Lettera ai miei alunni/1

In questi mesi intensi non ho aggiornato il blog ma questo non vuol dire che non abbia scritto. in particolare, da aprile, ho cominciato a scrivere una lettera immaginaria ai miei alunni per fissare alcune emozioni e lasciare delle tracce. Mi ha aiutato molto la lettura di un libro meraviglioso: Insegnare al principe di Danimarca (di Carla Melazzini, Sellerio editore). Ho deciso di pubblicare le mie personalisisme riflessioni sulla scuola nel mio blog, perché quale luogo migliore per condividerle con chi ha voglia di leggermi. Ho suddiviso la lettera in sequenze e ne pubblicherò una al giorno in attesa degli scrutini di mercoledì.

Ho deciso di scrivervi questa lettera che probabilmente non leggerete mai, che forse capirete poco e, chissà, magari nemmeno condividerete, per dirvi grazie per tutto quello che mi avete insegnato. E per chiedervi scusa di quello che non vi ho dato.
A parlare di noi ci sono le relazioni ufficiali che  stilerò alla fine di tutto , ma quelle sono solo chiacchiere burocratiche, la verità, e nemmeno tutta, la conosciamo solo io e voi.

Non è stata una esperienza facile per me. E ancora oggi non so dirvi se alla fine è stata positiva o negativa. Certo al momento in cui comincio a scrivervi mi sembra una occasione mancata, una opportunità sprecata. L’ennesima per me, forse la prima di tante per voi.
Quante volte ho pensato nelle prime settimane, nei primi mesi, di mollare tutto, troppo faticoso, troppo inutile.
Succede a volte che progetti belli sulla carta debbano fare i conti con realtà diverse da quelle immaginate a tavolino e bisognerebbe sempre conservarsi un margine di manovra per poter virare e dare una impronta personale, senza deviare dal percorso.

Siamo bufali non locomotive e il bello del bufalo è che “può scartare di lato”. Ma già a questo punto state cominciando a pensare che sono fuori di testa. Che c’entrano i bufali. E sì, mi dimentico che per voi la mia musica è un qualcosa di antico, di lontano, come per me  la vostra.

Mi è capitato l’anno scorso, in un’altra scuola, un professionale, una pagina di un libro di storia che per aiutare gli studenti a comprendere la grandezza di un personaggio come Lord Byron lo paragonava a John Lennon, dedicando al leader dei Beatles un riquadro con tanto di foto e biografia. Che bello questo libro  pensai, ai miei tempi non si sarebbero sognati di farlo. Salvo poi rendermi conto  che per i ragazzi i Beatles sono roba da antiquariato e nessun fascino esercitava su di loro la storia di quel cantante e personaggio tanto amato. Dalla mia generazione e da quella precedente. Non dalla loro. Ed è questo il punto. Quel libro che voleva essere moderno era già vecchio. Era nato vecchio.

Ma non posso pretendere che vi appassionate alla mia musica se prima io non mi appassiono alla vostra. Fino ai 99 posse, fabri fibra (che vi piace così tanto) vi seguo, ma voi siete oltre e la mia agenda si è riempita di nomi di cantanti e titoli di canzoni che mi avete segnalato. Non le ho ascoltate tutte, lo confesso, e ve ne chiedo scusa. A volte è più facile rifugiarsi in quel che è noto piuttosto che esplorare nuovi mondi. E voi lo sapete bene.

Il discorso della musica, la vostra e la mia, mi fornisce un aggancio per parlare dei programmi scolastici. Ho in mente le vostre facce durante certe letture dei promessi sposi, e poi le novelle di Pirandello, Montale e il suo meriggiare pallido e assorto che a voi non dice assolutamente niente. Peccato, perché anche se sono storie vecchie hanno ancora molto da dirci, ma occorrono gli strumenti per decodificarli e voi non li avete. Per colpa nostra.

Sapete, i programmi scolastici, i libri scolastici vengono pensati per voi da professoroni universitari, bravi  e competenti certo ma con una caratteristica che li accumuna. Sono certa che tutti o quasi abbiano frequentato il liceo classico, magari qualcuno lo scientifico, e poi ovviamente l’università se no non sarebbero diventati i  professoroni che sono.
E quando pensano un libro per gli studenti hanno in realtà sempre in mente lo studente che sono stati, il loro prototipo di scuola è il liceo e anche quando pensano ai libri per gli istituti tecnici e professionali pensano  a un libro per il liceo, solo più semplificato.

