Lettera ai miei alunni/1

In questi mesi intensi non ho aggiornato il blog ma questo non vuol dire che non abbia scritto. in particolare, da aprile, ho cominciato a scrivere una lettera immaginaria ai miei alunni per fissare alcune emozioni e lasciare delle tracce. Mi ha aiutato molto la lettura di un libro meraviglioso: Insegnare al principe di Danimarca (di Carla Melazzini, Sellerio editore). Ho deciso di pubblicare le mie personalisisme riflessioni sulla scuola nel mio blog, perché quale luogo migliore per condividerle con chi ha voglia di leggermi. Ho suddiviso la lettera in sequenze e ne pubblicherò una al giorno in attesa degli scrutini di mercoledì.

Ho deciso di scrivervi questa lettera che probabilmente non leggerete mai, che forse capirete poco e, chissà, magari nemmeno condividerete, per dirvi grazie per tutto quello che mi avete insegnato. E per chiedervi scusa di quello che non vi ho dato.
A parlare di noi ci sono le relazioni ufficiali che  stilerò alla fine di tutto , ma quelle sono solo chiacchiere burocratiche, la verità, e nemmeno tutta, la conosciamo solo io e voi.

Non è stata una esperienza facile per me. E ancora oggi non so dirvi se alla fine è stata positiva o negativa. Certo al momento in cui comincio a scrivervi mi sembra una occasione mancata, una opportunità sprecata. L’ennesima per me, forse la prima di tante per voi.
Quante volte ho pensato nelle prime settimane, nei primi mesi, di mollare tutto, troppo faticoso, troppo inutile.
Succede a volte che progetti belli sulla carta debbano fare i conti con realtà diverse da quelle immaginate a tavolino e bisognerebbe sempre conservarsi un margine di manovra per poter virare e dare una impronta personale, senza deviare dal percorso.

Siamo bufali non locomotive e il bello del bufalo è che “può scartare di lato”. Ma già a questo punto state cominciando a pensare che sono fuori di testa. Che c’entrano i bufali. E sì, mi dimentico che per voi la mia musica è un qualcosa di antico, di lontano, come per me  la vostra.

Mi è capitato l’anno scorso, in un’altra scuola, un professionale, una pagina di un libro di storia che per aiutare gli studenti a comprendere la grandezza di un personaggio come Lord Byron lo paragonava a John Lennon, dedicando al leader dei Beatles un riquadro con tanto di foto e biografia. Che bello questo libro  pensai, ai miei tempi non si sarebbero sognati di farlo. Salvo poi rendermi conto  che per i ragazzi i Beatles sono roba da antiquariato e nessun fascino esercitava su di loro la storia di quel cantante e personaggio tanto amato. Dalla mia generazione e da quella precedente. Non dalla loro. Ed è questo il punto. Quel libro che voleva essere moderno era già vecchio. Era nato vecchio.

Ma non posso pretendere che vi appassionate alla mia musica se prima io non mi appassiono alla vostra. Fino ai 99 posse, fabri fibra (che vi piace così tanto) vi seguo, ma voi siete oltre e la mia agenda si è riempita di nomi di cantanti e titoli di canzoni che mi avete segnalato. Non le ho ascoltate tutte, lo confesso, e ve ne chiedo scusa. A volte è più facile rifugiarsi in quel che è noto piuttosto che esplorare nuovi mondi. E voi lo sapete bene.

Il discorso della musica, la vostra e la mia, mi fornisce un aggancio per parlare dei programmi scolastici. Ho in mente le vostre facce durante certe letture dei promessi sposi, e poi le novelle di Pirandello, Montale e il suo meriggiare pallido e assorto che a voi non dice assolutamente niente. Peccato, perché anche se sono storie vecchie hanno ancora molto da dirci, ma occorrono gli strumenti per decodificarli e voi non li avete. Per colpa nostra.

Sapete, i programmi scolastici, i libri scolastici vengono pensati per voi da professoroni universitari, bravi  e competenti certo ma con una caratteristica che li accumuna. Sono certa che tutti o quasi abbiano frequentato il liceo classico, magari qualcuno lo scientifico, e poi ovviamente l’università se no non sarebbero diventati i  professoroni che sono.
E quando pensano un libro per gli studenti hanno in realtà sempre in mente lo studente che sono stati, il loro prototipo di scuola è il liceo e anche quando pensano ai libri per gli istituti tecnici e professionali pensano  a un libro per il liceo, solo più semplificato.

Ma voi non siete ragazzi semplici, voi semplicemente non siete ragazzi di liceo, le vostre storie, le vostre aspirazioni, le vostre potenzialità sono diverse. Sono pochi quelli di voi che proseguiranno gli studi e pochissimi quelli che prenderanno la via delle Lettere appassionandosi a dante-leopardi-manzoni e compagnia bella. E se invece riuscissimo ad appassionarvi alla lettura già dalla scuola superiore proponendovi testi e autori che possano realmente dialogare con voi, chissà  forse le percentuali di iscrizione all’università aumenterebbero.

