STAND BY

Premetto che questo post lo sto scrivendo a tappe, anche se lo pubblicherò come un tuttuno, perché sto avendo poco tempo, potrebbero esserci quindi (anzi ci sono) delle imperfezioni e delle incongruenze. Ma se  non faccio così finisce che non scrivo più e invece per me in questo momento è molto importante. Terapeutico, direi

La notizia è arrivata in un momento già difficile di suo. Un momento in cui mi stavano pesando alcune situazioni. Alla fine poi riconducibili alla stessa causa.
Un lavoro poco gratificante da tutti ma proprio tutti i punti di vista. Il desiderio di qualcosa di nuovo e di bello.

E poi quella sensazione di non avere più la mia storia. 

Questo è normale quando vivi in un città che non è la tua e non ci sono gli amici con cui sei cresciuta quando fai un lavoro che non è il tuo, e condividi la maggior parte della tua giornata con persone che poco hanno a che fare con te. Che non solo non sanno niente di te, ma non hanno interesse a saperlo. Troppo schiacciate sul presente e sul futuro immediato.

Sicuramente la condizione di stand by è quella che oggi meglio mi riassume.
Le emozioni si accavallano, si sovrappongono, si annullano.  Io cerco di tenerle lontane per poterle gestire meglio.Durante il giorno cerco di avere sempre la mente impegnata, durante la notte mi aiuto con la melatonina ma poi ci sono i sogni e quelli non riesco a controllarli.
Se mi chiedono come stai rispondo “bene”, perché è difficile dire che mi si è incrinato qualcosa dentro. Così lascio che gli altri mi parlino, commentino mi dicano ma su ma dai. Hanno ragione tutti, passerà. Ma ora no.

Sabato ho vissuto una emozione forte, tornando a Molfetta. Mi sono resa conto che la mia condizione interiore era diversa, i miei pensieri erano diversi. Ero, sono, sicuramente più libera ma il prezzo da pagare è stato alto e una parte di me non lo accetta. Non accetta di trarre "vantaggio" da una situazione così drammatica.  Dovrò farlo, lo so. Ma datemi il tempo. Non credo di averlo mai messo davvero in conto.
E poi non so come spiegare, però mentre qui a Monopoli sono anonima, quello che è successo è come se non fosse successo perché nessuno sa nulla, nessuno conosce la mia storia. (Come se il mio passato non esistesse. Io stessa ogni tanto mi stupisco quando ricordo qualcosa che ho fatto, detto, visto, le persone che ho incontrato.)
A Molfetta invece non c’è persona che abbia incontrato, anche solo di sfuggita che non mi abbia detto qualcosa, anche senza dirmi niente (anche i muri a Molfetta sanno).Come se il tempo si fosse fermato a più di dieci anni fa. Si verifica la situazione contraria perché lì non conoscono il mio presente, la donna che sono ora, com’è la mia vita, il mio lavoro, quali sono i miei sogni e le mie frustrazioni. E io mi sento scissa perché se ora sono così è perché prima ero così.
Devo dirla questa cosa. Qui sono la moglie di Osvaldo. A Molfetta no. Al massimo Osvaldo è mio marito🙂 Ma per molti sono ancora la ragazza di Michele. In questo non c’è nulla di male in fondo. Capita anche a me di pensare a degli amici come coppia anche se coppia non lo sono più da tempo. Sono meccanismi inconsci e naturali. E dieci anni non sono dieci giorni.
Però anche se l’impatto è stato forte – e credo che sia la prima volta in quarantanni (quasi) che mio padre mi abbia visto piangere – sono tornata più serena. Sono stata al cimitero, ma sono rimasta quasi indifferente. Forse ho esaurito le lacrime. Forse perché sono convinta che in quella tomba non ci sia niente (fissazione mia), forse perché io che sia morto lo accetto. Non accetto che si sia suicidato (difficile anche da dire). Mi strugge questo pensiero. Mi fa male. Immagino quegli ultimi istanti e mi sembra di impazzire. Faccio di tutto per scacciare questo pensiero. Non riesco a reggerlo.
Penso che quando una persona cara, una persona della nostra cerchia di amicizie decide di togliersi di mezzo nel modo più definitivo chiama in causa tutte le persone che in qualche modo hanno incrociato la sua strada. Chiaramente poi per me c’è il fatto di aver amato questo ragazzo, di averlo visto cambiare sotto i miei occhi, di non aver potuto impedire che le cose prendessero questa piega.
Non ho rimpianti rispetto alla mia vita di oggi, io lo so, lo sa l’husband e questo basta. Non è questo.

E adesso per me comincia la ricostruzione. Ed è innanzitutto una ricostruzione di me stessa. Perché sono io a dovermi pensare in altro modo. Ed è come se dovessi fare due percorsi paralleli. Uno è quello della rielaborazione del lutto (del dolore, della colpa). L’altro appunto è la ricostruzione dell’anima.
Quasi ogni sera io e l’husband parliamo di questa storia, cerchiamo di capire insieme, di ricordare, di tirare fuori per superare. Lui è convinto che tutte o quasi le mie scelte da dieci anni a questa parte sono state condizionate da lui. Io non lo so se è così, non so fino a che punto.
Sicuramente se ho accettato con una leggerezza che in seguito non mi spiegavo di lasciare la mia città per venire a vivere qui è stato perché a Molfetta non sarei mai stata al sicuro. Ma forse posso imputare a lui la facilità, la leggerezza della scelta appunto, ma non la scelta.
Vero è che io ho sempre avvertito la sua presenza. E ora è come se mi avessero strappato un pezzo da dentro. La carne ricrescerà intorno e non è detto che sia un male per me però, ecco, mi manca un pezzo. A dirla tutta sarebbe come se mi avessero tolto un tumore maligno, però sempre parte di me. Ritornando al discorso di prima è un pezzo della mia storia che mi manca.

