Lettera ai miei alunni/5

Nelle ultime settimane di scuola abbiamo sto vissuto insieme l’esperienza del caviardage. E vi ringrazio perché avete voluto provarci.
Inizialmente era solo una minoranza del gruppo a partecipare attivamente ma man mano che si spargeva la voce e il vostro entusiasmo si diffondeva siete diventati più numerosi.
E chissà se lo avete capito che trovare la poesia nascosta in una pagina di giornale o di libro scelto a caso è anche trovare la poesia nascosta dentro di voi.
Chissà se avvertite il senso liberatorio del cancellare tutte le parole che non servono. Voglio crederlo. Quante parole inutili intorno a noi, ma noi possiamo scegliercele, scegliere le più belle, quelle che parlano di noi e annerire tutte le altre. Ridurle come caviale, cavialeggiare, caviardage.
Eravate stupiti voi stessi del risultato finale. Avete esordito quasi tutti con “io non sono capace” ma era una difesa preventiva la vostra. Vi ho visto fare foto ai vostri capolavori, vi ho visto ricopiare sul telefonino le parole della vostra poesia, magari la manderete alla vostra ragazza prima ancora di pubblicarla in quello che è il vostro tempio: facebook.
Sono soddisfatta e orgogliosa quanto voi dei risultati ottenuti e ho cercato di incoraggiare ogni vostro piccolo passo verso la libertà di espressione. Chissà se lo avete colto questo incoraggiamento. Me la pongo sempre questa domanda “sono stata abbastanza incoraggiante?”, che non significa incoraggiare ogni vostro atteggiamento, ma quando fate quello sforzo in più, beh quello va incoraggiato perché possiate farne un altro e un altro ancora. Troppo facili siete ad arrendervi.
Non si è smentita quella classe che assomiglia sempre più al proprio docente. Chi si somiglia si piglia, si dice, e non è sempre vero. Ma nel vostro caso questa regola vale. Siete stati sempre fannulloni, ma ora siete diventati apatici, privi di stimoli e di orgoglio. Siete gli unici che non si sono fatti coinvolgere. Voi e solo voi, invece di restituirmi la poesia trovata, mi avete restituito l’ennesimo aeroplanino fatto con la carta dell’ennesima fotocopia sprecata. Che spreco la vostra adolescenza.
Nonostante le apparenze, io non sono persona da mollare l’osso facilmente, però con voi devo dire che mi sono arresa. Non avevo più le forze per combattere anche per voi. Ho ottenuto una “poesia” autenticamente sua da Giacomo, che ha un palmare al posto della mano e guarda tutti con aria di sufficienza, e me lo faccio bastare. Bisogna sapersi accontentare. Almeno noi adulti. Voi no, non dovreste accontentarvi mai.

 

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