Non che io sia convinta sia così importante andare a l’università, anzi, ma non trovo giusto che vi si precluda a priori questa opportunità solo perché venite visti come surrogati degli studenti di liceo, come studenti di serie B diciamolo. Eppure siete la maggioranza degli studenti. Il 70% della popolazione studentesca in Italia frequenta questo tipo di scuola, solo il 30% va al liceo. Eppure il mondo apparterrà a voi e non a loro. Anche se non è più vero neanche questo (e non so se lo è mai stato) perché il mondo è in mano a gruppi di potere che di noi se ne fregano. E almeno voi studenti di oggi non avete l’illusione che avevamo noi. Me lo ricordo ancora molto bene il preside del mio liceo che ci invitava a comportarci dignitosamente perché “voi sarete la classe dirigente del domani”.
A pensarci, oggi, sono indecisa se ridere o piangere. Tornando a voi. Ve lo devo proprio dire. Voi siete i primi a consideravi studenti di serie B. Avete rinunciato a ogni ambizione in cambio della comodità. Vero Mario, vero Francesco? Mario tu verrai bocciato quest’anno, è stato già deciso, e io non posso fare per te quello che tu stesso non vuoi fare. Non si direbbe ma sei un ragazzo sensibile però non ti piace proprio questa scuola, tu volevi fare la scuola di grafica ma era troppo lontana. Avresti dovuto alzarti presto la mattina e non ti andava. Anche tu Francesco che volevi diventare chef ma non ti ingollava di andare all’alberghiero, troppo lontano, troppo presto anche per te la sveglia.
Troppo presto avete rinunciato ai vostri sogni, ragazzi!

Mentre scrivo ho tutti i vostri 62 volti davanti. Sapete, i vostri sguardi, le vostre parole, le vostre goffaggini, le vostre emozioni così ben nascoste sotto coltri di risate sguaiate popolano anche le mie notti e i miei sogni.
Michelino con la sua timidezza nascosta dietro una pagina di sport sempre aperta, sguaiato e a suo modo dolce, Donato che non riesce a stare seduto al banco per più di 15 minuti e trova le scuse più incredibili per stare fuori (quante sigarette fumi al giorno?), Fabio che non ti guarda mai negli occhi, Michi con il suo atteggiamento da boss, Carlo con la sua intelligenza timorosa, Vito con la sua goffaggine da cartone animato, Alessio che cerca di mettersi al pari dei più grandi ma proprio non ce la fa, Giacomo con la sua infantile e fastidiosa irrequietezza, Cristian esasperante con il suo continuo richiedere attenzione, Leo con la sua fragilità scontrosa, Giovanni prigioniero del suo ruolo di belloccio, Nicola con la sua aria da bullo di periferia a nascondere la vergogna di una famiglia impresentabile, Nik in bilico sulla strada da seguire e se quest’anno lo bocciamo di strade non gliene restano molte.

E tutti gli altri, ma proprio tutti, come fotogrammi impressi nella memoria. Siete, diciamocelo, ragazzi impossibili. Impossibili per una scuola fatta su un modello di studente irreale, Impossibili per insegnanti impreparati a gestire le emozioni proprie e altrui. Impossibili eppure vivi, reali. Impossibili e, francamente, spesso insopportabili.
Come quel ragazzino di prima, maleducato e un po’ ottuso. Evidentemente abituato ad averle tutte vinte. Mi sono arresa quando ho conosciuto il padre . Mentre parlavamo il suo cellulare ha squillato e si è allontanato per rispondere a una telefonata evidentemente importantissima rimanendo tranquillamente a parlare per diversi minuti. E noi docenti ad aspettare i suoi comodi. Scusami tanto, con un padre così cosa posso aspettarmi da te? Ma rimani antipatico perché ogni volta che ti rimprovero mi guardi con l’aria più innocente del mondo, negando sempre ogni addebito. Scusa, ma anche noi docenti soffriamo di antipatie e simpatie. Perché negarlo? L’importante è che non siano questi sentimenti a guidare il nostro lavoro e il nostro giudizio. E nemmeno la convenienza di chi al bar di tuo padre si fa offrire il caffè.

10 responses to this post.

  1. Posted by cinzia on 10 giugno 2012 at 11:35

    Bellissima. Non vedo l’ora di leggere il seguito. E alla fine… ne vale sempre la pena😉
    E te ne accorgi a volte tardi, a volte in tempo.

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  2. vero è. segui le prossime puntate…

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  3. Posted by Marias on 11 giugno 2012 at 09:33

    Lettera amara… ma bella!