Ma voi non siete ragazzi semplici, voi semplicemente non siete ragazzi di liceo, le vostre storie, le vostre aspirazioni, le vostre potenzialità sono diverse. Sono pochi quelli di voi che proseguiranno gli studi e pochissimi quelli che prenderanno la via delle Lettere appassionandosi a dante-leopardi-manzoni e compagnia bella. E se invece riuscissimo ad appassionarvi alla lettura già dalla scuola superiore proponendovi testi e autori che possano realmente dialogare con voi, chissà  forse le percentuali di iscrizione all’università aumenterebbero.

Non che io sia convinta sia così importante andare a l’università, anzi, ma non trovo giusto che vi si precluda a priori questa opportunità solo perché venite visti come surrogati degli studenti di liceo, come studenti di serie B diciamolo. Eppure siete la maggioranza degli studenti. Il 70% della popolazione studentesca in Italia frequenta questo tipo di scuola, solo il 30% va al liceo. Eppure il mondo apparterrà a voi e non a loro. Anche se non è più vero neanche questo (e non so se lo è mai stato) perché il mondo è in mano a gruppi di potere che di noi se ne fregano. E almeno voi studenti di oggi non avete l’illusione che avevamo noi. Me lo ricordo ancora molto bene il preside del mio liceo che ci invitava a comportarci dignitosamente perché “voi sarete la classe dirigente del domani”.
A pensarci, oggi, sono indecisa se ridere o piangere. Tornando a voi. Ve lo devo proprio dire. Voi siete i primi a consideravi studenti di serie B. Avete rinunciato a ogni ambizione in cambio della comodità. Vero Mario, vero Francesco? Mario tu verrai bocciato quest’anno, è stato già deciso, e io non posso fare per te quello che tu stesso non vuoi fare. Non si direbbe ma sei un ragazzo sensibile però non ti piace proprio questa scuola, tu volevi fare la scuola di grafica ma era troppo lontana. Avresti dovuto alzarti presto la mattina e non ti andava. Anche tu Francesco che volevi diventare chef ma non ti ingollava di andare all’alberghiero, troppo lontano, troppo presto anche per te la sveglia.
Troppo presto avete rinunciato ai vostri sogni, ragazzi!

Mentre scrivo ho tutti i vostri 62 volti davanti. Sapete, i vostri sguardi, le vostre parole, le vostre goffaggini, le vostre emozioni così ben nascoste sotto coltri di risate sguaiate popolano anche le mie notti e i miei sogni.
Michelino con la sua timidezza nascosta dietro una pagina di sport sempre aperta, sguaiato e a suo modo dolce, Donato che non riesce a stare seduto al banco per più di 15 minuti e trova le scuse più incredibili per stare fuori (quante sigarette fumi al giorno?), Fabio che non ti guarda mai negli occhi, Michi con il suo atteggiamento da boss, Carlo con la sua intelligenza timorosa, Vito con la sua goffaggine da cartone animato, Alessio che cerca di mettersi al pari dei più grandi ma proprio non ce la fa, Giacomo con la sua infantile e fastidiosa irrequietezza, Cristian esasperante con il suo continuo richiedere attenzione, Leo con la sua fragilità scontrosa, Giovanni prigioniero del suo ruolo di belloccio, Nicola con la sua aria da bullo di periferia a nascondere la vergogna di una famiglia impresentabile, Nik in bilico sulla strada da seguire e se quest’anno lo bocciamo di strade non gliene restano molte.

E tutti gli altri, ma proprio tutti, come fotogrammi impressi nella memoria. Siete, diciamocelo, ragazzi impossibili. Impossibili per una scuola fatta su un modello di studente irreale, Impossibili per insegnanti impreparati a gestire le emozioni proprie e altrui. Impossibili eppure vivi, reali. Impossibili e, francamente, spesso insopportabili.
Come quel ragazzino di prima, maleducato e un po’ ottuso. Evidentemente abituato ad averle tutte vinte. Mi sono arresa quando ho conosciuto il padre . Mentre parlavamo il suo cellulare ha squillato e si è allontanato per rispondere a una telefonata evidentemente importantissima rimanendo tranquillamente a parlare per diversi minuti. E noi docenti ad aspettare i suoi comodi. Scusami tanto, con un padre così cosa posso aspettarmi da te? Ma rimani antipatico perché ogni volta che ti rimprovero mi guardi con l’aria più innocente del mondo, negando sempre ogni addebito. Scusa, ma anche noi docenti soffriamo di antipatie e simpatie. Perché negarlo? L’importante è che non siano questi sentimenti a guidare il nostro lavoro e il nostro giudizio. E nemmeno la convenienza di chi al bar di tuo padre si fa offrire il caffè.

