La scuola è finita

Riordinare le idee e tirar fuori le mie prime riflessioni sulla scuola non è facile.
Come al solito sono catapultata in un mondo che non è mio, mi trovo dentro una situazione e cerco di barcamenarmi sapendo di non essere messa nelle condizioni per dare il meglio.
Mi aiuta un film che ho visto giusto l’altra sera e che mi ha suggestionato molto: La scuola è finita di Valerio Jalongo.
Il film racconta di uno scollamento totale tra scuola e mondo esterno, tra scuola e famiglia, tra alunni e docenti, tra docenti e preside.
Non parlo ovviamente dello scollamento tra la MIA vita a scuola, in ufficio, a casa… questo è un altro discorso su cui tornerò, forse, con apposito post.
Mi ha ricordato una sensazione che ebbi già durante la mia ultima supplenza (4 anni fa!) che la scuola fosse un campo di battaglia. Per cui invece di essere tutti protesi verso un unico obiettivo, l’educazione del ragazzo e del cittadino, tutti i protagonisti si fanno la guerra tra loro e nessuno vince, anzi tutti perdono.
La scuola è finita, appunto.
Perché,  ridotta così, la scuola a che serve? a CHI serve?

Il mio primo giorno nella “mia” nuova scuola è stato intenso, un concentrato dell’anno scolastico. Al mattino inizio col botto, 2 ore in quarta, che poi sono due classi distinte messe insieme solo durante alcune ore. Al pomeriggio, dopo l’intervallo del ritorno in ufficio, collegio docenti e, in qualità di coordinatrice di una metà classe, consegna delle pagelle e incontro con i genitori. In una sola giornata tutti i protagonisti della scuola (compresi gli impiegati di segreteria, gli amministrativi e gli ausiliari) mi sono passati sotto gli occhi.
Durante il collegio il preside parlava di sportelli di ascolto, di recupero pomeridiano, parlava di progetti, di risultati e io pensavo alla classe che avevo conosciuto al mattino. A tutti quei ragazzi, ben 30 (e per fortuna 3 si sono ritirati e 2 dormono in classe), che mi avevano accolto con frizzi, lazzi e versi animaleschi.
Mi chiedevo “ma di cosa stiamo parlando?”.
Sarebbe bello poter capire le motivazioni di ciascun ragazzo, aiutarlo a scoprire le sue abilità, supportarne i punti deboli… per me la scuola è questo, ma quando e come dovrei farlo?
Dice Valerio Jalongo a proposito dell’Istituto in cui è ambientato il suo film:
È una scuola meno fotogenica dei licei forse, meno edificante sicuramente, e forse a qualcuno sembrerà surreale.
Eppure il 70% dei ragazzi italiani frequenta proprio scuole come questa, non il liceo classico o scientifico.

La mia scuola, al contrario di quella del film, è una bella scuola, luminosa, aule ampie, pulite, laboratori attrezzati, splendida vista sul mare, ma i limiti – di questa come di altre, troppe scuole – sono da ricercarsi oltre la fisicità degli spazi (che pure incide perché la bellezza è contagiosa). Vanno ricercati nella società che abbiamo costruito e in una classe dirigente che, tranne poche stentate eccezioni, non ha mai investito nella scuola. Perché ne ha paura. Perchè chi governa, da sempre, ha paura di chi pensa, di chi ha gli strumenti per interpretare la realtà, di chi può contestare le decisioni, di chi può disapprovare i comportamenti. Ed ecco una scuola che non prepara, una scuola che disamora e che si affida alla buona volontà, di tanti o di pochi che siano ma che non basta. E sempre meno basterà contro lo sfacelo morale, sociale, educativo, in una parola “politico”, che ci circonda.
Si chiede il regista:
cos’è che funziona, cos’è che può davvero aiutare un ragazzo, cos’è che può farlo crescere oltre il limite che il suo ambiente, la sua storia lasciano prevedere?
Nel lungo percorso che ci ha condotto al film, ho realizzato insieme ad altri colleghi un video-diario: dal primo appello il primo giorno di scuola, per tre anni abbiamo documentato la vita di una classe. Volevamo capire perché, tra bocciature e abbandoni, più di un terzo degli studenti si perde per strada e non arriva mai al diploma.
A poco a poco, attraverso l’obbiettivo di una palmare, ho visto ciò che come insegnante respingevo alla periferia della coscienza: la NOIA, una noia metafisica, totale. Nei primi piani degli studenti leggevo una distanza abissale dalla scuola, come se qualcuno non fosse neanche riuscito a spiegare loro perché dovevano stare lì dentro. Per intervistarli siamo anche entrati in molte case. All’inizio accusavamo uno strano disagio, c’era qualcosa che ai nostri occhi rendeva esotiche e nude le loro camerette… Ognuna aveva la sua playstation, la tv, qualche volta il pc. Quasi mai libri. Le madri a volte mi confidavano che per far studiare il figlio dovevano leggergli il libro di testo ad alta voce.
A quindici anni un ragazzo in media ha passato più tempo davanti alla tv che sui banchi di scuola. Come fa un povero professore a mettersi in sintonia con migliaia di ore di calcio, di pacchi miracolosi, di… anestesia? Possibile che un paese spenda miliardi per la scuola ma non riesca ad avere una televisione che per esempio sappia spiegare a una famiglia, prima che sia troppo tardi, che c’è un rapporto diretto tra numero dei libri in casa e successo scolastico di un ragazzo? Allora perché meravigliarsi se questi ragazzi sono spaventati, incapaci di orientarsi, pieni di rabbia o di cinismo verso quello che li aspetta là fuori?

