reduce

Reduce dalla Calabria. Uso una brutta parola, lo so, tratta dal gergo militare che non amo affatto. Ma mi sento così, reduce, da un’esperienza forte.
Succede che uno va in un regione del Sud poco considerata come la Calabria e ne (ri) scopre la bellezza, i colori, i profumi, la gente.
A Polistena, nella piana di Gioia Tauro, siamo stati accolti da don Pino de Masi e dai giovani della cooperativa Valle del Marro. Abbiamo visto con occhi e toccato con mano la fatica di lavorare le terre confiscate ai mafiosi grazie alla legge 109/96, terre lasciate nel più completo abbandono per decenni, terre sfregiate che ora sono tornate a produrre. E abbiamo mangiato e bevuto i prodotti di queste terre, il frutto di lavoro, sacrificio, impegno. Come ha detto Tonio Dell’Olio a cena (a proposito che gioia ritrovarlo e con lui recuperare un pezzo della mia storia, sbrindellata qua e là) STIAMO MANGIANDO L’ANTIMAFIA. Una frase simbolica che ci riconduce alla concretezza di quello che da sogno è diventato realtà, senza perdere la tenerezza starei per dire (oggi sto in vena di citazioni) ma meglio dire senza perdere di vista il traguardo, l’obiettivo, il sogno stesso, quello per cui è possibile vivere e lavorare onestamente anche laddove le condizioni sono così difficili, anche laddove la mentalità mafiosa è così radicata.
Abbiamo assaggiato il miele, l’olio, il pesto di peperoncini piccanti, le melanzane a filetti ma anche altri prodotti di Libera Terra provenienti da altre regioni.
E poi che bella questa zona della Calabria, sono rimasta stupefatta nel vedere interminabili distese di ulivi. Ulivi strani, diversi dai nostri, alti e sottili. E sopratutto sono rimasta piacevolmente sorpresa dagli aranceti. Arance dappertutto. Sembrava che da ogni angolo di terra sottratto al cemento spuntasse fuori coraggioso e imperterrito un albero di arance. Colori, profumi e sullo sfondo un mare dall’intenso colore blu, quasi viola.
Abbiamo visto concretamente il lavoro di una cooperativa, l’entusiasmo per i risultati. E’ bello quando incontri persone belle, quando ti avvicini a queste esperienze così coinvolgenti. Certo, non posso fare a meno di pensare che per anni ho vissuto in un ambiente simile, una cooperativa che aveva una missione (poi, ahimè, diventata "mission") e mi ricordo che spesso venivano a trovarci gruppi di persone, dal Nord Italia soprattutto. A ripensarci mi sembra strano, lontano. Certo è bello sentirsi parte di un qualcosa che ha un senso. Vabbè chiusa parentesi personalissima.
La seconda tappa del nostro viaggio ha toccato la Locride, la terra che un po’ tutti associamo all’ndragheta, sicuramente una delle zone a più alta densità criminale. Locri, Bovalino, San Luca… sono paesi tristemente famosi nel mondo.
Noi siamo stati a Marina di Gioiosa Jonica, ospiti del centro Don Milani. Si tratta di un’associazione che si occupa di minori cercando di offrire loro delle opportunità o forse una possibilità di crescere diversi, con dei valori diversi. Abbiamo incontrato persone speciali, persone toccate direttamente dalla sofferenza, dall’ingiustizia, dalla morte che hanno saputo mettere a frutto la loro esperienza facendo nascere fiori dal letame (altra citazione, pardonnez moi).
Mi ha molto colpito Francesco, il responsabile del centro, per la sua storia ma soprattutto per il suo modo di essere oggi.
Momento clou della mattinata le testimonianze di Stefania Grasso e Debora Cartisano, figlie rispettivamente di Vincenzo Grasso e Lollò Cartisano. Persone oneste, persone semplici, vittime innocenti di mafia.
Mi piace ricordare le loro storie perché penso che un modo per rendere loro omaggio è proprio quello di ricordarle. Mi sembra sopratutto importante però ricordare la loro vita più che la loro morte. Ho capito ascoltando i racconti delle rispettive figlie che Vincenzo Grasso (ucciso dalla ‘ndrangheta  il 20 marzo 1989 a Locri).  e Lollò Cartisano (sequestrato il 22 luglio 1993 e ritrovato morto dieci anni dopo) hanno vissuto con coerenza e dignità e per questo sono morti. Vittime innocenti di mafia. Ma non è tanto (o perlomeno non solo) la loro morte a renderli importanti quanto la loro vita.
Alcune informazioni si posono leggere qui.
Concludo dicendo he questo viaggio è stato importante per me. Ma vorrei che non finisse qua. Vorrei che mi sconvolgesse la vita, che gli desse una scossa. Vorrei fare qualcosa di concreto per aiutare le persone che ho incontrato. Qualche idea ce l’ho, la sto meditando ma non vorrei essere sola. Sarebbe bello se da questo viaggio nascesse qualcosa, una sorta di gemellaggio. Qualcosa di concreto, altrimenti saremmo stati solo turisti  seppure "solidali" (come ci ha definito don Pino) oppure, come dico io, saremmo solo degli "scippatori di emozioni" (altra espresione presa in prestito). Ma a me non interessa l’emozione e basta.
Giuseppe… questo inesaustivo resoconto è per te (e per Annamaria)…
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