La vicevita

Oggi ho iniziato e finito in treno un libro di Valerio Magrelli (e ringrazio la mia amica-collega Angela per avermelo prestato) dal titolo intrigante LA VICEVITA. Sottotitolo quanto mai esplicito: TRENI E VIAGGI IN TRENO.
In effetti Magrelli riesce a tracciare affreschi poetici raccontandoci aspetti del viaggio in treno che un po’ tutti noi pendolari abbiamo condiviso.
Ne propongo, senza altro aggiungere, alcuni stralci, liberamente scelti tra quelli che più mi sono piaciuti, tra le sensazioni in cui più mi sono identificata, tra le riflessioni che più mi hanno fatto pensare.

Chi sta in treno, è segno che vuole andare da qualche parte, e lo fa sempre e solo in vista di qualcos’altro. Il suo scopo, cioè risiede altrove […]
La nostra vita pullula di queste attività strumentali e vicarie, nel corso delle quali, più che vivere, aspettiamo di vivere, o per meglio dire, viviamo in attesa di altro. […] Sono i momenti in cui facciamo da veicolo a noi stessi. È ciò che chiamerei: la vicevita.

 ***

A quest’ora l’occhio
rientra in se stesso.
Il corpo vorrebbe chiudersi nel cervello
per dormire.
Tutte le membra rincasano:
è tardi. E queste ragazze
sul sedile del treno
reclinano col sono nella testa
stordite dal riposo.
Sono animali al pascolo.

***

Giocano a carte in treno (ragazzi e vecchi) o guardano fuori. Ma io in treno leggo, e leggo per narcotizzarmi, narcotizzando il viaggio: lettura come antidoto. Metto in stand-by le pulsioni, le paure, i desideri, conservando soltanto il funzionamento della mente. Si chiama paradiso: “Sono qui seduto e leggo un poeta. Nella sala ci sono molte persone ma non si fanno sentire. Sono dentro i libri. Qualche volta si muovono fra un foglio e l’altro, come uomini che si rivoltano nel sonno, fra un sogno e l’altro come si sta bene in mezzo agli uomini quando leggono. Perché non sono sempre così?”

 ***

Sbucano poco prima della partenza, rapidi e operosi. Sono il popolo dei Muti, svelti svelti, che appare d’improvviso, e semina nel treno spille o santini. Dura un istante, è un soffio, e mi ritrovo fra le mani questi poveri ninnoli, accompagnati da una spiegazione scritta. Ripasseranno fra poco, ma senza chiedere nulla. Se non hai accettato i loro doni, li riprendono quieti e se ne vanno, questi elfi ferroviari, invisibili come sono venuti.

***

A volte i suicidi bloccano un treno. […] così stiamo fermi da ore, immobilizzati, esposti a quell’intollerabile carico di pena che ha spinto qualcuno sotto le nostre ruote.
Io odio l’uomo che ha fermato il treno, e odio il treno che lo ha smembrato vivo, e odio il mio odio, e provo un’atroce vergogna per questi sentimenti. Eppure sento d’aver subìto un’aggressione. Qui non c’è il tronco gettato dai banditi di traverso, a sbarrare i binari; adesso, di traverso, sta solo un’immensa sofferenza, che appena i vagoni si fermano, ci dà l’assalto e ci svaligia tutti.
No, c’è una differenza tra i predoni e il suicida. Quelli ti attaccavano per portarti via i bagagli; questo, al contrario, ti obbliga ad accettarne un altro. Nulla si crea, e nulla si distrugge: il suo dolore non è affatto scomparso, ma è stato distribuito fra i presenti, benché in parti diseguali.
E quando si riparte, si pesa un po’ di più.

***

Pendolari, la mattina d’inverno. Alle otto arriva un treno strapieno di sospiri. Scendono, e lasciano uno scompartimento caldo, nutrito di fiato. Sembra l’interno di un materassino da spiaggia, gonfio d’alito umano. Loro si avviano, noi li sostituiamo, in un mesto commercio di respiri.

Il monologo della patata

Ieri sera teatro. Una delle tante dimensioni di cui sento la mancanza. Ma quanti portafogli ci vorrebbero per fare tutto quello che vorrei? Siamo andati a vedere I monologhi della vagina. Ho sempre desiderato vedere questo spettacolo ma l’allestimento fatto da un vecchissimo amico dell’husband trapiantato a Parigi e che ci ha fatto mettere da parte 2 biglietti me ne ha dato l’occasione. E così siamo andati a Lecce, mi mancava anche questa città con la sua atmosfera elegante. Non mi mancavano i suoi automobilisti.

