Asinità

Per Giordano Bruno l’asinità è la santa ignoranza, una condizione cui l’uomo deve aspirare.
La santa ignoranza è l’innocenza dei bambini, degli animali, degli stranieri, di chi si trova nella condizione di nudità, di chi sa di non sapere e per questo è più umile, forse più autentico.
Tutto questo per introdurre una mia recente esperienza di “asinità”.
Nel fine settimana ho partecipato a una specie di stage curato dall’ASINITAS, una onlus che si occupa di educazione e intervento sociale rivolto a minori e adulti, italiani e stranieri.
A ottobre io e l’husband siamo stati a trovarli a Roma e abbiamo preso parte a una lezione. Ci siamo così resi conto concretamente di cosa vuol dire insegnare l’italiano ad adulti stranieri, partendo dalle intuizioni della Montessori.

Prima di allora li conoscevo solo di nome e per aver realizzato un bellissimo film che forse non tutti hanno visto e che consiglio assolutamente di vedere: Come un uomo sulla terra.

Questa volta sono venuti loro qui, per provare a far capire a un gruppo di volontari come si può insegnare, rivoluzionando tutto e mettendo in discussione tutto. A partire da noi stessi.
È stata una esperienza forte di condivisione, di coinvolgimento, di messa in discussione e di messa in gioco… come non ne facevo da tempo.
Ho scoperto nuove cose su di me, ma anche sull’husband, perché vedersi in un contesto diverso fa scoprire l’altro sotto una luce nuova.
Mi sono accorta che è passato troppo tempo dall’ultima volta che mi sono messa in gioco veramente e che comunque non sono più abituata a tirar fuori parti di me.
Quasi non mi rendo più conto di come non sono più me stessa perché è più il tempo in cui fingo (meglio nascondo) di quello in cui sono io. Non mi riconosco. Non mi ritrovo autentica.
E quando mi è stato chiesto di scrivere quello che io so di me, non ho tirato fuori quasi niente… Non perché non avessi niente da dire ma perché non ho ritenuto importante tirar fuori la parte più vera di me, lasciando trapelare solo la superficie, l’ involucro, la buccia. E così faccio sempre. Ecco io ho sperimentato, in questo senso personalissimo, l’asinità, l’ignoranza di me, il non sapere chi sono. O meglio il non sapere/volere comunicarlo. Che poi è la stessa cosa. E questa dicotomia che mi ha sempre caratterizzato, a partire dalla bambina timidissima che ero, è accentuata nel contesto in cui vivo da quasi dieci anni, non solo in ufficio per intenderci, perché per far capire chi sono dovrei partire da troppo lontano e allora spesso ci rinuncio, è meno faticoso. Chi ha conosciuto i miei nonni e la villa delle mie estati, chi ha conosciuto le mie zie, don tonino, gianni e tutto quello che hanno significato per me; chi conosce le mie sorelle, le cugine e i cugini con cui sono cresciuta, la campagna vicino al passaggio a livello, le torte di terra e le lumache da far scappare, chi conosce la mia storia con michele aldilà del suo tragico epilogo, le mie amiche del cuore, i miei amici di comitiva, tutti i volti che ho incontrato nei pellegrinaggi, tutti i sogni e le delusioni, tutte le esperienze che mi hanno fatto diventare quella che sono; chi sa com’ero prima di approdare qui…
Chi sa non c’è e chi c’è non sa.
Troppo faticoso, più facile ricominciare daccapo, lasciarsi tutto alle spalle.

La vita che conta è quella che non puoi raccontare.
I buchi neri che siamo.
Tutto quello che sto dichiarando qui,
che stiamo scrivendo,
chissà cos’è e chissà a chi appartiene.
Lasciamo sempre delle tracce residuali.

…leggo sul bel sito dell’asinitas (una citazione da Carmelo Bene) ed è l’attacco del loro manifesto. Mi ci ritrovo.

Certo non posso assolutamente paragonare i 70 km che mi separano dalla mia città natia dalle migliaia di km, e non solo quelli, che separano chi è fuggito dalla propria terra per trovarsi in un mondo completamente diverso.
Ma ho imparato tanto in questo fine settimana. Ho imparato che non so.
Ed è stato così intenso che, poi, finito, tutto, e ripartiti Marco, Chiara e Fiorenza mi è venuta una piccola febbre.
Meglio così, perché ritornare subito in ufficio sarebbe stato troppo schizofrenico, con ancora le parole, le voci, le emozioni tattili di quei due giorni.

E ci sarebbe una poesia che ho scritto tempo fa che mi sembra perfetta:

Non sono diventata
mai niente
di quello che ho imparato.
Non ho visto niente
di quello che ho guardato.
E tutte le parole che ho letto
sono scivolate dagli occhi
lasciandoli
Senza incanto.

2 responses to this post.

  1. Un po’ di tempo fa ti ho chiesto, tramite e-mail, cos’è che ti rendesse così malinconica, hai un’espressione a volte sfuggente, uno sguardo colmo di fragile nostalgia. Mi hai risposto che era una bella domanda e che non era un periodo facile. Il tuo post mi dice che la mia sensazione non era sbagliata. Non conosco il tuo passato, conosco uno spiraglio che dai di te. Quel poco che fai intravedere è particolare e affascinante, e credimi dai agli altri molto più di ciò che lasci trapelare, e chi se ne frega se sono pochi a percepirlo. Magari di te stessa sai poco, ma credo che sia una condizione di tanti, di molti: in fondo ognuno deve adattare i propri moti interiori alla realtà concreata. Lo scarto tra ciò che si avverte di sè e ciò che si materializza può essere grande. Per fortuna esistono dei ripari certi, il tuo penso sia la cura di questo blog che pian piano, ne sono(quasi)certa, formerà un quadro più definito ci quella che sei diventata. E forse capirai anche tu qualcosa in più su te stessa.

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  2. Forse solo per questo commento vale la pena perdere tempo con il blog.Comunque sì, la mia malinconia nasce dal non poter condividere tante cose.

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