Ed è quello che penso da sempre: solo se riusciamo a far amare i libri possiamo sperare di ottenere qualcosa. La tv, la playstation, internet, facebook non vanno demonizzati, anzi sono utili per connettersi con il mondo, ma anestetizzano le menti e soprattutto non possono rappresentare l’unica modalità di apprendimento e di relazione con gli altri. I libri, al contrario, insegnano a pensare. Molto faticoso, ma in alternativa rassegniamoci a essere solo utenti, clienti, consumatori e non cittadini in grado di reclamare i propri diritti.

Quando sento i miei alunni fare il verso alla pecora, mi prende una tristezza perché tra me e me penso, pecore siete e pecore sarete. Non è colpa mia, ma è anche colpa mia.
Ma il docente non è un pastore, non certo il pastore biblico che abbandona il gregge per andare a cercare quell’unica pecorella smarrita. Non potrebbe farlo. Non è uno psicologo, un prete, un dottore… però è uno che i ragazzi li guarda in faccia ogni mattina.
Tornando al film e alla mia esperienza, mi sono chiesta chissà quanti Alex ci sono nelle mie classi, ragazzi intelligenti ma demotivati, ragazzi sul bordo di un cornicione a cui basterebbe tendere la mano per salvarli dal baratro.
Ma come farò a riconoscerlo tra quelle 30 facce che ogni mattina mi guardano sonnacchiose, stupite, strafottenti, smarrite?

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3 responses to this post.

  1. Posted by osvio on 15 febbraio 2011 at 22:17

    “A quindici anni un ragazzo in media ha passato più tempo davanti alla tv che sui banchi di scuola. Come fa un povero professore a mettersi in sintonia con migliaia di ore di calcio, di pacchi miracolosi, di… anestesia?”.
    e noi insegnanti ci dividiamo tra “colti” dal sacro furore delle umane lettere, umanisti classici e scientifici, i “meglio e i “più” da una parte (l’anno scorso, all’inizio del primo collegio dei docenti al liceo, una collega mi disse: “bene, hai fatto il tuo ingresso”. capito? avevo fatto il mio ingresso nell’intellighenzia di quelli che davvero contano, gli intellettuali di provincia, il massimo della cultura tra cala corvino e porto giardino).
    i meglio, dicevo, da una parte, e gli “ingegneri” dall’altra, quelli a cui della cultura non gliene frega niente, per i quali contano i numeri e il programma da finire e che cavolo sono ste cose pedagogiche e pissicologiche che era meglio quando si davano gli schiaffi e tu, in fondo alla classe, esci fuori che mi hai rotto i coglioni.
    non tutti così, ovvio. ma in quanti siamo alla ricerca di schemi nei quali poterci infilare. di omologazioni che ci rassicurino. tutti presi dalle nostre crisi di rancore verso una società che non capisce più il nostro valore.
    incapaci di tuffarci in linguaggi nuovi. muffa senza voglia di rinnovarsi. punto. il resto quando torno.

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  2. Posted by Marilena on 23 febbraio 2011 at 19:25

    Blackdalia hai trovato le parole più “giuste” per descrivere il mondo della scuola, la scuola di oggi.
    Non è il mio ambiente e non lo è mai stato, ma vedo i ragazzi, come sono, vedo le istituzioni, come sono
    sarebbe bello riformattare tutto e iniziare daccapo…
    Oggi ho letto un discorso che vorrei condividere con voi, non parla di scuola, ma si lega ai vostri pensieri.
    Sono le parole di una persona che nella sua vita non ha mai visto la tv:
    “NOI non restiamo mai così a lungo in un pascolo da danneggiarlo […] La diversità vegetale dei nostri pascoli e l’integrità delle nostre aree umide resiste da generazioni. NOI abbiamo condiviso il nostro territorio con gli animali selvatici. NOI popoli pastori abbiamo sempre trattato la nostra terra come quelle che voi chiamate ‘aree protette’. NOI abbiamo sempre praticato la ‘protezione dell’ambiente’, non come attività professionale, ma come dovere e orgoglio di ogni membro della nostra tribù. La salvaguardia della natura è centrale nella nostra esistenza, perché da essa dipende la nostra stessa esistenza. Vi ascolto parlare di ecosistemi, territori e interdipendenza. Senza usare i vostri termini, noi abbiamo sempre conosciuto tutto questo. NOI ci sosteniamo sulla nostra terra e custodiamo i suoi numerosi spazi sacri. Perché la terra ci procura anche un benessere spirituale. Per favore aiutateci a mantenere la nostra vita nomade. Siate al nostro fianco per opporvi alla sedentarizzazione forzata del nostro popolo e del nostro bestiame. Permetteteci di preservare la splendida diversità genetica delle nostre mandrie, così come la diversità della fauna selvatica che ne dipende.
    Aiutateci a preservare la nostra integrità culturale e a rafforzare le nostre capacità. Parlate con noi, coinvolgetici nelle decisioni, rifiutate di classificarci per stereotipi e diteci come possiamo aiutarvi.
    NOI, popoli nomadi e comunità pastorali del mondo, siamo pronti a essere i vostri più forti alleati nella conservazione. E Voi?”.

    Dal discorso di Oncle Saayyad, capo del consiglio degli anziani della sub-tribù Kuhi della Confederazione Qashqai (Iran) al Word Park Congress del 2003, Durban, Sud Africa.

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