Lo spettacolo è stato carino. Divertente ma non spensierato. Serio ma non serioso. Al centro di tutto lei, la vagina, interpretata da tre donne. Una parola, vagina, che fatichiamo tutti e tutte a pronunciare e che è invece importantissimo provare a pronunciare perché è nel momento in cui si ha il coraggio di dare il loro nome alle cose che queste cominciano a esistere. “Sono preoccupata per le vagine” dice Eve Ensler, l’autrice dei Monologhi, perché nessuno le chiama per nome, come se fosse una cosa di cui vergognarsi. Si inizia da piccole, quando le nostre mamme usano quei buffi diminutivi che però non crescono, rimangono bambini e in fondo nascondono il desiderio che anche noi rimaniamo sempre bambine per le nostre mamme. Così non ci abituiamo mai a chiamare il nostro organo sessuale con il suo vero nome: vagina. Diciamo la verità, è una parola imbarazzante. Non ce ne è motivo, dovremmo andare orgogliose delle nostre vagine, dovremmo prenderne consapevolezza perché avere consapevolezza di una parte così importante di noi significa prendere consapevolezza del nostro valore. Voglio dire che è una parte di noi che non può essere scissa da noi. Non è una parte a sé stante, non prescinde da noi.
Questo è un modo maschile di guardare alla donna che purtroppo anche noi donne abbiamo incorporato. Questo credo lo spirito dello spettacolo. Ma rimane una parola scomoda e non pensavo di parlarne se non fosse che proprio oggi ho scoperto una pubblicità, questa sì imbarazzante, tutta giocata sull’ambiguità del termine “patata” che come quasi tutti sanno è uno dei nomignoli attributi alla vagina. Uno dei più brutti secondo me, perché la patata, chissà perché, è anche sinonimo di stupidità. È un concorso per eleggere la Miss Patata. Non voglio fare pubblicità all’azienda, però ogni volta che credo si sia toccato il fondo nello svilimento del corpo femminile e della sua dignità mi rendo conto che non c’è limite al peggio. Non so se peggiore ma sicuramente se la giocano con lo schifoso slogan “Tu dove glielo metteresti” di cui si è già parlato in altro post. Qui c’è una ragazza bellona vestita con l’incarto trasparente delle buste delle patatine, c’è la bruttina ma simpatica che spera di vincere e c’è l’uomo che alla fine sceglierà la Miss Patata. Ah, l’uomo è Rocco Siffredi. Che per il solo fatto di avercelo più lungo di altri ha il potere di dare un giudizio sulla patata migliore. Un mix di doppi sensi e luoghi comuni come non se ne vedevano da tempo. Insomma una pubblicità rivoltante. E anche brutta da un punto di vista estetico. Vi invito a segnalarla allo IAP, l’istituto dell’Autodisciplina Pubblicitaria inviando l’apposito modulo

“Vagine di tutto il mondo unitevi!” era un po’ il grido di battaglia dello spettacolo. Che faccio mio in questa occasione.

N.B. in questo post la parola “vagina” viene scritta 8 volte (9 con questa). Potevo fare di più ma è un buon inizio.

Sopravvivere, Resistere, Dissentire

Ho sentito per la prima volta Serge Latouche nel 1995, già allora scriveva che le sopravvivenze precapitalistiche non vanno considerate “ostacoli al progresso”, bensì “il fulcro della rigenerazione sociale” perché costituiscono “le basi per una soluzione alternativa ai flagelli provocati dall’imperialismo”. Già allora poneva all’attenzione il problema di come decolonizzare il nostro immaginario: “Il nemico non è soltanto rappresentato dagli altri. Il nemico siamo noi stessi, il nemico è nella nostra testa. Abbiamo tutti l’immaginario colonizzato. Abbiamo tutti la necessità di una catarsi”.

