certo non posso assolutamente paragonare i 70 km che mi separano dalla mia città natia dalle migliaia di km, e non solo quelli, che separano chi è fuggito dalla propria terra per trovarsi in un mondo completamente diverso.
Ma ho imparato tanto in questo fine settimana. Ho imparato che non so.
Ed è stato così intenso che, poi, finito, tutto, e ripartiti Marco, Chiara e Fiorenza mi è venuta una piccola febbre.
Meglio così, perché ritornare subito in ufficio sarebbe stato troppo schizofrenico, con ancora le parole, le voci, le emozioni tattili di quei due giorni.

E ci sarebbe una poesia che ho scritto tempo fa che mi sembra perfetta:

Non sono diventata
mai niente
di quello che ho imparato.
Non ho visto niente
di quello che ho guardato.
E tutte le parole che ho letto
sono scivolate dagli occhi
lasciandoli
Senza incanto.

Non di solo facebook…

Ha tutte le apparenze di un blog, lo ammetto, ma in verità è una lima nascosta in un’arancia e che permette l’evasione.
Dalla prigione della quotidianità, dal non-pensiero dominante, dal mondo “usa e getta” e “copia e incolla”.
Non significa desiderare un’altra vita ma voler vivere meglio la mia e condividerla con gli altri.
Dire chi sono, cosa penso. Agli amici ma anche a sconosciuti che qui possano ritrovarsi.
Mi sono resa conto che rinunciare al mio blog ha significato rinunciare a una piccola parte di me e invece è così importante avere uno spazio di riflessione personale e di condivisione con gli altri. Condivisione di pensieri non di slogan.
E da quando ho manifestato questa idea di “riaprire” il blog molte amiche e amici hanno approvato questa scelta e soprattutto hanno espresso un intento simile.
Segno che c’è ancora voglia di combattere e che facebook non basta più, non può bastare.
Riprendiamo a ragionare senza slogan, a postare contenuti originali e selezionati da noi in base ai nostri interessi. Non solo a “condividere” gli altrui pensieri.

Riprendiamoci i nostri blog!
ecco pronto uno slogan efficace. 🙂
Oppure:

Un mondo senza facebook è possibile!
 

E così eccoci qui.
A dire la verità non ho ancora le idee perfettamente chiare su cosa voglio che diventi questo blog.
Sicuramente quello che avevo prima non mi assomigliava più.
Vorrei che attraverso questo blog ci si potesse fare un’idea di me magari diversa da quella che appare. Io stessa non sempre so quel che faccio o quel che valgo e magari mi farò un’idea diversa di me. Perché, nonostante i miei 41 anni suonati (da chi?), io sono ancora in costruzione. Under construction, come si dice.
Vorrei che diventasse un raccoglitore dei miei interessi e un recettore di opinioni altrui. Ma le idee verranno strada facendo. O meglio le idee ci sono ma non ho ancora capito come realizzarle su questa nuova piattaforma.
Anzi se avete suggerimenti sono ben accetti. Intanto fatevi un giro tra i link che vi consiglio (ne mancano ancora molti) e cominciate a commentare.
Ah, vi raccomando di postare solo commenti pertinenti al post in questione. Ci tengo molto.
I commenti personali, gli inviti a cena e gli appuntamenti lasciamoli su feisbuuk.
Uh, lo so, sembro una maestrina… ma fatemi fare la parte 🙂
Buon blog a tutti!