Sono tornata

Molfetta 28 settembre 2008.
È domenica. E io mi sto preparando al sesto trasferimento, quello da Molfetta a Pantanagianni, in attesa di quello definitivo da Pantanagianni a Monopoli, a casa.

Domani mi ributto nel mondo dopo 12 giorni di limbo, di stand by, in cui ho dormito (le mie sane 8 ore, non di più), mangiato (ho preso 2 chili, complici la cucina di mamma e l’immobilità), ho letto (neanche tanto, 4 libri: 2 Camilleri, Firmino e l’ultimo di Baiani, e una grafic novel su Bolzaneto), ho visto film in dvd, telefilm e reality, ho fatto fisioterapia, ho fatto 3 iniezioni al giorno e quasi ogni sera ho parlato al telefono con le mie sorelle. Mi sono occupata della mia gatta Dalia che ha una infezione, delle abrasioni probabilmente causate dallo stress di questi mesi, e le ho messo una cremina antibiotica 2 volte al giorno, tenendola ferma nella successiva mezzora per evitare che si leccasse e si intossicasse. Però che bello averla con me!

Ah ho anche lavorato e ho scritto ben 40 testi per il portale per cui lavoro così non sarò ingolfata al rientro (speranza vana).
Insomma non è che sono stata proprio senza far niente, e anzi avrei voluto fare più cose: leggere di più, scrivere, soprattutto vedere più persone, ma il tempo non è bastato (i primi giorni io stavo abbastanza rincoglionita oltre che immobile) e poi quando stavo meglio ci si è messo anche il tempo meteorologico con questa pioggia continua che ha reso più difficili gli spostamenti. Non sono riuscita a mangiare una pizza né ad andare al cinema, cosa che avevo desiderio di fare qui a Molfetta. Mi sono goduta il sabato mattina di sole scendendo e salendo il Corso con la Raffa, come ai vecchi tempi.

Da domani si ricomincia, la sveglia, la colazione al volo, 8 ore di noia in ufficio e niente tempo per me. Niente più mamma che accende l’acqua per il tè, che mi prepara il pranzo, che mi lava le maglie, niente papà che va a prendermi i dvd (pazienza se mi ha preso Natale in crociera la prima volta), che va in farmacia per me, che mi accompagna sottobraccio. Niente visite e telefonate dei vecchi amici.

Vabbè. Dovrei anche cominciare, anzi continuare, la fisioterapia, lunedì saprò dove e quando.

Comunque sto migliorando, ormai cammino con una stampella sola, potrei anche lasciarla ma non mi sento sicura. Anni e anni di ginocchio instabile hanno lasciato il segno…
Il peggio è passato e il ginocchio mi fa meno male. Ho tolto i punti, insomma sono in via di guarigione. Ah ho contato che ora ho 20 punti in totale, tutti sul lato destro del corpo.
Dite che se arrivo a 25 me la danno una bambolina?

 

Nel frattempo, in questi 12 giorni, è cambiata la stagione. Che tristezza. Il sabato prima del mio ricovero, il 13 settembre, ho fatto il mio ultimo bagno (anzi ne ho fatti 3) e ora siamo in pieno autunno e niente più mare. Io mi trovo con pochi vestiti adatti per la stagione (fortuna ci sono le maglie che mi ha lasciato Tiziana!) e solo un paio di scarpe chiuse, piuttosto leggere. Devo cercare di recuperare qualcosa da casa quanto prima.
Già, casa.

Ormai sono rassegnata, mi sarebbe piaciuto che almeno per il nostro anniversario potessimo ritornare nel nostro nido. Ma comincio a rassegnarmi. I lavori procedono e sono a buon punto. Martedì verrà l’elettricista e poi sarà montata la porta blindata. Dopo di che si potrà procedere con la pittura delle pareti (non vi ho detto che oltre al famoso corridoio rosso, ci sarà anche una parete gialla in cucina: Voglia di colore), non ci vorrà molto per completare. Certo rimane l’incognita della scala (in settimana dovrebbe venire finalmente il tizio a prendere le misure definitive) ma io a questo punto voglio tornare a casa mia, con o senza scala, perché se continua questa pioggia e questa umidità stare nella casa a mare non è salutare.