Lv mi ha chiesto di raccontargli di lui, di com’era. Beh io non credo di saperlo più.
In questi ultimi anni ho dovuto congelare tutto. Era una cosa che gli rimproveravo dentro di me perché mi aveva costretto a buttare il bambino con l’acqua sporca, a dimenticare, cancellare anche i momenti belli insieme a quelli brutti. Gli rimproveravo di avermi portato via dieci anni di ricordi. Non ho nemmeno le foto, me le aveva prese un giorno, i nostri 3 album, e mai più ridati. E ora non so cosa ricordare. Ho paura di ricordare.
Così è difficile per parlare di lui. Mi sono venuti in mente in questi giorni gli episodi precursori di questa follia ma è ancora difficile grattare sotto la scorza. È passato molto tempo. Ma quelli sono stati anni belli, gli anni che mi hanno fatto diventare quello che sono.
Chi lo conosceva poco, chi negli ultimi anni non ha avuto a che fare con lui non si capacita che abbia potuto fare una cosa simile. Che quel ragazzo allegro e sempre disponibile fosse talmente cambiato da fare questo gesto. Impensabile. Mi fanno un po’ ridere queste persone.
Vorrei chiedere loro Ma dove eravate?
I momenti d’ombra, ci sono sempre stati. All’inizio erano episodi sporadici, poi lentamente sempre più frequenti. Qualcosa lo divorava. E pian piano questo secondo aspetto ha preso il sopravvento. Come una malattia. Era una malattia. Adesso lo scoprono le persone. A me nessuno mi ha ascoltato 10, 12, 15 anni fa. E ora non serve più a nulla. Indietro non si può tornare.
Avrei dovuto fare di più? Avrei potuto? Non avevo gli strumenti, solo dopo ho capito l’entità della malattia e ho cercato di aiutarlo, ne sono stata trascinata dentro, ne sono uscita solo da qualche anno.

Torno al punto di partenza.
Sento il bisogno di raccontare questa cosa.
Ho detto che era già un periodo difficile. La settimana precedente al fatto è stata caratterizzata da palpitazioni e piccoli crisi di ansia.
La notte tra giovedì 7 e venerdì 8 maggio non ho quasi dormito. Tanti microsogni angoscianti e mi svegliavo col cuore a mille. La mattina quando mi sono svegliata ho avuto una crisi forte di ansia, un senso di angoscia inspiegabile e sono scoppiata a piangere. l’husband è testimone. Non me la sono sentita di andare al lavoro, non ce la facevo ad affrontare la quotidianità, non volevo vedere nessuno. per tutta la mattina improvvisi scoppi di pianto. Sono andata dal dottore, ho comprato la melatonina, ho prenotato la visita cardiologica.
Martedì 12 ho saputo da un amico comune che michi era morto. Solo qualche giorno dopo ho saputo quando era successo. Lo hanno trovato morto venerdì mattina, l’8 maggio.
Non do una interpretazione a questo. Ne ho una ma molto intima.
Però questo è quello che è successo. E non riesco sempre a dirlo.

2 responses to this post.

  1. Posted by Maria Pia on 29 maggio 2009 at 11:23

    Il tuo scritto è così intimo e intenso che commentarlo mi è parso quasi inopportuno. Ma due ragioni mi hanno spinta a lasciarti i miei pensieri e soprattutto delle coincidenze. Una è che la mattina della quale parli è quella in cui, caso raro, abbiamo scambiato due chiacchiere su msn, e il tuo stato d\’animo ha turbato un pò anche me, come donna o essere umano in generale, non so. L\’altra coincidenza è nel libro che in quei giorni stavo leggendo "Tutti i nomi" di Josè Saramago, che ho scoperto perchè un tuo post mi ha incuriosita. E in questo libro che è un libro di grande letteratura, ecco cosa leggevo: di un pastore che di notte porta il suo gregge in un grande cimitero, e lì nel settore dei suicidi scambia i nomi sulle tombe, perchè sostiene "le persone si suicidano perchè non vogliono farsi trovare, e in questo modo sono definitivamente libere dall\’essere importunate" e conclude che così facendo può dimostrare che "ci è possibile non vedere la menzogna anche quando ce l\’abbiamo davanti agli occhi". Ecco: io che non posso definirmi credente, perchè non impiego abbastanza tempo a credere, credo che in un modo inspiegabile le coincidenze sono un segno dell\’esistenza di un qualche dio…

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  2. Posted by Unknown on 30 maggio 2009 at 10:14

    sofia mi piace e condivido tutto quello che hai scritto. mi piace la tua definizione di non credente e l\’idea che le coincidenze siano segni. a volte ho l\’impressione che mi prendano per pazza e il fatto che ci siamo sentite proprio quella mattina, per caso, mi è di conforto. e che dire di Saramago, davvero un grande. (leggi il suo blog-quaderno giornaliero) mi rileggerò con calma questa frase sui suicidi, la farò mia. ti ringrazio sofia che invece sei sapiente, perché in questo momento mi capisci più di altre persone che mi conoscono dal vivo. un abbracio

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