Dovuto o non dovuto?

Sto leggendo in questi giorni  AVE MARY di Michela Murgia (sottotitolo “e la Chiesa inventò la donna”). Un saggio appassionante e ben scritto che dovrebbe essere letto nelle scuole, a catechismo, tra gruppi di amiche. Che le mamme dovrebbero leggere alle loro bambine (magari quando tornano dal catechismo per riequilibrare le parti).
Ho sottolineato molti passi che vorrei proporre in un prossimo post per una riflessione comune.
Ma prima un piccolo sfogo.

Stamattina leggendo un innocuo articolo su un mensile della mia città (l’ho detto? Monopoli mia città? Posso avere 2 città?) mi è salita una tale rabbia che avrei volentieri strappato il giornale.
Sono bastate tre righe scritte con leggerezza per buttare al vento tutte le mie riflessioni e le emozioni positive che questo libro mi sta dando. A che serve leggere libri quando giornali, riviste, manifesti, programmi tv ci dicono tutto l’opposto?
Quando persino una donna qualunque su un giornale di provincia qualunque (sia detto “qualunque”, in entrambi i casi in senso non dispregiativo) si permette di scrivere:

“vorrei ricordarlo alle (donne) contemporanee che, lavorando extra moenia, si sentono autorizzate a seguire superficialmente i figli e a coinvolgere più del dovuto in casa il partner!”

Più del dovuto! E con tanto di punto esclamativo.
E chi lo stabilisce cosa è il “dovuto” di un uomo in casa? E il “dovuto” della donna qual è? E se ci sono dei figli grandicelli il loro “dovuto” qual è?
E il dovuto dei cani, dei gatti, dei canarini di casa?
E poi cosa si intende per “dovuto”? Dovuto a chi, poi? A volte usiamo le parole dimenticandoci il loro autentico significato.

Secoli di battaglie (quotidiane, non ideologiche!) e poi mi trovo una frase del genere, lanciata stupidamente nel mezzo di un articolo che parla di una dolce e rispettabilissima vecchietta che, riporta l’articolo, “era piccola e ricurva per via del quotidiano lavoro in casa e per l’assoluta ignoranza di come le ossa e le colonna vertebrale vadano tutelate”.
Ecco, perché non torniamo all’epoca dell’ignoranza, ai tempi in cui le donne si spezzavano la schiena per lavare i panni sulla stricatora?

Non ho niente di personale contro l’autrice di questo articolo (sì una donna ahimè, una donna e non poteva essere diversamente perché gli uomini queste cose le pensano ma non le dicono, sanno che è politically incorrect), ma contro quello che ha scritto e il messaggio che veicola sì.
Il mio consiglio? perché non aprire una scuola per insegnare ai nostri mariti a fare solo il dovuto in casa, magari meno ma mai di più. A quello ci pensano le donne, da secoli.

2 responses to this post.

  1. http://www.uominicasalinghi.it/index.asp?pg=610

    comincio così: io personalmente vorrei fare il casalingo. Parlando dell’argomento io credo che fra un po’ oltre al Bar o negli spogliatoi per la partita di calcetto faranno una intervista dove il “maschio” dirà che è giusto che le donne stanno a casa ad accudire l’uomo i figli e il focolare. Tempo al tempo, guarda l’intervista di ql donna che dice (cose che molti pensavano) che se la donna vuole vendere e può vendere il proprio corpo lo deve fare, altrimenti non ha compreso le leggi del capitalismo. tempo al tempo Mella

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    • l’ho visto quel video, purtroppo. è di uno squallore… ma illuminante perché molti e molte la pensano così. Io credo che ognuno sia libero di fare quello che vuole del proprio corpo e della propria vita. Se la signorina in questione vuole vendersi al miglior offerente è libera di farlo, ma non di dare della sfigata a chi sceglie altre strade.
      Tornando alle questione di casa: benvenga chi vuole fare il casalingo o la casalinga, tanto di cappello. Non è in sé una brutta cosa. Contesto solo l’idea che la cura della casa sia appannaggio esclusivo o quasi delle donne. Dove sta scritto?
      BaCi

      Rispondi

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