Risentirlo ieri a Locorotondo mi ha fatto una strana impressione, un po’ perché rispetto a 17 anni fa parla un bell’italiano arrotondato alla francese (all’epoca fu necessaria una traduttrice) un po’ perché quelli che erano concetti lontanissimi dal pensiero comune oggi fanno in un certo senso parte della nostra quotidianità.
Lo stesso Latouche era conosciuto solo dagli addetti ai lavori mentre oggi centinaia di persone si spostano per andarlo a sentire ogni volta che viene dalle nostre parti.
Concetti come “decrescita” o l’idea stessa della “crisi come possibilità per ripensarsi” nel 1995 non erano ipotizzabili. Venivamo fuori dagli anni Ottanta, Tangentopoli aveva spazzato via le balene bianche e i garofani rossi e il nuovo che avanza era già vecchio e aveva colonizzato il nostro immaginario in modo irrimediabile. Ma non lo sapevamo. È vero che Pasolini ci aveva ammonito che lo sviluppo senza progresso non ci avrebbe portato da nessuna parte. Ma lo abbiamo ammazzato e dimenticato. Un altro dei profeti sconfessati, per usare un titolo di un libro di Latouche che mi è caro.
Ieri Latouche ha detto che dobbiamo fare i conti con 3 dimensioni, tutte ugualmente importanti e da non sottovalutare (e ha fatto l’esempio dei lati di un triangolo): Sopravvivenza, Resistenza, Dissidenza. Ciascuna indispensabile e direi quasi propedeutica all’altra.
Ovviamente prima di tutto dobbiamo sopravvivere, altrimenti non sarebbe possibile nessuna resistenza o dissidenza.
Sopravvivere significa adattarsi al mondo, ma non significa che dobbiamo approvarlo né aiutarlo a funzionare, al di là del necessario. Si tratta di fare un compromesso con la realtà ma non una compromissione (l“etica del compromesso” di cui parlava Ricoeur). Dobbiamo accettare dei compromessi nel nostro vivere e agire quotidiano, ma senza accettare le compromissioni nel pensiero. E questa è la prima forma di resistenza. Resistere con tutte le forze al lavaggio del cervello che il pensiero unico fa attraverso i media.
Dobbiamo immaginare – dice sempre Latouche – di essere passeggeri di una magamacchina che corre ad altissima velocità e senza pilota. Resistere significa tentare di frenare, di cambiare la direzione. Oppure possiamo provare a saltare giù. E questa è la Dissidenza. Fermate il mondo, voglio scendere – mi verrebbe da dire…
Latouche precisa che: “il territorio e il senso del limite sono molto importanti perché il patrimonio locale è la base della sopravvivenza, della resistenza e della dissidenza, così come è la sorgente del senso del limite. […] Se a breve termine la strategia della sopravvivenza è la più importante, a termine medio, lo sarà la strategia della resistenza e, a lungo termine, quella della dissidenza.”

Dice ancora Latouche che dobbiamo sostituire all’ossimoro “sviluppo sostenibile” un altro binomio che sembra un ossimoro ma non lo è: “abbondanza frugale”. Bellissimo questo accostamento. Significa crescere ma crescere tutti, crescere in modo sano. Non significa affatto tornare indietro ma inventare un nuovo futuro. E fin qui ci siamo.
L’economista filosofo francese ha anche parlato di “riusabilità” e della necessità di tornare ad aggiustare gli oggetti che si rompono invece che correre ad acquistarne di nuovi e alimentare così la nostra “tossicodipendenza dai consumi”. E in quest’ottica invitava a recuperare le piccole tradizioni contadine e l’artigianato locale.

Io che ho bisogno di dare forma concreta ai pensieri, ho bisogno di farmi degli esempi, di dare una pennellata di colore realistico alle foto color seppia ho pensato alla Stanza dello Scirocco, una piccolissima bottega artigianale su via Porto, nel centro storico di Monopoli, dove una giovane artista crea con il legno oggetti che sembrano venire dal passato e invece, direbbe Latouche, vanno verso il futuro.
Ogni volta che ci passo davanti vorrei avere qualche scusa per entrare nel negozietto e farmi incantare da angeli, pesci, gufi, passerotti, gabbiani che fanno capolino dai vetri appannati dal freddo di questi giorni e sembrano aspettare anche loro la maledetta primavera. Chissà, mi chiedo, se saremo di nuovo capaci di dare il giusto valore alle mani che creano.
Certo ha ragione Latouche a dire che bisognerebbe provare ad aggiustare le cose prima di buttarle via. Tra l’altro i computer e i telefonini che buttiamo vanno a inquinare le coste del Ghana e della Costa d’Avorio…
Però nessuno  aggiusta nulla, non conviene dicono, e non lo sanno più fare. Mi fa sorridere pensare a un elettricista cui mi sono rivolta, anni fa, perché riparasse uno dei fuochi del mio piano cottura. Mi ha detto che facevo prima a buttarlo e a comprarlo nuovo. Ma quello era nuovo. Garanzia appena scaduta ma nuovo. Io mi ero da pochissimo trasferita nel centro storico di Monopoli e non conoscevo nessuno, così mi sono tenuta il mio piano cottura e sono 9 anni che cucino tranquillamente con tre fuochi. Alla faccia della “obsolescenza programmata”.§
Qualche mese fa si è rotto l’interruttore della cappa e per combinazione mi sono rivolta allo stesso elettricista. Non ci potevo credere quando mi ha detto che sarebbe stato difficilissimo trovare il pezzo di ricambio e che dovevo cambiare la cappa.
È andata a finire che ho trovato il pezzo su internet e l’ho ordinato direttamente in azienda. Dopo 4 giorni il pezzo di ricambio era a casa: 10 euro + 15 euro la spedizione.
Decisamente l’elettricista in questione non ha mai letto Latouche e non sa che  “fare meglio con meno” è la parola d’ordine della decrescita (felice e serena).