Nel frattempo farò, faremo, ancora la spola tra Pantanagianni e Monopoli. E vi potrà capitare -se passate da sotto l’ufficio prima delle nove – di trovarmi nel bar a leggere. Il problema sarà che quando l’husband ha la prima ora deve stare a scuola alle 8.00, il che vuol dire che prima di quell’ora dovrà depositarmi in ufficio ma lì prima delle 8.45 non c’è nessun perciò… bella prospettiva.

A meno che non riesca ad andare a fare la fisioterapia a quell’ora, ma non dipende da me quindi inutile fare programmi.

 

In questi giorni di limbo ho anche pensato che forse ho sbagliato tutto nella vita. Per la prima volta dopo 20 anni mi è sorto il rimpianto per una scelta che non ho fatto. Quando ho terminato il liceo non avevo le idee ben chiare sul mio futuro però non mi ci vedevo come insegnante, e non volevo morire a Molfetta. Mi interessavano le persone, le loro storie, mi piacevano i bambini, avrei voluto aiutarli. Così pensai di iscrivermi a Psicologia, a Roma perché allora a Bari la Facoltà non c’era. Anche la mia amica del cuore si sarebbe iscritta, lei aveva questo obiettivo da sempre, così fantasticavamo sulla nostra nuova vita a Roma. Non sono partita perché mio padre non ha voluto mandarmi fuori a studiare, anche perché pensava che fosse una facoltà senza prospettive, poi c’era anche il mio ragazzo di allora e separarci sembrava difficile. Così ho ripiegato per Lettere a Bari. Appena laureata ho cominciato a lavorare in editoria e di lì ho fatto la mia strada con alti e bassi. Penelope (mi piace chiamarla così) si è laureata in psicologia dell’età evolutiva e ora lavora come dirigente e si occupa delle problematiche dei bambini che frequentano la scuola. Ha 2 bambini.
È la prima volta che mi trovo a guardarmi indietro e a dire mah, chissà. Certo tante cose sarebbero andate diversamente e forse non sarei qui a scrivere il mio blog, non avrei l’husband, i gatti e tutta la mia vita, per cui non direi che ho rimpianti perché appunto questa è la mia vita, quella che negli anni, quando ho avuto una maggiore consapevolezza di me, ho scelto. E però.
Il fatto è che negli ultimi tempi sono diventata più sensibile, più attenta ai bambini e ai loro problemi. Sono felice quando vedo dei bambini sereni, i cui genitori si rapportano a loro serenamente, magari sbagliando qualche volta perché si sbaglia sempre. Ma troppo spesso vedo cose che non vanno. Vedo rapporti poco sani, vedo genitori che non volendolo stanno soffocando i figli, stanno provocando sofferenze inutili. Genitori che avrebbero solo bisogno di una mano, di qualcuno che gli dica “guarda che”, perché poi magari possono andare avanti da soli.
Ma questo qualcuno non posso essere io in quanto Mella, amica, collega, conoscente. Non posso perché la maggior parte delle volte un genitore non riconosce ad altri (soprattutto a una che non ha figli e quindi non può capire) il diritto e la capacità di esprimere quello che per loro è un giudizio e come tale li pone in discussione.
Per me è frustrante. Sono d’accordo con quello che mi ha detto una volta Anja, cioè che è un bene per i bambini che nel mondo non ci siano solo genitori, cioè che ci siano coppie senza figli che possano occuparsi di loro in quanto bambini (non in quanto figli). Io non ho perso la speranza di diventare madre, questa è un’altra storia, ma comunque oggi non lego la mia vita a questo. Però secondo me può essere bello anche il ruolo della “zia”, o comunque di chi si preoccupa dei bambini indipendentemente dal legame di parentela. In genere uno pensa sempre ai propri figli prima di tutto. Questo è anche giusto e quando non accade si verificano storture peggiori. Però i bambini, io penso, sono patrimonio di tutti.
Un esempio un po’ forte: una madre che sa della morte della figlia di una conoscente si identifica naturalmente nella madre, pensa a quello che proverebbe se capitasse a lei. Non dico che sia sbagliato. Ma chi madre non è si identifica nella bambina, nelle sue sofferenze, e nelle sofferenze di fratellini e sorelline.  Sto estremizzando, non è tutto rosso o nero.
Però comunque se non sei madre ti dicono, o ti fanno capire, che non puoi sapere che significa, non hai titolo a parlare. Io credo che non sia così ma il più delle volte taccio.

