gli altri…

 SIAMO NOI. Ma questa è solo una canzone, non è la realtà. O forse sì. Non lo so davvero. Alcuni spunti di riflessione. Semplici appunti di viaggio.
Venerdì sono andata a Molfetta perché volevo partecipare ai funerali. Credo che lo stare lontana dalla mia città abbia acuito il senso di perdita, la condivisione del lutto rispetto a chi ci vive e ha respirato l’atmosfera fin dalle prime ore dell’incidente. Comunque sia sentivo l’esigenza, il dovere di esserci.
Arrivo in stazione nel primo pomeriggio, un gigantesco manifesto campeggia alla mia destra. Una bella immagine del porto, una città luminosa e la scritta, beffarda per le circostanze: PER MOLFETTA UN SOGNO VA IN PORTO. Già. Non per tutti mi sa. Ironia della sorte, mi verrebbe da dire.
C’era tantissima gente al funerale dei 5 poveri operai della Truck Center. Solo posti in piedi e fuori. Per fortuna la giornata si era messa al bello e il sole era caldo. Devo dire che nonostante il disagio di stare fuori, in piedi, c’era un’atmosfera molto rispettosa. Mi sono guardata intorno, non c’era nessuno che conoscessi. Qualche faccia vagamente familiare, tipo una mia compagna di scuola elementare. Del resto, ho messaggiato e chiamato diversi amici per chiedere se andavano al funerale e tutti, per diversi e comprensibili motivi, mi hanno risposto di no. Non c’era la Molfetta che conosco a quel funerale. C’erano gli ALTRI, la gente semplice, quelli che fanno lavori duri, quelli che guardano la tv, che non vanno al cinema, che non leggono, che non si informano. Quelli che muoiono anche per ignoranza oltre che per incoscienza mista a coraggio.
Mancava, da quel che ho visto, la Molfetta bene, la borghesia, gli intellettuali, gli insegnanti, il mio mondo. Sono due mondi inconciliabili, chi pensa e chi vive mi verrebbe da dire ma la sparerei troppo grossa. Di solito mi lamento del fatto che incontro sempre le stesse persone, e questo accade a Monopoli come accadeva a Molfetta. Siamo sempre noi e noi, al cinema, al teatro, alle presentazioni dei lbri, agli incontri politici. E mi chiedo sempre se ha un senso dirci sempre le stesse cose tra di noi. C’è una parte consistente di città e di mondo che rimane, volontariamente forse, tagliata fuori. C’è una città che il sabato sera aspetta ore fuori dai locali per bere una birra e mangiare un surrogato di pizza e lascia vuoti cinema e teatri.
Ed è questa parte irraggiungibile che era presente al funerale venerdì. Era un funerale di gente semplice che mai si sarebbe sognata un funerale così, celebrato dal vescovo, davanti ad autorità politiche, con le casse fuori per far sentire a tutti, con i cori in latino. Una vita anonima e una morte pubblica. Gente semplice che non ha voluto che le telecamere della tv entrassero in chiesa e nel loro dolore. Esempio di dignità, questo sì.
Ma non voglio celebrare nessuno, dare torti o ragioni.
Solo ho trovato una risposta ad alcune mie domande. Cè un altro mondo, c’è un’altra Italia con cui dobbiamo fare i conti. Forse più di una.
Sabato ne ho incontrate altre due. La gente che in treno protesta, si incazza, sbraita… a ragione perché siamo rimasti fermi a una stazione per tre quarti d’ora senza che nessuno ci dicesse perché e fino a quando. Ed è anche successo che un ragazzo ha rubato il cappello al macchinista, una ragazza ha tirato pietre contro il controllore, un uomo ha aggredito il capostazione. Scene di violenza urbana, sembravano usciti direttamente da libro di Ballard che stavo cercando di leggere in treno: Regno a venire. E poi? arrivati finalmente in stazione sono stata l’unica a compilare il solito modulo di reclamo, tanto più inutile quanto più solitario. Dov’era finita la rabbia? E il senso civico? chissà…
E poi sabato sera, nella sala di attesa della stazione di Bari un’altra Italia ancora. Sconvolgente e incredibile. Quanto avrei voluto possedere una piccola telecamera digitale. Avrei filmato la pazzia collettiva del treno e la pazzia singola e solitaria nella sala d’aspetto. Raccontare quell’ora trascorsa lì (ma c’era l’husband se no…) è impossibile. Ognuno era chiuso nel suo mondo e nella sua follia. Ognuno parlava a un ipotetico intelocutore, in varie lingue, per lo più barese stretto ma ho riconosciuto altri dialetti e c’era anche una donna, africana, che parlava un mezzo francese-africano. Bella e completamente pazza. Davvero. C’era "il professore", un ragioniere o almeno uno che sapeva fare i conti, c’era il presentatore (ribattezzato così da me), c’era uno che dormiva in piedi, completamente ubriaco. E tra di loro parlavano, interagivano, senza realmente parlare e interagire. Sembrava un film.
Ecco questi sono i miei appunti di viaggio. Non voglio trarre le conclusioni tipo compito in classe.
Solo esternare alcuni miei pensieri e riflessioni. Capire insieme.
Buonanotte.
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3 responses to this post.

  1. Posted by Antonio on 10 marzo 2008 at 00:35

    😦

    Rispondi

  2. Posted by Unknown on 10 marzo 2008 at 13:30

    e che mi significa questa faccina triste? cosa pensi? esplicita il tuo pensiero. davvero, mi voglio confrontare.

    Rispondi

  3. Posted by Unknown on 10 marzo 2008 at 15:07

    da una mail di Antonello Mastantuoni:
    Ma qui, a Molfetta da dove scrivo, i cinque morti del 3 marzo raccontano diuna società in cui è sempre più difficile rintracciare con nettezza ilconfine fra lo sfruttato e lo sfruttatore, dove è sempre più difficiledistinguere il libero professionista o il padroncino dal precario,l\’incertezza subita dalla flessibilità goduta, il terzista dal cottimista.Raccontano, quei corpi ammucchiati nella cisterna, di una realtà in cui èsempre più arduo porre un individuo, nella sua totalità sempre piùimprecisa, multiforme e frammentata, di qui o di là dalla linea che dividegli oppressi dagli oppressori. Qui non è stato come alla Thyssen-Krupps doveda una parte li vedevi bene i padroni in giacca e cravatta e dall\’altra glioperai in tuta nell\’inferno dei laminatoi; qui i solchi, i confini passanoattraverso le anime e i corpi di persone che, come tutti noi, di volta involta si trovano a essere vittime e carnefici: qui le responsabilità nonsono rintracciabili in ruoli precisi e in incurie certe.È, piuttosto, tutto il sistema di produzione che esternalizzando le mansioniper tagliare i costi, frantuma le responsabilità in un pulviscoloinconsistente: è tutto il sistema delle normative che finisce troppo spessoper gravare su chi non può sostenerlo perché è anche lui un anello debole ericattabile, stretto fra chi impone il prezzo del lavoro e la banca che nonfa credito.

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