Per chi voglia approfondire si legga il manifesto della decrescita.

La solita vita

La più bella vita è la “solita vita”
Questa massima – che rubo a una mia amica e che lei a sua volta ha rubato a suo padre – mi ha accompagnato come un mantra in questi primi due giorni della settimana.
Giorni di gelo, di ritardi, di coincidenze perdute, di nuovi riti a cui abbarbicarsi, di sconforto, di inutilità (plurale), di ottusità (sempre al plurale), di insonnie, di nostalgie (pantaloni di pile e tè caldo zavorrato di miele, biscotti da fare, coccole da rimandare…)

Pensavo stamattina che in fondo quel “mezzo centimetro di felicità” che manca sempre e che a volte diventa un chilometro (L’uomo flessibile, Carlo Fava: da sentire) sta tutto nelle piccole cose che facciamo ogni giorno.
Sarà banale, e lo è, ma ce ne accorgiamo sempre tardi.
Ora che  passo un terzo della mia giornata a correre tra un treno e l’altro, tra un’aula e l’altra, tra laboratorio multimediale e sala docenti senza stare in uno stesso luogo per più di un’ora, a inseguire gli alunni perché firmino il registro attestando la loro e la mia presenza… penso a tutto il tempo che ho perso e a quello che sto perdendo per inseguire qualcosa che non voglio davvero. Ma bisogna fare i conti, letteralmente, con le necessità materiali.
Ho nostalgia persino delle paure, sono così di compagnia e mi rassicurano perché in fondo sono sempre quelle.
Mi ritrovo, io che ho sempre vissuto facendo progetti, ad avere la necessità di rimodulare i miei orizzonti, accorciarli e di parecchio. Non potrei farcela, mi dico, se pensassi che vivrò in questo modo fino a giugno. All’inizio ho provato a pensarmi mese per mese, poi settimana per settimana. Oggi non posso pensarmi fra 3 giorni, il mio orizzonte, il mio spazio progettuale si è ridotto a 2 giorni. Di più mi si apre un baratro di sconforto.
Apro parentesi – È soprattutto il gelo a spaventarmi, in questo che si sta rivelando l’inverno più freddo degli ultimi 27 anni in Puglia. Se non è sfiga questa come la vogliamo chiamare? E nei prossimi giorni e settimane ci aspetta la neve. – Chiudo parentesi.
Rimangono i miei sogni, potrei chiamarli “estivi”, e senza quelli forse non avrei la forza di alzarmi dal letto al mattino e men che mai di uscire di casa sapendo quello che mi aspetta fuori.
Cerco di concentrarmi su questi sogni nei momenti  di sconforto ma mi sembrano così lontani… Persino la primavera mi chiedo se esista davvero.

Sogno numero 1: tre giorni a Barcellona, prima possibile, giugno verosimilmente, a scuola finita. E ogni lunedì mattina mi incoraggio al grido di “Gaudì aspettami!”
Sogno numero 2: la Grande Braderie a Lille il 1 settembre. E, magari, un giretto in Borgogna tanto per gradire (e per accontentare l’husband perché io andrei nei Paesi Bassi).
Il Sogno numero 3 è in via di definizione perché si è materializzato recentissimamente. Per la prima volta ho preso in considerazione l’idea di fare un corso di meditazione vipassana. Finora non mi ha mai attirato: 10 giorni di silenzio, senza nemmeno un pezzetto di carta su cui annotare qualcosa o un libro da leggere non mi sembravano il massimo del godimento.
Ma in questo momento mi sembra una cosa non solo fattibile ma auspicabile. Forse necessaria per liberarmi della zavorra delle mie paure, dei miei sogni ricorrenti, e magari anche del prurito psicosomatico che si è ripresentato dopo anni di assenza.
Ho bisogno di ritrovare il punto di inizio. Capire perché ogni qualvolta il mio mondo viene terremotato, dalla terra vengono fuori zolle dell’era paleolitica.
Il punto dolente non può essere sempre e solo quello. Io lo conosco bene il mio nervo scoperto, quel momento di rottura che ha segnato la mia vita, come vivere al di là di una faglia: sotto solo roccia e dall’altra parte tutto il resto.
Né qui né altrove: un bel titolo per un libro inutile (letto negli ultimi 2 giorni). La conclusione di questo post.