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  4. Posted by stella on 11 giugno 2012 at 16:31

    carissima, condivido in pieno quanto, così delicatamente, esprimi. penso ai tuoi alunni che sono stati (parlo al passato perché immagino che non ti avranno il prossimo anno) fortunati a conoscerti.
    anch’io chiedo spesso loro che musica ascoltano (i 99 posse non sanno manco chi sono, i loro miti sono gianni celeste, gigi d’alessio e nino d’angelo, le più raffinate ascoltano maria nazionale) e ti confesso che una volta, durante un’ora di supplenza, li ho accontentati permettendo loro di ballare in classe un improbabile balletto (portoghese) molto in voga in questo periodo: ho scoperto che si erano studiati tutti i passi su youtube, a memoria!!!
    le loro famiglie sono a dir poco disastrate, ho ascoltato per tutto l’anno storie di violenza domestica, e non solo psicologica. la storia di una povera ragazza mi ha talmente fatto star male che per qualche giorno ho supplicato dario di prenderla a casa con noi (dovevano affidarla ad una casa famiglia ed era disperata). mi sono continuamente chiesta, però, se tutto questo fosse giusto. se fosse giusto essere prima educatori, confessori, psicologi, che insegnanti. non mi son data una risposta.
    sono curiosa di leggere le tue riflessioni sui docenti… ti abbraccio

    Rispondi

    • preciso che i 99 posse li ascolta solo un gruppetto🙂 gli altri ascoltano tuttaltro. però è importante la musica per loro e noi dovremmo cercare di avvicinarci al loro mondo anche così. ma non c’è mail il tempo.
      anche io qualche volta ho lasciato che ascoltassero, guardassero ballassero quello che volevano… ma poi non sanno porsi dei limiti.
      ci sono tante situazioni difficili in quella scuola che veramente c’era da starci male. ti capisco.
      noi dovremmo “limitarci” a fare gli insegnanti, a essere insegnanti. e gli altri dovrebbero fare la loro parte. già.
      il mio diario tratta dei 3 docenti con cui ho avuto a che fare ma ti assicuro che non rende l’idea…

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  5. Posted by Lella on 11 giugno 2012 at 16:53

    Mariella cara, mi riservo di rileggere e commentare con più calma; anche perchè non sono d’accordo con uno degli assi portanti delle tua lettera-scritto, che la cultura, quella alta, non sia cosa di chi frequenta un Tecnico e non sia mai il Professionale, la scommessa per me è proprio questa, non quella di banalizzare, giovalizzare la scuola; ma vorrei dirlo meglio e, quindi, rimando alla
    prossima puntata.

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    • mi piacerebbe sentire la tua perchè è proprio il confronto che cerco.
      vorrei però precisare che non voglio dire che la cultura non è alla portata dei professionali ma che anzi bisogna renderla alla loro portata.
      bisogna fare proposte diverse, cercare stimoli liversi non limitarsi a fare un’unica proposta differenziandone i livelli perché secondo me così non funziona.
      almeno questo è ciò che vedo nelle mie piccole esperienze.
      forse vanno ripensati i programmi scolastici di tutte le scuole, ma questo è un altro discorso.
      iin genrale vorrei che si trovasse un modo per avvicinare i ragazzi alla lettura e che questo non sia lasciato alla buona volotà degli insegnanti altrimenti rischia di essere uno sfacelo. E hai mai visto i libri di storia per i professionali? sono così sintentici, così semplificati che non si capisce niente. non si capiscono le ragioni.
      e comunque nella scuola dove sono stata io tra l’altro in ogni classe di libro ce ne erano 3 o 4… Insomma è un discorso complesso. Il mio è solo un diario, una visione personale sulla base della mia piccola esperienza.

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  6. Posted by stella on 12 giugno 2012 at 12:59

    sono d’accordo con mariella. i programmi vanno rivisti. e anche i libri, sono improponibili. posso anche dire che lo scorso anno ho insegnato in un classico, e in una classe in particolare (parlo di una quinta ginnasiale) ho dovuto ‘sacrificare’ una parte dell’anno per fare lezioni di tipo metodologico (il 70% dei miei alunni non era in grado di esporre una lezione di storia senza il supporto delle domande del docente!!!)… quest’anno ho fatto sostegno in un professionale… ricorderò sempre con simpatia la collega di italiano e storia che, disperata, tentando di cavare un pensiero dotato di senso, ormai sfinita, chiudeva l’interrogazione così: ‘dì una cosa… dì una cosa che abbia un inizio e una fine’!… mi sento di affermare che la differenza tra i liceali dello scorso anno e quelli del professionale in cui ero quest’anno è davvero minima.

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  7. e questo livellamento al basso non è incoraggiante. e nemmeno casuale secondo me. io penso solo che dovremmo cercare di ridurre il divario con le nuove generazioni, non accentuarlo

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