Sullo stesso barcone

Scena 1. Lunedì.
Noto che diversi ragazzi di quarta appaiono particolarmente abbattuti, quasi depressi. Non è la consueta sonnolenza del lunedì mattina che vede metà classe dormire sui banchi. Interrogati, sul finire dell’ora, sulla causa del loro tormento interiore (poco prima nulla sapevano del tormento interiore di Leopardi) mi hanno confidato che non avevano digerito la sconfitta dell’Inter sabato, col Milan per giunta.

Ad un ragazzo particolarmente afflitto ho detto “Ma in fondo è successo sabato, oggi è lunedì hai avuto tutto il tempo per smaltire la delusione…”

“Prof lei non capisce, noi viviamo di calcio…”

Mi è venuto spontaneo ribattere mestamente: “E, soprattutto, il calcio vive di voi…”

Scena 2. Giovedì.
Dopo ripetuti richiami “sequestro” il cellulare a uno dei ragazzi. Proteste, occhi lucidi, promesse di non farlo più. Scene di autentica disperazione.

Ma non ho ceduto, il cellulare è rimasto saldamente sulla cattedra. Ho continuato a spiegare e intanto lo osservavo. Era in fibrillazione, non sapeva dove mettere le mani, dove posare lo sguardo. Chiedeva continuamente il cellulare ai compagni vicini (ai quali ho proibito di prestarglielo, pena la nota per loro). Praticamente era in piena crisi di astinenza. Credo che sarebbe stato anche disposto a farsi interrogare pur di riaverlo.
Leggevo nei suoi occhi l’ansia, la paura che non glielo avrei ridato, il suo sentirsi perso. Come gli mancasse un pezzo di sé, un arto.

Non che sia l’unico, anzi. Diciamo che almeno la metà della classe ha questo “problema”. Non riescono a rimanere attenti per più di 5 minuti e ogni 5 minuti i più sani si rivolgono al compagno, l’altra metà tira fuori il cellulare dalla tasca, dalla cartella, dalla cintura… mandano sms, ma soprattutto chattano e ascoltano musica. In ogni caso smanettano in continuazione.

Li riprendo, lo mettono in tasca, mi giro e lo hanno già di nuovo in mano. Una battaglia persa. Non ce la fanno. Mi ricordo di un ministro dell’istruzione (forse era Fioroni) che aveva proibito di portare i cellulari in classe. Una volta che un ministro dice una cosa giusta sulla scuola… nessuno lo prende sul serio, i professori e i genitori per primi hanno ignorato quella disposizione. I ragazzi, figuriamoci.

Tornando al ragazzo “mutilato” ho provato a parlare e a fargli capire che è malato. Ovviamente l’ho buttata sullo scherzo.

Però sono seriamente preoccupata per loro, e non solo. Convivendo con un’adolescente in casa so bene che tutto il loro tempo è gestito da internet (o meglio facebook) e cellulare. Non sanno gestire il tempo e tantomeno le relazioni. Non parliamo delle emozioni.

Non sto demonizzando internet e il cellulare, di cui faccio io per prima larghissimo utilizzo, a volte esagerando come ben sa chi mi conosce. In linea di massima io li uso per le relazioni, non al posto di. Li uso per conoscere qualcosa del mondo. Li uso, appunto, non sono usata. Vabbè, perlomeno ci provo.

Ma è per dire che non sono nemica della modernità e delle sue modalità. Per quel poco che ci capisco.

Però questa assoluta incapacità di vivere senza facebook e senza il cellulare non vorrei si trasformasse in una assoluta incapacità di vivere.

Del resto cosa ci possiamo aspettare da questi ragazzi che vivono in un mondo in cui le priorità sono ribaltate?

Prendo l’esempio delle notizie a cui è stato dato risalto mercoledì.
Questi i titoli principali delle agenzie:

Tragedia in mare. Naufraga un barcone 250 immigrati
Catastrofe Inter: 2-5 con lo Schalke

E non necessariamente in quest’ordine. Salta agli occhi la sproporzione dei numeri, tra quel 2 a 5 e quel 250.
Eppure sembra che i 5 gol subiti dall’Inter valgano quanto i 250 morti (donne e bambini compresi).
Ci sarebbe da fare un discorso su quello che giornali e tg decidono di farci sapere (la Libia sì, la Costa d’Avorio no) ma lasciamo stare e torniamo al nostro barcone. Questa vicenda mi indigna. E mi addolora. Mi fa perdere l’appetito e il sonno.
Stiamo a guardare mentre questi poveri cristi che fuggono dalla guerra e dalla miseria trovano la morte.
E se arrivano sulle nostre coste li rimandiamo a casa loro, lì da dove sono fuggiti. E ci sarà un qualche motivo valido se un uomo, una donna incinta, un bambino abbandonano la terra in cui sono nati e cresciuti per affrontare l’incognita del mare e di un paese straniero.
Ma a noi non interessa.
La verità è che non siamo più capaci di immedesimarci. Sappiamo solo emulare, tifare, spiare…
Penso a Leopardi e forse sembra un salto troppo ardito ma tra la tesina e il programma scolastico lo sto riscoprendo e comunque, se ci riesco, alla fine si capirà il collegamento tra tutte le cose.
Quello che cerco – inutilmente temo – di far comprendere ai ragazzi è che Leopardi non era uno sfigato che si piangeva addosso. è uno concreto, che preso atto della piccolezza dell’uomo di fronte all’Universo e della indifferenza della Natura nei suoi confronti, non ne ricava un lasciarsi andare ma invita a resistere resistere resistere… come certi magistrati moderni…
E dopo aver sperimentato sulla propria pelle il valore dell’amicizia e della solidarietà ne trae una lezione universale: solo la fratellanza e la solidarietà tra gli uomini, tutti accumunati dalla stessa sorte, può salvarci e dare un senso alla nostra esistenza.
E invece è il calcio a dare un senso all’esistenza dei nostri ragazzi (“noi viviamo di calcio”), sono i cellulari la loro ragione di vita (e ho dovuto sostituire il cavallo con il cellulare per avere speranza che potessero capire la Teoria del piacere, sempre Leopardi, scusate), è facebook il loro mondo che invece di allargarsi diventa sempre più piccolo: usano facebook per parlare il pomeriggio con il compagno di banco con cui hanno chiacchierato tutta la mattina. Cui prodest? Non lo so, ma da educatore mi sembra una valanga inarrestabile di sciocchezza.
Non che questo riguardi solo i ragazzi. Loro sono i più deboli ma anche noi adulti non scherziamo e non riusciamo a proteggerli.
Solidarietà, fratellanza sono parole che non riguardano il nostro secolo “superbo e sciocco”. Sostituite forse da arroganza e indifferenza.
La social catena indicata da Leopardi è stata sostituita dai Social Network e dalle moderne catene di sant’antonio: il “mi piace” che da FB si è esteso dappertutto (google compreso).
Mi sento abbastanza sconfortata. Ma resisto. Anche io.

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2 responses to this post.

  1. Posted by MG on 7 aprile 2011 at 20:18

    Sei adorabilmente pungente.Purtroppo sta andando così :*

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  2. io credo che ci coivolga anche noi matusa.a me capita che ho il cellulare spento (e non il msg che mi dice o dice che l’ho riacceso o qlc mi ha chiamato)perchè mi vojo perdere in una passeggiata o semplicemente starmene a casa.sembra che sia scomparso e forse ql che vojo fare :)))))

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