Alla fine mi sono persa anche qui. Volevo solo dire con questo post che a volte è quello che abbiamo che dobbiamo valorizzare. Ma anche che a volte succede qualcosa che scombussola il nostro giardino zen, vero o presunto, è che quella è l’occasione da prendere al volo per cambiare forma al nostro giardino e renderlo più simile a noi.
E lo dedico a una amica che in questi giorni è un po’ turbata.

Lo so che dovrei raccontare della mia esperienza a scuola. Non è il momento. Non ancora.

Nave senza nocchiero

Non sono la prima né l’ultima a vedere nel tragico affondamento della nave Concordia una triste metafora del nostro Paese.
A me sono venuti subito in mente alcuni famosi versi danteschi (Canto VI del Purgatorio)

Ahi serva Italia, di dolore ostello,
nave sanza nocchiere in gran tempesta,
non donna di province, ma bordello!

Una nave senza nocchiero o con un nocchiero pusillanime, che nega l’evidenza fino alla fine. Un nocchiero che non è capace di prendersi le responsabilità del proprio ruolo.
Quello che scrivevo nel post precedente si è rivelato in tutta la sua drammaticità. Ognuno nelle cose che fa, nel suo lavoro e nelle sue scelte di vita – auspicavo – deve metterci la coscienza.
Dal macchinista dei treni a chi ripara i marciapiedi, da chi costruisce le case a chi opera in ospedale, da chi pulisce le strade a chi guida una nave.
L’Italia e il mondo intero sono come quella nave che va avanti a oltranza, continuando a bere, mangiare e ballare fino a che uno scoglio interrompe, in modo tragico, la navigazione.
Sarebbe bastato invertire la rotta, fermarsi un attimo prima. Anche fuori di metafora il messaggio è lo stesso: invertire la rotta. Cambiare pagina e abitudini, smetterla di consumare le risorse prima che queste finiscano.

Ieri a Monopoli, la mia città adottiva (non so se io ho adottato lei o viceversa) si è svolta una manifestazione regionale per protestare contro le trivellazioni delle nostre coste alla ricerca di petrolio.
Un corteo colorato che al grido di NO PETROLIO vuole impedire alla Northern Petroleum di distruggere le nostre coste. La manifestazione, come tutte le manifestazioni popolari, ha avuti luci e ombre, però nessuno può più far finta di non saperne niente e anche a livello politico, vista anche la massiccia presenza di politici di ogni schieramento (ma dov’erano prima, quando quei permessi sono stati firmati?) ora dovranno perlomeno ascoltarci.
Vista dall’interno la manifestazione ha un sapore diverso, quello delle persone che ci hanno creduto e che si sono impegnate perché riuscisse.
Alla fine, di ogni cosa si può dire che “lascia il tempo che trova” ma se tutti ragionassimo così nulla mai cambierebbe.
Due riflessioni a margine del corteo. 1) passando davanti alle associazioni di pescatori mi ha colpito (ma non stupito) che proprio loro che avrebbero più da perdere, proprio loro che nel mare ci vivono e del mare vivono fossero sulla soglia a guardare il corteo, le facce impenetrabili di chi ha ben altri problemi e guarda a queste manifestazioni come a delle ragazzate. Davvero inquietante. 2) mi chiedo quante delle persone che hanno partecipato al corteo siano consapevoli di una cosa: NO PETROLIO significa anche lasciare la macchina a casa se puoi fare il tragitto a piedi. Significa prendere il treno, andare in bici, camminare… ma non solo. Significa cambiare il proprio stile di vita. Significa anche imparare ad apprezzare quello che abbiamo. Significa anche fare piccoli passi, ma farli. Possibilmente nella direzione giusta.
E qui ritorniamo alla nave senza nocchiero e alla necessità di cambiare comandante e invertire la rotta.