Ora, questo fatto di rendersi conto di alcune cose e non poterlo esternare, non poter essere di effettivo aiuto, è frustrante. E questa sensazione mi accompagna da un po’. Forse se ora fossi una psicologa potrei fare qualcosa per questi bambini. O forse no. Non è che sia così semplice, non è un equazione che da per forza un tale risultato.

Certo potrei iscrivermi a Psicologia a Bari ora che c’è ma insomma in questo momento non mi sembra fattibile. Mi piacerebbe leggere e studiare questi argomenti, questo sì.

Beh questa volta ho davvero aperto il mio cuore. Non avevo intenzione di parlarne ma non riesco a togliermi dalla mente lo sguardo di una bambina di 4 anni mentre la madre la chiamava “l’altra”.

3 responses to this post.

  1. Posted by tiziana on 29 settembre 2008 at 09:16

    credo che se hai una sensibilità in quella direzione è giusto che segua i tuoi desideri e che approfondisca l\’argomento… non è necessario "certificare" tutti i nostri interessi con una laurea o un diploma. diverso è se vuoi lavorare in quel settore o esprimere "pareri" inoppugnabili (o che vengano percepiti così)…  se è così devi rivedere un pò di cose, capire qual\’è la strada più breve per arrivarci, insomma comporta una valutazione di tipo diverso. non impossibile, solo più "ampia". io sono convinta che quando si hanno delle insoddisfazioni nella propria vita iniziano i problemi. non mi riferisco alle piccole insoddisfazioni… voglio dire che quando un\’apparente piccola insoddisfazione incide sulla quotidianità vuol dire che è diventata grande insoddisfazione. sono discorsi molto soggettivi, ognuno vive a suo modo, posso solo dirti come la vedo io… le insoddisfazioni, i rimorsi, i rimpianti, servono solo a peggiorare la vita a noi stessi e a chi ci sta intorno (hai notato che quando abbiamo un tarlo da qualche parte tutto sembra difficile, faticoso, sbagliato?). finchè si brancola nel buio va bene prendere tempo, ma quando si capisce cos\’è che non va secondo me si ha una specie di "dovere" verso se stessi (e chiaramente verso i prossimi che ne risentono sempre).
    detto questo, credo che l\’aiuto, per essere veramente tale, debba essere cercato, chiesto… spesso le mamme sono convinte di essere le uniche a conoscere i propri figli e a sapere di cosa hanno bisogno. vai a far capire che stanno soffocando il figlio!!
    non so… credo che alcuni bambini nascano in famiglie "impegnative" e imparino prima del tempo a cavarsela (guarda me e osv!!)… però, anche se abbastanza inevitabile, non è giusto che se la cavino da soli. forse la scuola può offrire un supporto con le figure di cui parli tu. il rapporto diretto con una mamma è molto difficile, delicato. esiste già una figura del genere?

    Rispondi

  2. Posted by cinzia on 3 ottobre 2008 at 06:07

    Ok. Troveremo il tempo e il luogo per parlarne.
    Ma sì, ma sì. Mi avete coccolata tutti (e non ti lamentare che sono stata poco, ero lì per lavoro, ricordi?).
    Solo che non mi puoi togliere pure il gusto di fare un po\’ la vittima, no?
    Bacetti

    Rispondi

  3. Posted by luigi vittorio on 13 ottobre 2008 at 03:05

    eccomi qui
    mi offro a fare da cavia. comer papà…: puoi emettere giudizi, cercherò di ascoltarti senza dirti "non hai il titolo".
    proviamo?

    Rispondi

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