La linea d’ombra

Nemmeno un temporale

È l’augurio che mi faccio per il 2012.
Perché di temporali nel 2011 ce ne sono stati parecchi. Certo il diluvio a Genova, a Messina, sulle Cinque terre, a dirci la pochezza umana davanti alla Natura, ma anche a dirci che ognuno nelle cose che fa, nel suo lavoro e nelle sue scelte di vita, deve metterci la coscienza. Altrimenti è il disastro. E poi i temporali delle rivoluzioni che hanno cambiato le coordinate di una parte di mondo.
Ma ci sono anche quei temporali passeggeri, quei lampietuoni che squarciano il cielo e che sembrano non dover finire mai. E poi finiscono. Quelle pioggerelline sottili e fastidiose, quel vento che piega gli ombrelli e si insinua nel bavero delle nostre certezze.
Insomma quelle piccole e grandi tempeste che attraversano la vita dei singoli.
L’ho visto così il mio 2011, burrascoso ma in sordina, con momenti di staticità e guizzi di follia, a guardare le gocce d’acqua riparata dai vetri.
È stato un anno in cui la paura per il futuro ha spesso avuto il sopravvento sulla consapevolezza del presente e ha preso la forma della paura di uscire di casa. Non voglio permettere che accada di nuovo.

Questi ultimi mesi sono stati particolarmente ricchi di stimoli e spunti, che sono diventati appunti sparuti e sparsi  ma non sono mai diventati post. Per mancanza di tempo, per pigrizia e forse per paura. Il mondo intorno  è cambiato velocemente: politica, economia, democrazia sono temi che mi interrogano e mi inquietano. Un turbine di domande e non ho risposte da mettere nero su bianco.
E poi la scoperta di blog molto più intelligenti come quello di Michela Murgia che in genere scrive dando corpo ai miei pensieri  e lo fa decisamente molto meglio di come potrei farlo io; e quello di un’amica ritrovata, Paola Natalicchio, che scrive il suo toccante resoconto dal regno di OP (Ospedale pediatrico) in cui è finita insieme al suo piccolo Angelo.
I miei appunti sparsi non sono diventati nemmeno nuove poesie, anche se quest’anno ha segnato la mia rinascita in poesia, non solo perché è stato ristampato Canto e disincanto con alcuni inediti che aggiungono tasselli di me a un libro che già mi rappresenta molto, ma perché grazie al confronto con altri e con altro sono uscita allo scoperto come persona poetica.
Un anno segnato dai ragazzi impossibili dell’IPSIAM, una supplenza che mi ha fortificato e mi ha anche liberato dal giogo della vita in ufficio, facendomi vivere una dimensione casalinga che forse non avevo mai sperimentato e “regalandomi” qualche chilo in più.
Un anno di rinunce (che vanno a braccetto con le paure) e di stareaguardare.
Un anno di ricuciture che il filo si vede sempre.
Un anno di presa di distanza e di confidenze.
Un anno di scritture: post (pochi), articoli locali, recensioni e interviste… tutto per compensare le stronzate che scrivo a pagamento e per evitare che mi inaridiscano.
Un anno di spazi ritagliati per l’arte e la bellezza.
Un anno di letture intense ma di poco cinema e poca musica (parola d’ordine: recuperare).
Un anno di solitudini, di piccole fughe, di condivisioni minime. Di sorellanze ritrovate e smarrite. Di amiche lontane più vicine di quelle vicine.
Un anno che ha segnato il ritorno nel mondo dell’editoria per farmi ricordare cosa significa avere a che fare con autori ed editori, tutti chiacchiereedistintivo.
Un anno segnato dalla carenza di ferro e da un nuovo rapporto col cibo che ha rafforzato la consapevolezza che è da qui che bisogna cominciare la rivoluzione.

Comunque sia un anno passato. E quello che verrà comincia col botto.
Una nuova supplenza e questa volta gioco fuori casa, sconvolgo la mia vita, le mie abitudini, i miei ritmi, provo a non mollare nulla ma a riconsiderare tutto. Niente più centrifugati di frutta, niente più tè delle cinque, niente più coccole ai gatti, niente più tempo. Ma colgo questa come una occasione, che nasce da un necessità, quella di non morire seduta su una sedia confrontandomi solo con lo schermo, quella di imparare (forse) finalmente un mestiere che pur non volendo sarà il mio, ma anche quella più prosaica di mettere qualche soldo da parte per affrontare meglio il futuro.
Sta la crisi, si sa. Oppure no? Che tipo di crisi è? non è una cosa da prendere alla leggera, certo, ma non riguarda solo l’economia, domestica o mondiale che sia. Riguarda il nostro stile di vita, il nostro rapporto col futuro. Ma sono scettica sulla possibilità di invertire la rotta, siamo troppo attaccati alle nostre ottuse certezze, ai nostri privilegi per cogliere le opportunità insite nel concetto stesso di “crisi”: cesura ma anche e soprattutto discernimento… Che bella parola.
Quello che auguro a tutti.

2012: nemmeno un temporale!